“Mario Schifano e la Pop Art”: in mostra a Lecce l’erede di Andy Wahrol [da ArtSpecialDay]

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Il Castello Carlo V di Lecce ospita fino al 23 ottobre la mostra Mario Schifano e la Pop Art in Italia, dedicata ai quattro maestri del gruppo denominato Scuola di Piazza del Popolo, artisti di primo piano della storia dell’arte italiana ed internazionale del Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli,Tano Festa e Giosetta Fioroni.

Erano giovani, belli, talentuosi e sulle tele dipingevano ad armi pari con la New York della Pop Art dove Andy Warhol muoveva i primi passi per conquistare il mondo.

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Franco Angeli, Dollari americani

Così il critico d’arte Ludovico Pratesi definisce quegli artisti “maledetti”, originali epigoni della Pop Art americana che – nella Roma degli anni Sessanta – si riunivano al Caffè Rosati o alla Galleria Tartaruga e che sconvolsero la storia dell’arte italiana reinterpretandola in chiave pop e introducendo simboli dell’immaginario romano.

La Pop Art è una delle correnti artistiche del dopoguerra che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte: apparsa in Gran Bretagna alla fine degli anni ’50, attecchisce e si sviluppa poi negli Usa a partire dagli anni ’60 rimbalzando con la sua influenza in Europa. Pop Art è l’abbreviazione di Popular Art, arte popolare, dove con il termine popolare si intende di massa, ovvero prodotta in serie: è un’arte che vuol rappresentare l’immaginario collettivo dell’uomo come consumatore. Nel mondo contemporaneo, dominato dalla società dei consumi, la Pop Art considera superato il concetto di arte come espressione dell’interiorità e dell’istintività, propria dell’Espressionismo astratto. Gli artisti Pop utilizzano le immagini della TV, del cinema, della pubblicità, dei prodotti di largo consumo o di uso comune, elaborandole con tecniche pittoriche o con la scultura. La Pop Art italiana, pur facendo riferimento ai temi della Pop Art americana, riesce comunque ad intraprendere un percorso del tutto originale ed intraprendente. Al centro di tutto c’è dunque Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto ai fermenti, anche grazie all’attività di critici come Alberto Boatto, Maurizio Calvesi e Palma Bucarelli. È qui che si svolge l’esistenza e la fervida esperienza artistica dei quattro protagonisti della mostra.

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Mario Schifano, Futurismo rivisitato

La sezione principale di Mario Schifano e la Pop Art in Italia ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) seguita da eloquenti opere di Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Si parte da due opere del ciclo Paesaggi Anemici, presentato da Schifano alla storica Biennale di Venezia del 1964, e appartenenti alla fase in cui l’artista, dopo il debutto nell’ambito dell’Informale e la fase dei “monocromi”, affronta il tema della memoria. Negli eterei paesaggi anemici, dominati dalla smaterializzazione del colore, il mondo naturale viene evocato attraverso particolari simboli dell’immagine mentale, il ricordo appunto. Ed è sempre la memoria il fulcro tematico del ciclo dedicato al Futurismo in cui Schifano rivisita la storia dell’arte: significativi, in tal senso, il dipinto A la Balla (1963), dedicato a Giacomo Balla, e l’opera Futurismo Rivisitato. Precursore dell’uso delle tecnologia in pittura ed esponente di spicco del cinema sperimentale italiano, Schifano concepisce la superficie pittorica come uno schermo: uno specchio del mondo moderno su cui sfilano immagini della memoria collettiva estrapolate dai mass media, dalla TV in primis: ecco dunque immagini pubblicitarie, ricordi futuristi o propaganda politica.

