Proust contro Cocteau: storia di un’amicizia difficile [da ArtSpecialDay]

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Il saggista e critico francese Claude Arnaud ha recentemente pubblicato il saggio Proust contro Cocteau (Archinto, 2017) incentrato sul rapporto tra i due grandi intellettuali Marcel Proust e Jean Cocteau, rapporto di amore e odio, in bilico tra letteratura, poesia e arte, e frivolezza, diffidenza ed anche amicizia. Nel suo libro, Arnaud mette a confronto i due autori analizzando la loro relazione particolare.

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Per esempio, il 23 novembre 1913 Du côté de chez Swann (Dalla parte di Swann) è in libreria da nove giorni. Il quotidiano illustrato Excelsior gli dedica questa recensione nella sua Galleria di busti, che prevede brevi trafiletti di attualità culturale:

<<Tutti sanno che il libro, il primo libro del Ciclo Marcel Proust, è appena uscito. Marcel Proust è rispettato, ascoltato, amato. Vi  importerà poco, credo, di sapere che portava la barba e ora non la porta più. È un raro onore far parte di coloro che ha il dono di abbagliare, tra le quattro mura rivestite di sughero della sua camera di malato. Quel che ha dipinto, è una miniatura gigante, colma di miraggi, di figure, di giardini sovrapposti, di giochi tra lo spazio e il tempo, di larghe pennellate fresche alla Manet […] Dalla parte di Swann non somiglia a nulla che io conosca e mi ricorda tutto quello che ammiro. I capolavori sono cugini fra loro. Con un solido filo tra le dita, passeggiamo tra i molteplici specchi di questo labirinto a cielo aperto. Affascinati, esaltati, procediamo prima in un senso, poi in un altro, non vorremmo più uscire. Excelsior mi ha chiesto un busto: il carattere frammentario di questa effigie giustificherà la mia insufficienza>>.

La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libro sui Balletti russi di Djagilev. Il titolo della seconda opera, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: disegna, danza, suona il piano con straordinaria grazia ed impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, secondogenito dell’autore di Tartarin, talentuoso e brillante quanto lui ma, soprattutto, intimo amico di Marcel Proust. In poche righe, Cocteauriesce a racchiudere il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato in cui essere ammessi è un raro privilegio ed una grande emozione. Per tutta la vita evocherà, tra i ricordi più vivi della sua giovinezza, la voce dell’amico che legge frammenti dell’ancora inedito Alla ricerca del tempo perduto. Dotato di straordinaria abilità mimetica, saprà perfino riprodurre quella voce. Claude Arnaud racconta:

<<Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore]per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando. E, in effetti, “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo>>.

Marcel diverte gli amici riproducendo il falsetto isterico del poeta dandy Robert de Montesquiou, maestro di eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel ma anche lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski. Il rischio più grande del suo talento è quello di smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui. È il primo, non l’unico, tratto che li accomuna. Nel mimetismo, di sicuro, si nasconde la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per decenni, soprattutto dopo la morte di Proust.

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La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libro sui Balletti russi di Djagilev. Il titolo della seconda opera, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: disegna, danza, suona il piano con straordinaria grazia ed impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, secondogenito dell’autore di Tartarin, talentuoso e brillante quanto lui ma, soprattutto, intimo amico di Marcel Proust. In poche righe, Cocteauriesce a racchiudere il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato in cui essere ammessi è un raro privilegio ed una grande emozione. Per tutta la vita evocherà, tra i ricordi più vivi della sua giovinezza, la voce dell’amico che legge frammenti dell’ancora inedito Alla ricerca del tempo perduto. Dotato di straordinaria abilità mimetica, saprà perfino riprodurre quella voce. Claude Arnaud racconta:

<<Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore]per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando. E, in effetti, “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo>>.

Marcel diverte gli amici riproducendo il falsetto isterico del poeta dandy Robert de Montesquiou, maestro di eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel ma anche lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski. Il rischio più grande del suo talento è quello di smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui. È il primo, non l’unico, tratto che li accomuna. Nel mimetismo, di sicuro, si nasconde la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per decenni, soprattutto dopo la morte di Proust.

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Il desiderio mimetico è quello che lega l’individuo moderno ad un modello venerato ed esecrato al tempo stesso. Questo modello sembra detenere le chiavi di un mondo privilegiato dal quale la vittima del desiderio mimetico è ingiustamente escluso. È il mediatore che si frappone tra lui e tutti i suoi sogni più cari. Quando il ventenne Cocteau viene presentato al quarantenne Proust, questi non può che far divampare il desiderio mimetico del giovane poeta: un rabbioso bisogno di sostituirsi a luidi rubargli il segreto della sua innegabile superiorità, di  vincere la sfida dolorosa di una rivalità mortale.

Dopo qualche tempo, però, i successi di Cocteau portano ad un rovesciamento dei ruoli. Jean brucia le tappe della celebrità mentre Marcel, chiuso tra i mobili polverosi dei genitori ed immerso nel suo immenso romanzo retrospettivo, sembra prigioniero di un passato che lo assorbe completamente. Tuttavia il premio Goncourt, attribuito nel 1919 a All’ombra delle fanciulle in fiore, cambia tutto: il piccolo Marcel, che vive sepolto tra i ricordi di un’età favolosa ormai scomparsa, viene riconosciuto come uno dei massimi romanzieri del Novecento.

Gli ultimi anni della vita di Jean sono invece profondamente amareggiati dalla sproporzione tra l’interesse crescente che suscita l’opera di Proust e la scarsa attenzione dedicata alla sua. Tra le pagine segrete dei suoi diari dà libero corso al risentimento: nulla gli pare più abusivo dell’ammirazione quasi sacrale con cui i critici si accostano alla Ricerca. L’opera di Proust, ai suoi occhi, è un’informe marmellata e i suoi personaggi, fantocci a due dimensioni.

