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Yahama Clavinova

 

 

L’anno si ripiega su se stesso

inzuppato di umidore

che sale lento dalle suole delle scarpe.

Ogni cosa sta per fermarsi, stupita.

Il freddo ormai si addensa in una promessa di ghiaccio.

La conserverò per sempre,

intatta.

 

L’amore è così,

reclina il capo e sposa l’inverno degli addii.

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Louis Ferdinand Céline, Scrittore dello scandalo [da ArtSpecial Day]

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Louis-Ferdinand Céline (Louis Ferdinand Auguste Destouches, Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1° luglio 1961) è una delle personalità più controverse della letteratura del Novecento. Molto è stato scritto su di lui e ormai frequenti sono i saggi che trattano di questo straordinario romanziere francese che, per il suo stile e i suoi burrascosi trascorsi politici, seppe spaccare in due il fronte della critica nazionale e internazionale, provocando infinite e violente polemiche, ma anche curiose convergenze di opinione.

Basta dare un’occhiata alle più recenti biografie (come ad esempio quella molto dettagliata e critica di Philippe Alméras Cèline, edita nel 1997 da Corbaccio) o alle ristampe in lingua francese di quelle più vecchie che, soprattutto in questi ultimi anni, stanno tornando ad affollare le bancarelle delle librerie di mezza Europa, per rendersi conto che a distanza di quarantanni dalla sua morte, Céline sembra essere definitivamente risorto dall’inferno, affrancandosi da una scomunica che è stata decretata ai suoi danni ben prima della sua scomparsa – a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta – quando l’autore, attraverso le sue scelte politiche, si fece alfiere di assurde teorie antisemite, abbracciando non soltanto la causa della Francia di Vichy, ma addirittura anche quella della Germania nazista.

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Qui però occorre subito fermarsi e rammentare che in quel periodo in Francia non erano pochi a pensarla come Céline. Scrittori della fama di Brasillach e di Rebatet non ebbero timore di dichiararsi ostili al giudaismo e alle plutocrazie occidentali. Mentre intellettuali come François MauriacJean Paul Sartre e perfino André Gide cercarono di instaurare con il nuovo regime di Vichy un rapporto di non belligeranza.

Antisemita viscerale, antidemocratico, filonazista, guerrafondaio: ma Céline fu davvero tutto ciò?

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Può l’autore di capolavori assoluti come Viaggio al termine della notte Morte a credito avere messo al servizio di utopie malsane il proprio straordinario acume, la propria intelligenza e la propria sensibilità? O forse, più semplicemente, le ragioni dei comportamenti e delle scelte dell’uomo e dell’artista Céline devono essere analizzate in un preciso contesto storico, quello della Francia della prima metà del Novecento: una nazione in cui l’idea di patria e di identità di appartenenza etnico – culturale trovarono nel razzismo antisemita propagandato dalla Germania di Hitler un alleato contro l’ondata della modernità e di progresso, legata ai concetti nuovi di  produzione, caratteristici del liberalismo occidentale?

Le scelte politiche apparentemente folli di Céline, in fondo,  non avevano nulla di strano. Esse traevano origine da istanze molto diffuse tra la popolazione francese, i cui strati sociali medio-bassi e proletari (ma anche parte delle élite borghesi e culturali) manifestavano già da tempo una forte contrarietà nei confronti del capitalismo e del giudaismo. L’affaire Dreyfus aveva contribuito ad alimentare sia l’astio nei confronti degli ebrei che a fare sorgere una forma di xenofobia legata a psicosi da complotto internazionale.

Dopo la fine della guerra, Céline ebbe sempre la forza di sostenere che i suoi furono soltanto reati di opinione dai quali egli non volle mai trarre alcun beneficio economico o sociale. Cercò anche di differenziarsi da altri collaborazionisti francesi, ricordando di avere sempre lavorato per il bene della patria e di avere contribuito a salvare dalla forca diversi oppositori del regime di Vichy.

Ci si accanisce a volermi considerare un massacratore di ebrei. Io sono un preservatore accanito di francesi e ariani, e contemporaneamente, del resto, di ebrei… Ho peccato credendo al pacifismo degli hitleriani, ma lì finisce il mio crimine.

Il suo primo romanzo, Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit) pubblicato nel 1932 lo rese rapidamente celebre. Fu subito scandalo e provocò, nell’ambito letterario, un vero e proprio terremoto. Louis accetta il successo, ma, almeno in apparenza, ne rimane distaccato. Ciò che piace di Céline è il coraggio di immergersi nelle fogne dell’umanità, di sguazzare tra i nuovi Miserabili, condannati alla sofferenza, ma anche inclini al peccato. Fino da giovane, Céline ha sempre provato un gran gusto a rovistare nei meandri della miseria materiale e psicologica degli uomini. Con il passare degli anni ha poi addirittura acquisito il desiderio di costruirsi una nuova identità: un’identità specificatamente popolare, ma ovviamente molto distante dalle sue vere origini. Céline ama raccontare la vita dei perdenti e dei derelitti, ma lo fa però a modo suo, con rabbia velenosa, cinismo misto a pietà, allucinata determinazione e afflato di tenebre.