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Mario Schifano, A la balla

Anche Franco Angeli, dopo il periodo informale, riprende il tema della memoria ed interpreta la superficie pittorica come schermo. Dopo aver trattato la tela con diversi strati di garza e colore, vi inserisce ‒ in chiave polemica ‒ i simboli del potere o della violenza: i dollari americani, l’obelisco e le svastiche sono al centro del suo immaginario. Come un archeologo, capta e riconosce l’importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nei suoi quadri. L’opera di Tano Festa, invece, risulta più “oggettuale”: l’artista accoglie con rigore formale gli spunti new-dada. Tra le belle opere in mostra spicca la Persiana Blu, monocromo in acrilico su legno, in cui l’artista sceglie una persiana vera su cui innestare il suo linguaggio pittorico. Un altro dipinto, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. All’interno campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Mario Schifano, Franco Angeli, Enrico Castellani e lo stesso Festa. L’argento, poi, costituisce il riferimento cromatico costante di Giosetta Fioroni. L’artista romana elabora un ciclo di tele con immagini d’argento: raffinatissimi volti femminili dipinti con una successione di velature e segni delicati. In esposizione alcune di queste opere rare degli anni Sessanta, in smalto e alluminio su carta.

La mostra è accompagnata da un ricco palinsesto di attività collaterali tra talk, proiezioni, attività didattiche

Mario Schifano e la Pop Art in Italia
A cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro
Castello Carlo V, Lecce
Dal 1 luglio al 23 ottobre 2017

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/10/10/mario-schifano-e-la-pop-art-in-italia-lecce/

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“Le Braci”di Sandor Marai: quando il monologo si fa arte [da ArtSpecialDay]

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Pubblicato per la prima volta nel 1942, Le Braci di Sándor Márai è uno di quei romanzi che restano impressi nella memoria del lettore. Lo si capisce abbastanza in fretta, dopo un inizio pacato, man mano che ci si addentra nella storia attraverso una commistione abilmente dosata di passato e presente, fino a raggiungere il cuore della vicenda, le braci che pulsano ancora sotto le ceneri.

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La scena – la scelta del termine non è casuale dal momento che la narrazione ha un’impostazione teatrale con un lungo monologo interrotto da brevi pause – si apre sulla visita del protagonista Henrik, un ricco generale, nella cantina del suo castello, per spostarsi immediatamente, dopo qualche riga, all’interno del castello stesso. Il luogo è molto importante: un microcosmo lontano dal resto del mondo in cui i personaggi hanno trascorso le loro vite dibattendosi tra amori, odi, passioni ed appena sfiorato dall’eco di quei tragici eventi che sconvolsero l’Europa agli inizi del Novecento.
Dopo quarant’anni di separazione, Henrik si accinge a ricevere e rivedere l’amico Konrad a cui era stato legato da un’amicizia profonda interrottasi per cause che, in una prima fase, resteranno sconosciute al lettore. L’unica testimone di ciò che sia accaduto tra le mura del castello e depositaria della verità è Nini, l’anziana balia del generale. L’incontro tra Henrik e Konrad vuole essere, probabilmente nelle intenzioni di entrambi, chiarificatore di una separazione improvvisa e in apparenza incomprensibile. L’episodio offre uno spunto di riflessione sul concetto stesso di amicizia ponendo un drammatico interrogativo: può davvero esistere l’amicizia? Qui si inserisce un lungo monologo di Henrik che, rievocando le esperienze condivise da entrambi, si sofferma sulle condizioni che permettono all’amicizia di resistere nel tempo. È subito chiaro come i due siano completamente diversi l’uno dall’altro: Henrik, pur essendo di gracile costituzione, assolve al suo compito di ufficiale con dedizione, ama la caccia e le frivolezze della vita; Konrad, il cui fisico sembrerebbe più idoneo ad affrontare la carriera militare, considera quest’ultima solo un mezzo per sopravvivere mentre la sua natura lo porta a coltivare la musica e le arti. Non erano fratelli eppure si sentivano tali: si erano scelti.

<<Non c’è nulla di più delicato di una relazione come questa. Tutto ciò che la vita darà più tardi sentimenti teneri o desideri brutali, passioni impetuose e vincoli fatali sarà più rozzo e più disumano>>.

Il 15 agosto del 1940 Konrad invia una lettera ad Henrik per informarlo del suo arrivo in paese. Il generale ordina di preparare la cena curando nei minimi dettagli un ricongiungimento tanto desiderato. Ogni stanza, ogni persona, ogni respiro era rimasto sospeso nell’attesa di quel momento.

<<Le maniglie delle porte conservavano il tremito di una mano, l’emozione dell’attimo in cui essa aveva esitato a completare il suo gesto>>.