<<Proust era AL SERVIZIO. Al servizio del suo alveare. Obbediva a leggi di notte e di miele>>.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/21/proust-contro-cocteau-amicizia-difficile/

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Al Museo Civico di Bari Frida Kahlo e il mito di Macondo nelle foto di Leo Matiz [da ArtSpecialDay]

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Il Museo Civico di Bari ospita la mostra dedicata ad uno dei principali protagonisti della fotografia del Novecento: Leo Matiz, nato nel 1917 ad Aracataca in Colombia, la città che vide i natali anche di Gabriel García Márquez e che ispirò la mitica Macondo di Cent’anni di solitudine.

L’esposizione, intitolata Frida Kahlo nella casa Azul – Macondo Mito e Realtà nelle fotografie di Leo Matiz, si compone di tre diverse sezioni che si sviluppano secondo un percorso che avvolge interamente lo storico edificio di Strada Sagges nel cuore della città vecchia: protagonisti sono alcuni degli esponenti più significativi dell’arte e della cultura latino-americana del secolo scorso come Frida Kahlo, Diego Rivera e il già citato Garcia Márquez, di cui Matiz fu amico e testimone attraverso le sue opere.

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Idealmente il racconto ha inizio proprio da Bari, la città che Alejandra Matiz, figlia di Leo, ha voluto omaggiare in onore della sua amicizia con Magda Bisceglie. Originaria di Bari vecchia, nel 1957 venne immortalata a sua insaputa nella foto Magda e il nano, scattata dallo stesso Matiz a Caracas, dove la donna visse dall’età di 4 anni. L’istantanea, nella quale Magda si è riconosciuta 35 anni dopo in una monografica su Matiz a Milano, è diventata un manifesto della cordialità umana, tanto da essere acquistata dal MoMA di New YorkMagda è il legame che unisce varie storie: sposa Antonio Massarelli alla fine degli anni Cinquanta e torna a vivere con lui in Italia. Molti anni dopo, grazie al suo lavoro di restauratrice, conosce Alejandra Matiz e ne nasce un’amicizia intensa, ma solo dopo diversi anni scoprirà di essere stata la protagonista involontaria di uno scatto dell’artista. Non a caso l’esposizione si apre, al piano terra, proprio con la splendida immagine di Magda e il nano: una ragazza che, nata della vecchia Bari ed emigrata nel Nuovo Continente, grazie all’intuito di Matiz diventa un emblema del calore umano tipici di due culture come quella latino-americana e quella mediterranea, che tanto hanno in comune.

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Una fotografia ha sempre il potere di cogliere un attimo e renderlo eterno, congelandolo attraverso la quarta dimensione, quella del tempo. Ma poche sono quelle fotografie, e ancor più quei fotografi, che sanno raccontare una storia e svelarne l’essenza. Leo Matiz è senz’altro fra questi. La sua vita è stata un intreccio di incontri imprevedibili e coincidenze che ne avrebbero segnato la carriera. La prima, appunto, quella di nascere nel 1917 nella città colombiana di Aracataca, la seconda è quella di incontrare la pittrice Frida Kahlo, durante uno dei suoi viaggi in Messico. Siamo negli anni ’40 e la Frida di allora è una donna che ha raggiunto la maturità artistica e l’equilibrio di donna autonoma, che ha saputo fare dell’arte il riscatto per superare tutte le sofferenze che un destino travagliato come il suo le avrebbe riservato. Di quello storico incontro, il poliedrico fotografo ha lasciato una preziosa testimonianza: oltre 50 scatti, tutti esposti nella mostra barese. Un reportage fotografico ambientato in un luogo simbolo, oggi trasformato in museo: la casa in cui Frida era nata nel 1907 e dove si trasferì con il marito Diego Rivera. Un racconto in bianco e nero che non è solo documento di uno spaccato di vita dell’artista messicana ma che svela e rivela, attraverso il filtro dell’amicizia che ha legato i due, un ritratto intimo e inedito della pittrice più iconica del secolo scorso.

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Matiz ritrae una donna dalla vita intensa, ricca di passioni, come i personaggi di Garcia Márquez: una rara combinazione di reale e straordinario. Dall’incontro con l’artista messicana nasce un proficuo rapporto artistico e di amicizia che dà vita ad un percorso estetico ed evocativo, concretizzato in una serie di fotografie che ritraggono la pittrice nella sua vita quotidiana, nella sua casa, nel suo quartiere. Nel 1997, un anno prima di morire, Matiz torna nella casa Azul – diventata ormai un santuario in cui vive il ricordo di Frida e del marito Diego Rivera, scomparsi da tempo – e ne lascia una testimonianza in una serie di immagini in cui sembra avere il presagio della sua stessa fine ormai vicina.

Macondo, luogo intriso di realtà e mito, è il tema della sezione della mostra allestita sul terrazzo del secondo piano del museo per realizzare una intrigante contaminazione tra le immagini di Matiz, evocative di un favoloso mondo tropicale, e lo scenario altrettanto suggestivo che si gode dai tetti della città vecchia. Matiz ritrae Aracataca nelle sue fotografie con lo stesso alone di magia con cui Márquez descrive Macondo. Le immagini degli abitanti della costa colombiana, ripresi nei ritmi e nelle attività della loro vita quotidiana, nella loro bellezza raccontano un mondo mitico di cui il fotografo e lo scrittore sono i cantori.

Frida Kahlo nella casa Azul – Macondo Mito e Realtà nelle fotografie di Leo Matiz
A cura di Armida Massarelli
Museo Civico di Bari
Dal 27 ottobre 2017 al 15 gennaio 2018

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/14/bari-frida-kahlo-macondo-leo-matiz/

L’attualità di Albert Camus, poliedrico e anarchico [da ArtSpecialDay]

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Il pensiero di Albert Camus rinforza gli uomini, incita alle armi, promuove la fratellanza, serra i ranghi e prepara alla più grande delle battaglie, quella contro l’assurdo. Camus dopotutto è stato un uomo poliedrico: filosofo, scrittore, drammaturgo, anarchico, c’è un filo rosso che lega tutte queste figure, infatti prima di tutto egli è stato un uomo in rivolta.