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E veniamo all’ultimo capitolo della parabola Céline. Dopo essere a mettere da parte una certa rendita, l’autore si apparta, anzi si barrica. Trova rifugio in una vecchia casa piena zeppa di libri e cianfrusaglie, circondato da cani e gatti, spesso ritratto sulla sua scrivania ingombra di fogli, pile di manoscritti, matite, penne e avanzi della cena. Borbotta e scrive, con la sua solita rabbia, con la sua solita genialità. Lavora tutto il giorno, ignorato dai più, e nelle rare soste gioca con i suoi gatti. E alla fine muore, il 1° luglio 1961. Ma in realtà egli se ne va come un artista autentico – cioè praticamente solo – inseguito dai primi echi di una riabilitazione critica troppo tardiva e forse indotta da inconfessabili sensi di colpa.

Un’autobiografia il mio libro? Ma andiamo. La mia vita è molto più semplice e molto più complicata.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

http://www.artspecialday.com/9art/2017/12/26/scandalo-louis-ferdinand-celine/

Raymond Radiguet: il talento oltre la leggenda [da ArtSpecialDay]

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Raymond Radiguet è stato un poeta francese la cui fama è legata non solo alle sue opere ma soprattutto alla sua brevissima e intensa vita. Morto a soli vent’anni, riuscì nei pochi anni passati sulla Terra a lasciare il proprio segno letterario.

Nato il 18 giugno 1903 a Saint-Maur-des-Fossés, non lontano da Parigi, figlio di Maurice, un caricaturista e disegnatore, e di Jeanne Marie Louis Tournier, ancora ragazzino si sposta con la famiglia nella capitale francese, dove frequenta il Liceo Carlo Magno. Gli insegnanti lo ritengono un buon allievo, ma per nulla portato per le discipline artistiche: abbandonerà la scuola ben presto anche a causa dei risultati scolastici mediocri, per assecondare il suo interesse per il giornalismo e per la letteratura. Grazie alla ricca biblioteca di famiglia si appassiona alla lettura, divorando gli scrittori del Seicento e del Settecento come Madame de La Fayette, ma anche Proust e Stendhal, oltre a poeti come LautréamontRimbaudMallarmé e Verlaine.
Nel 1917 Raymond Radiguet incontra Alice, una vicina di casa dei suoi parenti a Saint-Maur: i due avviano una relazione amorosa (Radiguet ha solo quattordici anni), che dura circa un anno; a partire dal 1918, il giovane si allontana progressivamente dalla ragazza. All’età di quindici anni, egli decide di abbandonare definitivamente gli studi e di cimentarsi con il giornalismo, grazie anche all’incontro con il poeta André Salmon, caporedattore del giornale L’Intransigeant, al quale propone alcuni dei suoi scritti. Si avvicina quindi al movimento modernista, i cui esponenti di spicco sono Juan GrisJean HugoMax Jacob e Pablo Picasso, e inizia a frequentare Jean Cocteau, che diventa il suo mentore e con il quale collabora a diverse riviste di avanguardia. Cocteauda intellettuale raffinato, elegante ed autentico dandy, rimase da subito colpito dall’aspetto naïf del giovane amico. Ecco un ritratto tracciato da Cocteau:

Era piccolo, pallido, miope, capelli mal tagliati che gli pendevano sul collo. Faceva sempre smorfie come davanti al sole. Saltellava camminando, tanto che sotto i suoi piedi il marciapiede sembrava elastico.

Radiguet rappresentava per Cocteau un caso miracoloso: la loro relazione fu tanto durevole quanto incomprensibile. Cocteau era anche al corrente delle frequentazioni femminili di Raymond, ma la vicenda che non sopportò affatto, fu la sua fuga con Brâncuși. Qualche giorno dopo l’inaugurazione del nuovo locale dell’avanguardia artistica, il Boeuf sur le toit, durante una cena con Picasso, Cocteau e gli altri, Brâncuși e Radiguet decisero di partire su due piedi per il Midi: la sera stessa presero il treno per Marsiglia, ancora in smoking, e si imbarcarono per la Corsica, dove rimasero per due settimane.

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Conosciuto nei circoli letterari parigini come Monsieur BebéRadiguet intrattiene relazioni con diverse donne: secondo Hemingway, che lo definisce “perversa” (al femminile), lo scrittore francese utilizzò la propria sessualità «per fare carriera». La sua presenza nell’ambiente artistico e culturale è favorita, in ogni caso, anche dalla sua eccezionale e precoce cultura, che lo porta a discettare con eguale disinvoltura di simbolismo o del Seicento francese, ma anche dalla sua produzione poetica (i suoi versi, però, verranno pubblicati solo dopo la sua morte).