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Ci sarebbe poi da chiedersi quanto sia importante la verità. Dopo quarant’anni è fondamentale sapere cosa sia accaduto? È importante sapere se i nostri dubbi fossero fondati o meno? E che gli affetti nei quali credevamo possano averci tradito? Cosa ci resta? La certezza, magari, di aver avuto ragione ma cos’altro?

<<Sei tornato perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere>>.

Restano così la forza di guardare l’altro negli occhi leggendovi le sue colpe, la forza di chiedere perdono senza necessariamente dirlo a parole. Resta la sensazione di appartenere a tutto ciò che è stato, per un attimo. E l’unica verità è quella che trasforma le passioni in brace ma solo quando la brace sarà cenere l’animo umano troverà pace.

<<Le finestre come braci, prendevano ancora a prestito la vampa del tramonto>>.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/10/03/le-braci-sandor-marai-monologo-si-arte/

Il corsivo è mio: il rifiuto del dualismo di Nina Berberova [grazie ad Art Special Day]

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«Porto, come un dono del destino, quello della condizione per cui due sangui diversi – il russo settentrionale e l’armeno meridionale – si sono fusi in me»: il 26 settembre 1993 si spegne nella città di Filadelfia, in Pennsylvania, la grande scrittrice russa Nina Nikolaevna Berberova: poetessa, autrice di racconti e di romanzi, è per nascita donna dalla duplice origine. Nata l’8 agosto 1901 a San Pietroburgo, a 16 anni inizia a scrivere poesie. Il suo ultimo anno di liceo è colmo di grandi avvenimenti: la rivoluzione di ottobre del 1917, la pace di Brest-Litovsk stipulata tra la Russia rivoluzionaria e gli Imperi Centrali, l’incontro con il grande poeta Aleksandr Blok – autore de I dodici – e quello con il suo primo e, forse, unico amore, il poeta Vladimir Chodasevic.

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Quando la Russia degli zar si disgrega, Nina, che ha già pubblicato un libro di poesie ed è entrata nel cerchio degli intellettuali russi, lascia la patria in compagnia di Chodasevic. Meta? Il classico percorso dell’emigrazione: Berlino, Costa Azzurra, Parigi. Per bagaglio uno zaino e i libri di Puskin. A Berlino, i due giovani si ritrovano con altri scrittori russi emigrati, tra i quali Pasternak. Nel 1924 raggiungono Gorkij a Sorrento, dopodiché si trasferiranno definitivamente nella Capitale francese: “declassata” come gli eroi dei suoi romanzi, nella Parigi dell’emigrazione e dell’Occupazione, Nina sperimenta l’estrema povertà ma anche il lusso intellettuale. Perché se da una parte è costretta a lavorare in nero ricamando a punto croce o infilando collane di perline per pagare l’affitto, dall’altra frequenta i maggiori intellettuali russi del tempo e a Billancourt incontra la piccola gente dell’emigrazione russa che orbita intorno alle officine della Renault e che le fornisce l’ispirazione per i racconti brevi de Le feste di Billancourt. Tutta la narrativa della Berberova sarà costituita da storie fatte «di gloria, di miseria, di follia e di fango», come scrive al termine della sua autobiografia. D’altronde la scrittrice riconosce che la Rivoluzione, nonostante gli stenti e le sofferenze, l’abbia liberata e l’esilio temprata.

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Ad un certo punto della propria esistenza, Nina si accorge che la sua relazione con Chodasevic si sta logorando cadendo nella squallida routine: abbandona il poeta nella sua modesta abitazione (dopo avergli rammendato la biancheria) e si trasferisce in campagna. Qui continuerà a scrivere: biografie, reportage, interventi, romanzi, scritti sempre in russo. I giornalisti le chiedono il motivo per il quale non scriva in francese per i francesi ed a costoro risponde, un po’ seccata, che per lei la «lingua russa era tutto».
Dopo la fine del suo secondo matrimonio, rimasta sola in una città spopolata dalla Seconda Guerra Mondiale, dai lutti e dalle partenze di tutti gli amici russi, la Berberova compie una scelta radicale: trasferirsi negli Stati Uniti. Manhattan le appare il simbolo di un nuovo slancio. Nel 1957 diviene docente di letteratura russa a Yale e poi a Princeton.