Albert Camus nasce in Algeria, a Mondovi, nella notte del 7 novembre 1913 in una casupola situata nell’appezzamento di terra destinato a suo padre Lucien, bracciante agricolo francese. La famigliola, già povera, è duramente provata l’anno successivo dalla morte del padre nella battaglia della Marna, una delle più sanguinose della Prima Guerra Mondiale. Mamma e figlioletto si trasferiscono ad Algeri nel quartiere popolare di Bellecourt. La grande baia, la promessa del mare, il sole, la luce forte distesa sulla città influiscono profondamente sulla sensibilità del bambino. Nel 1919 Albert viene iscritto alla scuola comunale del quartiere ed è qui che il suo destino conosce una svolta: il maestro, Louis Germain, colpito dalle sue capacità intellettuali di Albert, lo prepara all’esame per la borsa di studio che gli permetterà di frequentare la scuola secondaria e si adopera per vincere le resistenze della madre di Camus.

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Nel 1930 viene colto dal primo attacco di tubercolosi, la malattia che, con alti e bassi, lo affliggerà per tutta la vita senza tuttavia abbatterlo mai né nel fisico né nel morale. Nel 1933, a vent’anni, si iscrive al Partito Comunista, ma nel ’35 a causa del patto Laval-Stalin lascia il partito. Comincia qui il suo impegno a favore della giustizia e del riscatto economico, sociale e culturale dei più poveri, in Algeria come in Cabilia come in Francia. Fonda il Théatre du Travail e partecipa alla scrittura del dramma collettivo Rivolta nelle Asturie, che racconta della ribellione dei minatori delle Asturie repressa ferocemente nel sangue e del quale viene proibita la rappresentazione.

Il teatro, dirà in seguito Camus che per il teatro lavorerà a lungo, è una collettività di tecnici, attori, scrittori, registi che sono obbligati alla solidarietà. […] Il frutto di due mesi di lavoro su un palcoscenico è un frutto che si raccoglie tutti insieme o non si raccoglie affatto.

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Nel 1936 Camus viene assunto da Radio Algeri come attore ed è inviato a recitare i classici francesi nei villaggi di campagna algerini. Entra nella redazione di Alger républicain: si occupa di cronaca nera e di critica letteraria, ma eccelle come inviato ed editorialista. Nei suoi articoli denuncia lo sfruttamento dei nordafricani e lo stato miserabile nel quale vengono tenuti dal governo coloniale. Testimone instancabile del suo tempo, Camus è intransigente, rifiuta ogni compromesso che possa «distogliere dall’umanità». All’inizio del 1940 lascia l’Algeria e parte per Parigi, dove entra a France Soir. Vive ogni giorno lontano dall’Algeria come un giorno d’esilio. Nel maggio dello stesso anno termina la stesura de Lo straniero.

Il romanzo La peste, che esce nel 1947, ottiene grande successo di pubblico nonché il Prix des critiques ed intanto Camus continua nella sua campagna libertaria: scrive una serie di articoli contro tutte le dittature (Né vittime né carnefici) e si interroga con sempre maggior intensità ed indignazione sul problema della violenza nel mondo.

La pubblicazione de L’uomo in rivolta nel 1951 scatena una lunga e durissima polemica con Jean Paul Sartre: Camus auspica una società a misura d’uomo, un nuovo umanesimo fondato sulla solidarietà e critica le degenerazioni dello stalinismo; Sartre rifiuta questo tipo di approccio, che considera ancora borghese e, in fondo, passivo. La polemica tra i due intellettuali francesi più rappresentativi degli anni Cinquanta si concluderà con una definitiva ed irreparabile rottura allo scoppio della guerra d’Algeria, nel 1954. Come francese d’Algeria che ben aveva conosciuto torti ed errori del colonialismo, Camus moltiplica gli appelli affinché le conseguenze dello scontro civile – in quello che considera ancora il suo Paese – non ricadano sulla popolazione inerme, auspicando una soluzione negoziata. Questi appelli susciteranno la veemente reazione di Simone de Beauvoir, compagna di Sartre, che condannerà di nuovo senza appello il punto di vista “umanitario” di Camus, che anche per questo invece nel 1957 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Durante la cerimonia di premiazione, pronuncia a Stoccolma e a Uppsala due importanti discorsi. Dopo aver ringraziato pubblicamente il suo maestro delle elementari per averlo aiutato ad intraprendere i primi studi e avergli dedicato il premio, a proposito degli intellettuali, sottolinea:

La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo.

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Il 4 gennaio 1960 Albert Camus muore in un incidente d’auto nel quale perde la vita anche il suo editore Michel Gallimard. Sulla dinamica dell’incidente si diffondono sin da subito seri dubbi: c’è chi parla apertamente di un sabotaggio dell’automobile a opera di ignoti, forse di agenti del KGB per ordine del Ministro degli Esteri sovietico Šepilov, attaccato da Camus in un articolo del 1957. Vicino al corpo di Camus viene rinvenuto il manoscritto de Il primo uomo, che viene pubblicato postumo.