Nell’autobiografia Il corsivo è mio racconta la storia di una vita movimentata ma straordinaria che attraversa un secolo terribile e affascinante sia sul piano storico che letterario, e ne emerge la personalità di una donna intelligente e colta. Formidabile testimone del proprio tempo, narrandoci il suo passato, l’autrice ci fa conoscere la Russia allo scoppio della Rivoluzione, le peripezie lungo l’Europa (Berlino, Praga, Roma, Sorrento e, infine, la Parigi degli anni ’20 – ’30) e, soprattutto, la povertà e le difficoltà che la porteranno a godere, però, dello “spettacolo americano”. «Voler leggere, voler pensare, voler sapere»: Nina Berberova è stata una donna forte e decisa, indipendente ed autonoma, che ha sempre preferito una vita eccentrica ad una ordinaria, divorata da quella che lei stessa definisce “folle smania dell’azione”.

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Consapevolezza è una parola chiave per la comprensione della sua scrittura: consapevolezza nelle scelte di vita, capacità di adattamento ai cambiamenti repentini della Grande Storia, consapevolezza delle conseguenze che determinate scelte comportano nell’esistenza del singolo individuo. Per concludere, ci si potrebbe soffermare su tanti aspetti de Il corsivo è mio, ma ne scelgo uno che mi ha particolarmente colpita e che riguarda i “favolosi anni Venti” che la scrittrice smitizza

Che epoca spaventosa, tremenda, furono gli anni Venti e Trenta. Sulla carta d’Europa: Inghilterra, Francia, Germania e Russia. Un paese è governato da stolti, l’altro da cadaveri ambulanti, il terzo da scellerati e burocrati. L’Inghilterra si disarma; la Francia non riesce a mettere in pratica le sue decisioni, i nazionalsocialisti si riarmano avendo già annunciato pubblicamente i loro piani, tutto quello che faranno, senza che nessuno presti loro attenzione e dia loro credito.

Il corsivo è mio merita di essere letto e riletto: è l’opera di un’autrice che ha dovuto (e voluto) molte volte letteralmente cambiare pelle. Malgrado la fine di tre matrimoni e otto diversi lavori svolti, la Berberova guardava sempre al futuro e mai si crogiolava nel passato. Un esempio moderno ed attuale, una donna che non ha mai pensato di cambiare il mondo ma si è adattata ad esso con gli enormi stravolgimenti che questo ha causato nel privato.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/09/26/rifiuto-dualismo-nina-berberova/

Esordi felici [da Art Special Day]

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Senilità di Svevo: quiete apparente di una precoce vecchiaia

Pubblicato per la prima volta, senza successo, nel 1898 e ristampato, dopo una revisione, nel 1927, Senilità non è soltanto, forse, IL capolavoro di Italo Svevo ma anche un libro di rara potenza. Il quadro si è ristretto, in superficie, ma lo scavo è molto più profondo. Qui Svevo non ricorda nessuno scrittore: ricorda semplicemente se stesso.

Copertina di Senilità

Senilità è un termine insolito per dire vecchiaia. Al confine tra delicatezza ed ironia, è utilizzata quando si vuole addolcire la parola “vecchio” o quando si vuole puntigliosamente marcarne il significato. Indica una condizione fisico-biologica ma anche psichico-emotiva, trattiene ed intrappola in un’inerzia stretta ed appiccicosa. Lo sa bene Emilio Brentani, protagonista di un romanzo dal titolo essenziale quanto lapidario. Impiegato trentacinquenne con velleità letterarie, conduce due vite: la prima tra le squallide e grigie mura di un appartamento condiviso con la sorella-madre Amalia «…dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa…» e la seconda, piena di fintissima spensieratezza, costruita a tavolino tra sogni e perfette illusioni. Chi giunge a turbare quest’ultima esistenza è Angiolina, una giovane bionda dagli occhi «crepitanti» e il sorriso abbagliante che Emilio, inizialmente, è convinto di poter gestire a suo piacimento. Ben presto dovrà ricredersi: la bella figlia del popolo non solo scatena in lui una vera e propria passione amorosa ma, questa, aumenta di intensità a dispetto o, forse, in virtù dei continui tradimenti della ragazza.