L’eredità di Albert Camus potrebbe racchiudersi in questo pensiero «L’unico modo per affrontare un mondo non libero è diventare così liberi che la vostra stessa esistenza diventi un atto di ribellione», per cui l’unico scopo del vivere umano si celava nella lotta, nella ribellione, nel combattere le ingiustizie sociali e le manifestazioni di scarsa o inesistente umanità.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/07/lattualita-albert-camus/

Un viaggio nell’oscurità: l’evoluzione della letteratura gotica [da ArtSpecialDay]

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Esistono edifici che custodiscono segreti. L’eco di risate e di pianti nei corridoi bui, l’odore di muffa e lo spettro di passioni intrappolate dietro tende logore e mura antiche. Vecchi castelli, case abbandonate nelle campagne incolte, vetri marchiati da impronte di storie che premevano contro di essi per uscire ed essere raccontate. Vetri come quelli della villa di Strawberry Hill, costruita nel 1750 nei pressi di Londra su ordine dello scrittore Horace Walpole, il cui stile ha sancito la nascita del neogotico ed influenzato l’architettura europea. Tutto ha inizio dagli edifici, dal rapporto simbiotico che esiste tra architettura e letteratura gotica: le ambientazioni hanno un’anima ed influenzano la narrazione. Horace Walpole, autore de Il castello di Otranto, pubblicato nel 1764 è considerato il precursore del genere gotico. Ambientato nella città salentina di Otranto, la prima edizione del romanzo si presentava come la traduzione di un manoscritto stampato a Napoli nel 1529 e rinvenuto nell’abitazione di un’antica famiglia cattolica nel nord dell’Inghilterra. Solo nella seconda edizione Horace Walpole ammetterà di esserne l’autore e, indirettamente, il padre della letteratura gotica.

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John Giles Eccardt, Horace Walpole, 1747-8

Il più grande pregio di questo genere narrativo, fin dai suoi esordi, è quello di lasciare nel lettore una parvenza di inquietudine senza che sfoci nel terrore adrenalinico tipico dell’horror puro. Divampa dopo la metà del XVIII secolo come contrapposizione alla razionalità dell’Illuminismo e alla gelida spinta verso l’industrializzazione: una rivolta romantica che esalta la nostalgia per il Medioevo e le sue atmosfere esoteriche. Un rifiuto netto della luce per lasciare entrare il buio: i romanzi gotici sono caratterizzati dalla paura, dagli amori impossibili e dai personaggi tormentati da conflitti interiori senza soluzione, elementi letterari che si ampliano nel 1818 con Mary Shelley ed il suo Frankenstein, con cui l’autrice spiega la paura verso il progresso scientifico utilizzando la figura di un Prometeo. L’essere generato in laboratorio dal dottor Frankenstein per inseguire l’ideale dell’uomo perfetto immune alle malattie, si rivelerà un abominio agli occhi del suo creatore. Un mostro dotato di una forza soprannaturale e di un cuore avvelenato dalla solitudine, un mostro che – al pari di Adamo nel Paradiso Perduto di Milton – si interroga sul motivo della propria creazione per poi ribellarsi a colui che gli ha dato la vita. Una tematica così attuale da far passare in secondo piano l’influenza esercitata sulla letteratura e sulla cinematografia. Anche in Dracula di Bram Stoker (1897) l’orrore proviene da qualcosa di celato nell’individuo: il malvagio Conte appare come un emissario del Diavolo in persona, votato irriducibilmente alla corruzione.

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Mary Shelley

Il romanzo gotico si nutre delle angosce umane, le mette a nudo utilizzandole come terreno fertile per la sua evoluzione. Un genere nel genere che contamina la produzione letteraria oltre la Manica, raccogliendo consensi e critiche. La forza è concentrata nella costruzione delle figure che animano le pagine delle opere: attraverso le contraddizioni delle eroine sentimentali di Ann Radcliffe o le passioni represse del Monaco Ambrosio di Matthew Gregory Lewis, questa corrente letteraria crescerà influenzando altri generi.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la letteratura gotica cede il passo definitivamente all’horror moderno. A suggellare questo passaggio c’è il talento assoluto di Edgar Allan Poe, in grado di offrire la rappresentazione più compiuta del filone gotico.

Quelli che sognano di giorno sono consapevoli di tante cose che sfuggono a quelli che sognano solo di notte.

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Edgar Allan Poe

La sua vita, come quella di altri scrittori del suo calibro, è stata tormentata e segnata da esperienze che hanno inciso profondamente sul suo stile e sulle sue scelte narrative. Nacque a Boston nel 1809 e rimase orfano a soli due anni: la sua esistenza fu caratterizzata da un’estrema intelligenza ma, al tempo stesso, da un’irriverente indisciplina che nei suoi romanzi si tramuterà in descrizioni tormentate e surreali. Le prime opere di Poe furono Storia di Arthur Gordon Pym (1838), seguito da La caduta della casa degli Usher (1840), La cometa e La conversazione di Eiros e Charmion, e una prima raccolta de I racconti del grottesco e dell’arabesco. Questi sono solo alcuni dei testi con cui l’autore determinò profondamente il suo stile e la sua visione “poetica” del genere horror-gotico. Insieme ad Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft fu uno dei precursori della fantascienza angloamericana: tra le sue numerosissime opere, Alle montagne della follia è forse ritenuto il romanzo più incisivo che ha influenzato persino scrittori contemporanei per tematiche e contenuti trattati.

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Howard Phillips Lovecraft

L’eccesso nel descrivere le emozioni esasperate nei romanzi gotici, degli amori proibiti e dell’orrore potrebbero mostrare, secondo la critica, una necessità umana di liberarsi attraverso il testo delle fratture interiori. L’ossessione per il macabro rivela però il fallimento nell’esorcizzare queste ansie e rende chiaro come alla fine il predominio spetti al proibito, al violento e al morboso. Nella sua espressione contemporanea, il romanzo gotico non perde presa sui lettori. Ancora oggi, le opere cult continuano ad essere lette e rilette. Una festa, come quella di Halloween, ci aiuta a ricordarli. Il 31 ottobre è nato per ricordare i defunti e sentire la loro presenza, invocarli e “tenerli” in mezzo a noi. Cos’altro, se non un libro, potrebbe ospitare certe immaginazioni?

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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Morte di un commesso viaggiatore: la tragedia della vita secondo Arthur Miller [da ArtSpecialDay]

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Andato in scena a New York nel febbraio del 1949 per la regia di Elia Kazan, Morte di un commesso viaggiatore costituisce probabilmente il più clamoroso successo teatrale del dopoguerra, un successo che dagli Stati Uniti dilagò in tutto il mondo.

Per una volta vorrei possedere qualcosa interamente prima che si rompa. Faccio sempre a gara con lo sfasciacarrozze, finisco di pagare l’auto ed è già agli ultimi colpi! Il frigorifero consuma le cinghie come un dannato maniaco! Queste cose le programmano! Quando hai finito di pagarle, sono già consumate!

Partendo dall’idea di descrivere, in chiave quasi comica, quanto si agita all’interno della testa di un uomo, Arthur Miller lavorò sin dall’inizio sull’ipotesi di restituire – non solo letterariamente ma anche e soprattutto sul piano della scrittura scenica – il coesistere di passato e presente nella vita di un essere umano. Con una trama molto semplice, l’intera opera si presenta come una parabola morale che partendo da un inizio di falsa sicurezza, si dispiega in un processo di autocoscienza che porta il protagonista al suo punto di massima consapevolezza nel momento del licenziamento, oltre al quale tutto si orienta irrevocabilmente verso il tragico epilogo del finale.

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Willy Loman, rappresentante di commercio, da più di trent’anni si trascina per tutto il New England con i campionari di una ditta di New York. Tuttavia, è ormai stanco e rassegnato ad un’esistenza mediocre. Esponente di un’intera classe sociale che vive nel mito del denaro e del successo come unica ragione di affermazione, Loman è il tipico uomo qualunque senza particolari qualità che lo caratterizzino – anzi racchiude in sé più difetti che pregi – ma, nello stesso tempo, è animato da una profonda onestà che, a discapito dei falsi idoli venerati, gli fornirà l’unica occasione di riscatto. Quest’ultima ne preserva la dignità impedendogli di diventare l’uomo di successo – eroe del sogno americano – caricaturalmente delineato nel personaggio del fratello Ben, sicuro di sé e conscio del proprio valore ma spinto dalla certezza che per ottenere ciò che si vuole bisogna giocare sporco con gli altri. Il protagonista, al contrario, dedica la sua esistenza inseguendo quel sogno popolato da illusioni e progetti irrealizzabili per poi accorgersi che tutto era solo un miraggio: le cose davvero importanti gli sono sfuggite di mano e tornare indietro è impossibile. Il modo giusto e normale di vedere le cose si dissolve e si stempera in un’apparente incoerenza, sintomo di una mente ormai disturbata e di un’identità distrutta. Loman sente le forze abbandonarlo, la vecchiaia assalirlo e guardandosi dentro non trova nulla che veramente valga.

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La moglie, Linda, è una donna semplice, ignara della loro reale condizione economica, la cui massima aspirazione è quella di occuparsi della loro casa in periferia. I figli, Biff e Happy, che da piccoli osannavano il padre, adesso vedono solo nella sua figura la disfatta di un uomo che ha perso la sua verve, l’energia ed il suo sorriso. La figura di Biff, soprattutto, spicca tra le altre e pone Loman di fronte ad uno specchio distorto di se stesso. Non essere riuscito a trasmettergli i suoi valori di integrità, di rettitudine e di laboriosità lo induce a prendere coscienza di quanto il suo panorama morale sia limitato e fragile. Vedere le ambizioni di sportivo fallire, i vagabondaggi inutili che lo hanno portato ad essere senza casa, lavoro e prospettive rappresentano il colpo finale dal quale non saprà riprendersi. La morte appare come un’ultima occasione di riscatto e di liberazione da un’esistenza banale: gli permette di affermare finalmente il valore della propria persona trasformandolo da semplice e volgare piazzista in uomo.

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Quanto può far male aggrapparsi ai sogni? Chi riuscirà mai ad abbandonarli, a smettere di crederci? Possono le illusioni salvare dal dolore di una realtà schiacciante e brutale? Miller non è sicuramente il primo a porsi queste domande: prima di lui, FoscoloLeopardi e tanti altri autori avevano affrontato questi interrogativi cercando delle risposte. Tuttavia l’opera dello scrittore americano non aspira a tanto: non si presenta come un assoluto, non vuole insegnare a vivere. Morte di un commesso viaggiatore racconta una realtà difficile da accettare, così opprimente e drammatica da spingere il protagonista ad alienarsi. Attraverso le pagine, tutti entriamo nella sua testa e condividiamo paure, rimorsi, speranze. Ritorniamo ad un origine lontana eppure ben impressa nella memoria: un passato che assume le fattezze di un’ancora che ci aiuti a sopravvivere.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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“Mario Schifano e la Pop Art”: in mostra a Lecce l’erede di Andy Wahrol [da ArtSpecialDay]

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Il Castello Carlo V di Lecce ospita fino al 23 ottobre la mostra Mario Schifano e la Pop Art in Italia, dedicata ai quattro maestri del gruppo denominato Scuola di Piazza del Popolo, artisti di primo piano della storia dell’arte italiana ed internazionale del Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli,Tano Festa e Giosetta Fioroni.

Erano giovani, belli, talentuosi e sulle tele dipingevano ad armi pari con la New York della Pop Art dove Andy Warhol muoveva i primi passi per conquistare il mondo.

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Franco Angeli, Dollari americani

Così il critico d’arte Ludovico Pratesi definisce quegli artisti “maledetti”, originali epigoni della Pop Art americana che – nella Roma degli anni Sessanta – si riunivano al Caffè Rosati o alla Galleria Tartaruga e che sconvolsero la storia dell’arte italiana reinterpretandola in chiave pop e introducendo simboli dell’immaginario romano.

La Pop Art è una delle correnti artistiche del dopoguerra che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte: apparsa in Gran Bretagna alla fine degli anni ’50, attecchisce e si sviluppa poi negli Usa a partire dagli anni ’60 rimbalzando con la sua influenza in Europa. Pop Art è l’abbreviazione di Popular Art, arte popolare, dove con il termine popolare si intende di massa, ovvero prodotta in serie: è un’arte che vuol rappresentare l’immaginario collettivo dell’uomo come consumatore. Nel mondo contemporaneo, dominato dalla società dei consumi, la Pop Art considera superato il concetto di arte come espressione dell’interiorità e dell’istintività, propria dell’Espressionismo astratto. Gli artisti Pop utilizzano le immagini della TV, del cinema, della pubblicità, dei prodotti di largo consumo o di uso comune, elaborandole con tecniche pittoriche o con la scultura. La Pop Art italiana, pur facendo riferimento ai temi della Pop Art americana, riesce comunque ad intraprendere un percorso del tutto originale ed intraprendente. Al centro di tutto c’è dunque Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto ai fermenti, anche grazie all’attività di critici come Alberto Boatto, Maurizio Calvesi e Palma Bucarelli. È qui che si svolge l’esistenza e la fervida esperienza artistica dei quattro protagonisti della mostra.