Provando «amore e dolore», disperata gelosia e tormentoso risentimento, Emilio avverte il bisogno di confidarsi con l’amico Stefano Balli, scultore e gran rubacuori, di cui la stessa Angiolina finirà con l’innamorarsi. Il sodalizio tra Stefano ed Emilio, basato su di un comune interesse per l’arte, è un esempio di amicizia. L’artista è un bambino immaturo e capriccioso, ma la differenza tra il suo infantilismo prepotente e quello egoista di Emilio risiede nel suo modo inattaccabile di spacciarsi per un uomo di successo, brillante e realizzato nel suo lavoro. Sedurre più donne e scolpire il loro lato più vulnerabile nella freddezza del marmo, pur consapevole della mediocrità di un millantato talento, è il segreto della propria apparente felicità.

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Probabilmente, Angiolina è l’unico personaggio destinato a salvarsi dalla feroce morsa dell’inettitudine. Vanitosa, frivola, bugiarda, opportunista e, soprattutto, lontana dalla donna angelicata che Emilio ha idealizzato fin dall’inizio. Infine Amalia stessa, quando l’amore irromperà prepotente coi suoi colori nel grigiore di casa, si abbandonerà del tutto liberata dalle sue repressioni, al circolo terribile e vizioso di fantasie e di illusioni. Si innamorerà del Balli, lei, unica donna che lo spietato seduttore mai s’era riproposto di sedurre e tristemente la sua vita si avvierà verso una fine pietosa, squallida come era sempre stata. I quattro personaggi, le bugie che raccontano e che tentano di raccontare anche ai lettori vengono punti spietatamente dall’acuta ironia di Svevo. L’autore tenta di far emergere, con un’esagerazione esasperata dei comportamenti di ognuno, l’incapacità di essere obiettivi sulle esistenze che conducono. Il finale amaro coincide, da un punto di vista morale – evolutivo, con l’inizio e conferma la circolarità strutturale dell’intero romanzo. L’inetto è un personaggio che non può ambire al ruolo di tragico antieroe. La sua caratteristica principale è la rinuncia alla vita: rinuncia che non è la conseguenza di un estremo sforzo per raggiungere un obiettivo ma è la risposta ad una vita condotta sotto tono mai davvero vissuta. Forse, nemmeno sfiorata. Incarna colui che perde la sua lotta perché non prova nemmeno a combattere, non è padrone delle proprie scelte e mette in atto una serie di autoinganni per nascondere una tale inettitudine. Emilio resterà inetto dall’inizio alla fine di una storia dalla quale non trarrà alcun tipo di insegnamento. Non giungerà né ad un’evoluzione né ad un’involuzione. Fermo, quasi paralizzato dall’unica bruciante consapevolezza della propria incapacità di stare al mondo e di viverlo completamente. Come un vecchio, troppo presto vecchio, che ancora giovane volge lo sguardo al passato come un tempo finto di ricordi piacevoli e trova finalmente un’apparenza di quiete nella libertà senile di non dover più dimostrare agli altri e a sé stesso di saper godere della vita.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/09/19/senilita-quiete-vecchiaia/

 

Intervallo

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Tu credi di possedere le parole,

di modellarle

una specie di dono

la priorità che ti fa pensare

di essere unico

ma indossi un carattere curvo

non trasmetti nulla

forse, scambi la lingua

ti fai scudo dell’errore

che spacci per coraggio

ma hai uno sguardo spaiato

la pesantezza di chi è già morto

e non lo sa

ed altri gesti mancati.

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La scrittura è un rito religioso: è una preghiera, un ordine, un atto di fede, una riforma, una rieducazione all’amore per gli altri come sono e come dovrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata interamente passata al computer o nell’aula di una scuola. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti vogliono conoscerla, leggerla, farla propria e reagiscono come si reagisce alla vista di una persona, alla nascita di un fiore o all’affermazione di un’idea: può piacere o meno, può aiutarli o meno. La scrittura produce emozioni per donare intensità alla vita: osservi, indaghi, chiedi, approfondisci, apprendi, modelli. Ed ottieni risposte, sapere, nuove forme, nuovi colori. Perfino mostri, demoni da cui non è facile liberarsi. A volte, può regalare successo e consensi. In altre occasioni, insicurezza e fallimenti che portano alla perdita di fiducia. Eppure, la cosa peggiore di tutte sarebbe rinunciare ad essa. La scrittura è un mezzo per ordinare e riordinare il caos dell’esperienza ma, soprattutto, riconoscersi umani nel disordine universale.

Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Chiariamo subito. Una recensione di un romanzo di Charles Bukowski non ha molto senso. Si impiegherebbe meno tempo e si otterrebbero più soddisfazioni leggendo un suo libro e non un resoconto. Tuttavia, per i non avventurieri e i deboli d’animo è necessaria una preparazione psicologica. Quello che ho trovato in Post Office è un condensato di anarchia, solitudine, cinismo, abbandono e dignità. Un antidoto contro l’inabissamento. Un manuale per sopravvivere alla precarietà dell’esistenza, ai turni snervanti delle Poste e alla melmosità della società americana. Effetti collaterali? Sì, ci sono. Desiderio irrefrenabile di emulazione nei confronti del protagonista, seguito da manifestazioni di pulsioni autodistruttive e ossessioni sessuali.

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Henry Chinaski, alter ego di Bukowski, rappresenta l’anti – eroe per eccellenza di una saga che ha inizio nel 1971 proprio con “Post Office” per proseguire in “Factotum”, “Donne”, “Panino al prosciutto” e “Hollywood! Hollywood”. Malridotto e distratto, con una birra in una mano e una puntata sul cavallo perdente nell’altra, Chinaski è uno che scommette sempre sui perdenti perché convinto che gli ultimi rimarranno gli ultimi ma con più dignità. E perché puntare sugli ultimi, spesso, ripaga. Come i suoi cavalli che, alla fine, vincono sempre perché mai nessuno ci scommetterebbe un dollaro. L’opera si apre, a mio parere, con uno dei migliori incipit della letteratura: la trascrizione delle Regole di Comportamento dettate dalle Poste degli Stati Uniti d’America sotto forma di memorandum all’attenzione del protagonista per richiamarne l’atteggiamento. Un incipit del genere chiarisce subito l’indole di Chinaski: un individualista il cui unico credo è “vivi e lascia vivere”. Egli sa che, per mantenersi vivo, non può permettersi di avere alcuna visione romantica. Bisogna dire le cose come stanno senza troppe smancerie. Scetticismo e disincanto si riflettono in una scrittura liscia e asciutta, a tratti sporcata da espressioni gergali e scurrili ma mai volgari.

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L’ufficio postale diventa, così, simbolo della società con le sue regole, con la sua rigidità, una società in cui basta trovarsi su un “gradino” più in alto per sentirsi giustificati, anzi, incaricati a trattare con sadismo il proprio prossimo (basti pensare a Stone,superiore di Chinaski, e ai suoi ordini). Una società da cui Chinaski, come lo stesso autore, per godere della sua indipendenza e della sua libertà,si licenzia o, meglio, si emargina. Sei capitoli, cinque donne per ogni capitolo – eccetto l’ultimo composto da sole notifiche delle Poste Americane – per riprendere l’incipit. Una sfilata al femminile che apre e chiude a cerchio la parabola bukowskiana della vita: si nasce, si caca, si muore. E, di tanto in tanto, capita di incontrare qualche donna. Sei episodi al limite della realtà in unico romanzo in stile “on the road” ma senza macchina. L’incedere rapido e disimpegnato segnano una narrazione minimalista composta da piccoli paragrafi che lasciano al lettore il tempo per riflettere e, soprattutto, respirare. Un trascinarsi da una situazione all’altra, da un lavoro ad un altro, nel tentativo di esorcizzare l’ansia provocata da un futuro incerto.

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Dopo dodici anni di servizio, a Chinaski viene chiesto il motivo delle sue dimissioni. “Voglio fare carriera” è la risposta. Perché, a lui, basta essere vivo tra una sbornia e l’altra. Faber est suae quisque fortunae. Ognuno è artefice della propria fortuna. E Bukowski ci brinda sopra.

 

«Ma ogni tanto arriva una donna, in pieno rigoglio, una donna che scoppia dal vestito… una creatura tutta sesso, una maledizione, la fine di tutto.»