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Mario Schifano, Futurismo rivisitato

La sezione principale di Mario Schifano e la Pop Art in Italia ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) seguita da eloquenti opere di Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Si parte da due opere del ciclo Paesaggi Anemici, presentato da Schifano alla storica Biennale di Venezia del 1964, e appartenenti alla fase in cui l’artista, dopo il debutto nell’ambito dell’Informale e la fase dei “monocromi”, affronta il tema della memoria. Negli eterei paesaggi anemici, dominati dalla smaterializzazione del colore, il mondo naturale viene evocato attraverso particolari simboli dell’immagine mentale, il ricordo appunto. Ed è sempre la memoria il fulcro tematico del ciclo dedicato al Futurismo in cui Schifano rivisita la storia dell’arte: significativi, in tal senso, il dipinto A la Balla (1963), dedicato a Giacomo Balla, e l’opera Futurismo Rivisitato. Precursore dell’uso delle tecnologia in pittura ed esponente di spicco del cinema sperimentale italiano, Schifano concepisce la superficie pittorica come uno schermo: uno specchio del mondo moderno su cui sfilano immagini della memoria collettiva estrapolate dai mass media, dalla TV in primis: ecco dunque immagini pubblicitarie, ricordi futuristi o propaganda politica.

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Mario Schifano, A la balla

Anche Franco Angeli, dopo il periodo informale, riprende il tema della memoria ed interpreta la superficie pittorica come schermo. Dopo aver trattato la tela con diversi strati di garza e colore, vi inserisce ‒ in chiave polemica ‒ i simboli del potere o della violenza: i dollari americani, l’obelisco e le svastiche sono al centro del suo immaginario. Come un archeologo, capta e riconosce l’importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nei suoi quadri. L’opera di Tano Festa, invece, risulta più “oggettuale”: l’artista accoglie con rigore formale gli spunti new-dada. Tra le belle opere in mostra spicca la Persiana Blu, monocromo in acrilico su legno, in cui l’artista sceglie una persiana vera su cui innestare il suo linguaggio pittorico. Un altro dipinto, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. All’interno campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Mario Schifano, Franco Angeli, Enrico Castellani e lo stesso Festa. L’argento, poi, costituisce il riferimento cromatico costante di Giosetta Fioroni. L’artista romana elabora un ciclo di tele con immagini d’argento: raffinatissimi volti femminili dipinti con una successione di velature e segni delicati. In esposizione alcune di queste opere rare degli anni Sessanta, in smalto e alluminio su carta.

La mostra è accompagnata da un ricco palinsesto di attività collaterali tra talk, proiezioni, attività didattiche

Mario Schifano e la Pop Art in Italia
A cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro
Castello Carlo V, Lecce
Dal 1 luglio al 23 ottobre 2017

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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“Le Braci”di Sandor Marai: quando il monologo si fa arte [da ArtSpecialDay]

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Pubblicato per la prima volta nel 1942, Le Braci di Sándor Márai è uno di quei romanzi che restano impressi nella memoria del lettore. Lo si capisce abbastanza in fretta, dopo un inizio pacato, man mano che ci si addentra nella storia attraverso una commistione abilmente dosata di passato e presente, fino a raggiungere il cuore della vicenda, le braci che pulsano ancora sotto le ceneri.

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La scena – la scelta del termine non è casuale dal momento che la narrazione ha un’impostazione teatrale con un lungo monologo interrotto da brevi pause – si apre sulla visita del protagonista Henrik, un ricco generale, nella cantina del suo castello, per spostarsi immediatamente, dopo qualche riga, all’interno del castello stesso. Il luogo è molto importante: un microcosmo lontano dal resto del mondo in cui i personaggi hanno trascorso le loro vite dibattendosi tra amori, odi, passioni ed appena sfiorato dall’eco di quei tragici eventi che sconvolsero l’Europa agli inizi del Novecento.
Dopo quarant’anni di separazione, Henrik si accinge a ricevere e rivedere l’amico Konrad a cui era stato legato da un’amicizia profonda interrottasi per cause che, in una prima fase, resteranno sconosciute al lettore. L’unica testimone di ciò che sia accaduto tra le mura del castello e depositaria della verità è Nini, l’anziana balia del generale. L’incontro tra Henrik e Konrad vuole essere, probabilmente nelle intenzioni di entrambi, chiarificatore di una separazione improvvisa e in apparenza incomprensibile. L’episodio offre uno spunto di riflessione sul concetto stesso di amicizia ponendo un drammatico interrogativo: può davvero esistere l’amicizia? Qui si inserisce un lungo monologo di Henrik che, rievocando le esperienze condivise da entrambi, si sofferma sulle condizioni che permettono all’amicizia di resistere nel tempo. È subito chiaro come i due siano completamente diversi l’uno dall’altro: Henrik, pur essendo di gracile costituzione, assolve al suo compito di ufficiale con dedizione, ama la caccia e le frivolezze della vita; Konrad, il cui fisico sembrerebbe più idoneo ad affrontare la carriera militare, considera quest’ultima solo un mezzo per sopravvivere mentre la sua natura lo porta a coltivare la musica e le arti. Non erano fratelli eppure si sentivano tali: si erano scelti.

<<Non c’è nulla di più delicato di una relazione come questa. Tutto ciò che la vita darà più tardi sentimenti teneri o desideri brutali, passioni impetuose e vincoli fatali sarà più rozzo e più disumano>>.

Il 15 agosto del 1940 Konrad invia una lettera ad Henrik per informarlo del suo arrivo in paese. Il generale ordina di preparare la cena curando nei minimi dettagli un ricongiungimento tanto desiderato. Ogni stanza, ogni persona, ogni respiro era rimasto sospeso nell’attesa di quel momento.

<<Le maniglie delle porte conservavano il tremito di una mano, l’emozione dell’attimo in cui essa aveva esitato a completare il suo gesto>>.

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Ci sarebbe poi da chiedersi quanto sia importante la verità. Dopo quarant’anni è fondamentale sapere cosa sia accaduto? È importante sapere se i nostri dubbi fossero fondati o meno? E che gli affetti nei quali credevamo possano averci tradito? Cosa ci resta? La certezza, magari, di aver avuto ragione ma cos’altro?

<<Sei tornato perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere>>.

Restano così la forza di guardare l’altro negli occhi leggendovi le sue colpe, la forza di chiedere perdono senza necessariamente dirlo a parole. Resta la sensazione di appartenere a tutto ciò che è stato, per un attimo. E l’unica verità è quella che trasforma le passioni in brace ma solo quando la brace sarà cenere l’animo umano troverà pace.

<<Le finestre come braci, prendevano ancora a prestito la vampa del tramonto>>.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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Il corsivo è mio: il rifiuto del dualismo di Nina Berberova [grazie ad Art Special Day]

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«Porto, come un dono del destino, quello della condizione per cui due sangui diversi – il russo settentrionale e l’armeno meridionale – si sono fusi in me»: il 26 settembre 1993 si spegne nella città di Filadelfia, in Pennsylvania, la grande scrittrice russa Nina Nikolaevna Berberova: poetessa, autrice di racconti e di romanzi, è per nascita donna dalla duplice origine. Nata l’8 agosto 1901 a San Pietroburgo, a 16 anni inizia a scrivere poesie. Il suo ultimo anno di liceo è colmo di grandi avvenimenti: la rivoluzione di ottobre del 1917, la pace di Brest-Litovsk stipulata tra la Russia rivoluzionaria e gli Imperi Centrali, l’incontro con il grande poeta Aleksandr Blok – autore de I dodici – e quello con il suo primo e, forse, unico amore, il poeta Vladimir Chodasevic.

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Quando la Russia degli zar si disgrega, Nina, che ha già pubblicato un libro di poesie ed è entrata nel cerchio degli intellettuali russi, lascia la patria in compagnia di Chodasevic. Meta? Il classico percorso dell’emigrazione: Berlino, Costa Azzurra, Parigi. Per bagaglio uno zaino e i libri di Puskin. A Berlino, i due giovani si ritrovano con altri scrittori russi emigrati, tra i quali Pasternak. Nel 1924 raggiungono Gorkij a Sorrento, dopodiché si trasferiranno definitivamente nella Capitale francese: “declassata” come gli eroi dei suoi romanzi, nella Parigi dell’emigrazione e dell’Occupazione, Nina sperimenta l’estrema povertà ma anche il lusso intellettuale. Perché se da una parte è costretta a lavorare in nero ricamando a punto croce o infilando collane di perline per pagare l’affitto, dall’altra frequenta i maggiori intellettuali russi del tempo e a Billancourt incontra la piccola gente dell’emigrazione russa che orbita intorno alle officine della Renault e che le fornisce l’ispirazione per i racconti brevi de Le feste di Billancourt. Tutta la narrativa della Berberova sarà costituita da storie fatte «di gloria, di miseria, di follia e di fango», come scrive al termine della sua autobiografia. D’altronde la scrittrice riconosce che la Rivoluzione, nonostante gli stenti e le sofferenze, l’abbia liberata e l’esilio temprata.

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Ad un certo punto della propria esistenza, Nina si accorge che la sua relazione con Chodasevic si sta logorando cadendo nella squallida routine: abbandona il poeta nella sua modesta abitazione (dopo avergli rammendato la biancheria) e si trasferisce in campagna. Qui continuerà a scrivere: biografie, reportage, interventi, romanzi, scritti sempre in russo. I giornalisti le chiedono il motivo per il quale non scriva in francese per i francesi ed a costoro risponde, un po’ seccata, che per lei la «lingua russa era tutto».
Dopo la fine del suo secondo matrimonio, rimasta sola in una città spopolata dalla Seconda Guerra Mondiale, dai lutti e dalle partenze di tutti gli amici russi, la Berberova compie una scelta radicale: trasferirsi negli Stati Uniti. Manhattan le appare il simbolo di un nuovo slancio. Nel 1957 diviene docente di letteratura russa a Yale e poi a Princeton.

Nell’autobiografia Il corsivo è mio racconta la storia di una vita movimentata ma straordinaria che attraversa un secolo terribile e affascinante sia sul piano storico che letterario, e ne emerge la personalità di una donna intelligente e colta. Formidabile testimone del proprio tempo, narrandoci il suo passato, l’autrice ci fa conoscere la Russia allo scoppio della Rivoluzione, le peripezie lungo l’Europa (Berlino, Praga, Roma, Sorrento e, infine, la Parigi degli anni ’20 – ’30) e, soprattutto, la povertà e le difficoltà che la porteranno a godere, però, dello “spettacolo americano”. «Voler leggere, voler pensare, voler sapere»: Nina Berberova è stata una donna forte e decisa, indipendente ed autonoma, che ha sempre preferito una vita eccentrica ad una ordinaria, divorata da quella che lei stessa definisce “folle smania dell’azione”.

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Consapevolezza è una parola chiave per la comprensione della sua scrittura: consapevolezza nelle scelte di vita, capacità di adattamento ai cambiamenti repentini della Grande Storia, consapevolezza delle conseguenze che determinate scelte comportano nell’esistenza del singolo individuo. Per concludere, ci si potrebbe soffermare su tanti aspetti de Il corsivo è mio, ma ne scelgo uno che mi ha particolarmente colpita e che riguarda i “favolosi anni Venti” che la scrittrice smitizza

Che epoca spaventosa, tremenda, furono gli anni Venti e Trenta. Sulla carta d’Europa: Inghilterra, Francia, Germania e Russia. Un paese è governato da stolti, l’altro da cadaveri ambulanti, il terzo da scellerati e burocrati. L’Inghilterra si disarma; la Francia non riesce a mettere in pratica le sue decisioni, i nazionalsocialisti si riarmano avendo già annunciato pubblicamente i loro piani, tutto quello che faranno, senza che nessuno presti loro attenzione e dia loro credito.

Il corsivo è mio merita di essere letto e riletto: è l’opera di un’autrice che ha dovuto (e voluto) molte volte letteralmente cambiare pelle. Malgrado la fine di tre matrimoni e otto diversi lavori svolti, la Berberova guardava sempre al futuro e mai si crogiolava nel passato. Un esempio moderno ed attuale, una donna che non ha mai pensato di cambiare il mondo ma si è adattata ad esso con gli enormi stravolgimenti che questo ha causato nel privato.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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Esordi felici [da Art Special Day]

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Senilità di Svevo: quiete apparente di una precoce vecchiaia

Pubblicato per la prima volta, senza successo, nel 1898 e ristampato, dopo una revisione, nel 1927, Senilità non è soltanto, forse, IL capolavoro di Italo Svevo ma anche un libro di rara potenza. Il quadro si è ristretto, in superficie, ma lo scavo è molto più profondo. Qui Svevo non ricorda nessuno scrittore: ricorda semplicemente se stesso.

Copertina di Senilità

Senilità è un termine insolito per dire vecchiaia. Al confine tra delicatezza ed ironia, è utilizzata quando si vuole addolcire la parola “vecchio” o quando si vuole puntigliosamente marcarne il significato. Indica una condizione fisico-biologica ma anche psichico-emotiva, trattiene ed intrappola in un’inerzia stretta ed appiccicosa. Lo sa bene Emilio Brentani, protagonista di un romanzo dal titolo essenziale quanto lapidario. Impiegato trentacinquenne con velleità letterarie, conduce due vite: la prima tra le squallide e grigie mura di un appartamento condiviso con la sorella-madre Amalia «…dei due, era lui l’egoista, il giovane; ella viveva per lui come una madre dimentica di se stessa…» e la seconda, piena di fintissima spensieratezza, costruita a tavolino tra sogni e perfette illusioni. Chi giunge a turbare quest’ultima esistenza è Angiolina, una giovane bionda dagli occhi «crepitanti» e il sorriso abbagliante che Emilio, inizialmente, è convinto di poter gestire a suo piacimento. Ben presto dovrà ricredersi: la bella figlia del popolo non solo scatena in lui una vera e propria passione amorosa ma, questa, aumenta di intensità a dispetto o, forse, in virtù dei continui tradimenti della ragazza.

Provando «amore e dolore», disperata gelosia e tormentoso risentimento, Emilio avverte il bisogno di confidarsi con l’amico Stefano Balli, scultore e gran rubacuori, di cui la stessa Angiolina finirà con l’innamorarsi. Il sodalizio tra Stefano ed Emilio, basato su di un comune interesse per l’arte, è un esempio di amicizia. L’artista è un bambino immaturo e capriccioso, ma la differenza tra il suo infantilismo prepotente e quello egoista di Emilio risiede nel suo modo inattaccabile di spacciarsi per un uomo di successo, brillante e realizzato nel suo lavoro. Sedurre più donne e scolpire il loro lato più vulnerabile nella freddezza del marmo, pur consapevole della mediocrità di un millantato talento, è il segreto della propria apparente felicità.

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Probabilmente, Angiolina è l’unico personaggio destinato a salvarsi dalla feroce morsa dell’inettitudine. Vanitosa, frivola, bugiarda, opportunista e, soprattutto, lontana dalla donna angelicata che Emilio ha idealizzato fin dall’inizio. Infine Amalia stessa, quando l’amore irromperà prepotente coi suoi colori nel grigiore di casa, si abbandonerà del tutto liberata dalle sue repressioni, al circolo terribile e vizioso di fantasie e di illusioni. Si innamorerà del Balli, lei, unica donna che lo spietato seduttore mai s’era riproposto di sedurre e tristemente la sua vita si avvierà verso una fine pietosa, squallida come era sempre stata. I quattro personaggi, le bugie che raccontano e che tentano di raccontare anche ai lettori vengono punti spietatamente dall’acuta ironia di Svevo. L’autore tenta di far emergere, con un’esagerazione esasperata dei comportamenti di ognuno, l’incapacità di essere obiettivi sulle esistenze che conducono. Il finale amaro coincide, da un punto di vista morale – evolutivo, con l’inizio e conferma la circolarità strutturale dell’intero romanzo. L’inetto è un personaggio che non può ambire al ruolo di tragico antieroe. La sua caratteristica principale è la rinuncia alla vita: rinuncia che non è la conseguenza di un estremo sforzo per raggiungere un obiettivo ma è la risposta ad una vita condotta sotto tono mai davvero vissuta. Forse, nemmeno sfiorata. Incarna colui che perde la sua lotta perché non prova nemmeno a combattere, non è padrone delle proprie scelte e mette in atto una serie di autoinganni per nascondere una tale inettitudine. Emilio resterà inetto dall’inizio alla fine di una storia dalla quale non trarrà alcun tipo di insegnamento. Non giungerà né ad un’evoluzione né ad un’involuzione. Fermo, quasi paralizzato dall’unica bruciante consapevolezza della propria incapacità di stare al mondo e di viverlo completamente. Come un vecchio, troppo presto vecchio, che ancora giovane volge lo sguardo al passato come un tempo finto di ricordi piacevoli e trova finalmente un’apparenza di quiete nella libertà senile di non dover più dimostrare agli altri e a sé stesso di saper godere della vita.

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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