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Nel 1923, non ancora ventenne, Raymond Radiguet pubblica il suo primo e più famoso romanzo, Le diable au corps (Il diavolo in corpo): si tratta della storia di una giovane donna sposata che intrattiene una relazione amorosa con un ragazzo di sedici anni mentre suo marito è lontano da casa, impegnato a combattere sul fronte, e che quindi desta scandalo nel suo paese coinvolto nella Prima Guerra Mondiale. Radiguet nega che la storia sia in parte autobiografica (come dimostra la sua storia con Alice), ma sono numerosi gli elementi che confermano tale supposizione, non ultimo – appunto – il suo amore viscerale per le donne. L’opera, che in un primo momento appare con il titolo di Coeur vert (Cuore acerbo), si fa apprezzare nell’ambiente letterario, oltre che per i temi molto espliciti, anche per i toni e per lo stile unico con il quale è scritta, basandosi sullo psicologismo del XVII e del XVIII secolo, con tratti ironici e talvolta crudeli. Per Il diavolo in corpo Radiguet conobbe anche il morso della critica rivoltagli da GideAragonMartin du Gard.

 

Raymond Radiguet muore a Parigi il 12 dicembre del 1923 a causa della febbre tifoidea: aveva contratto la malattia in seguito a un viaggio intrapreso in compagnia di Cocteau. Tre giorni prima di morire, aveva confidato al suo mentore:

Nel giro di tre giorni, sarò colpito dai soldati di Dio.

Ai funerali di Radiguet erano presenti, tra gli altri, Brâncuși e Picasso e la cerimonia venne organizzata da Coco Chanel, a riprova del peso intellettuale che ebbe questo giovanissimo astro della letteratura francese.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

http://www.artspecialday.com/9art/2017/12/12/raymond-radiguet-talento-leggenda/

In memoria di Alessandro Leogrande: lo scrittore sempre vicino agli ultimi [da ArtSpecialDay]

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Aveva solo quarantanni Alessandro Leogrande. Grande intellettuale della nostra generazione, tarantino di nascita e romano di adozione, è scomparso all’improvviso a Roma il 26 novembre. Una mente che funzionava straordinariamente bene e che era stata in grado di piegare, nel modo più brillante, la scrittura a temi “scottanti”, trattari in una chiave non retorica né didascalica.

Sono rimasto a lungo a osservare lo scheletro vuoto della scuola. Non è rimasta una sola porta, un solo vetro alle finestre, una sola tazza del cesso, una sola sedia, una sola lavagna, un solo infisso. Perfino i mattoni e il ferro sono stati famelicamente strappati.

Per Alessandro Leogrande l’attualità non era una pellicola da sfiorare appena, ma la sostanza stessa della realtà sociale, il nucleo del nostro tempo da interrogare e indagare senza sosta. La letteratura per lui non è mai stata una forma di ripiegamento narcisistico e in fondo cinico, ma la via più efficace di impegno, di comprensione, di trasformazione della realtà. Del resto, i suoi modelli – Antonio GramsciAlbert CamusCarlo Levi Pier Paolo Pasolini – indicavano perfettamente l’orizzonte solido su cui si muoveva il suo ingegno: uno sguardo sempre lucido ed attento, capace di collegare punti e dimensioni della storia anche molto distanti tra loro. Un intellettuale finissimo, insomma, di quelli che guardano la realtà – soprattutto quella sociale – e sono capaci di raccontarci come funziona, cosa nasconde e cosa rivela.

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Era nato a Taranto quarant’anni fa. Si era formato nell’ambiente cattolico, era stato scout da giovanissimo, poi impegnato nella Caritas della città dei due mari e, successivamente, in Albania. Si era trasferito a Roma dove aveva iniziato a collaborare allo Straniero di Goffredo Fofi, prima come redattore poi come caporedattore ed infine come vicedirettore. Sulle pagine di quella rivista, che cercava sempre di fare il contropelo alle convinzioni dominanti andando a scavare nelle cose, nei fenomeni e nei fatti sociali, ha scritto articoli illuminanti che poi sono diventati libri. Ha parlato a lungo della sua città – avvolta nei fumi del grande impianto siderurgico prima di stato poi privatizzato, micidiale per la salute, l’Ilva – e dei fumi di una politica populista degli anni di Giancarlo Cito. Ha reso, tra i primi, nazionale il caso di una città «singolare laboratorio urbano, stretto tra le ciminiere dell’Ilva e il mare che si apre davanti ai suoi palazzi, emblema dello sviluppo novecentesco e del suo rifluire verso una crisi profonda», come scriveva in Fumo sulla città, pubblicato da Fandango nel 2013, dove raccolse pensieri, osservazioni, dati e dialoghi accumulati negli anni. Nella sua figura così schiva e nel suo tono così mite si sentiva con sorpresa a tratti rivivere – molto più che in tanti imitatori, del tutto innamorati invece dell’ossessione contemporanea per la presenza e infettati dal conformismo – proprio il fuoco interiore di Pasolini, quella capacità innata di far convivere benissimo passione e ideologiaemozione e pensiero. Questa acutezza del pensiero si accompagnava a una grande generosità alimentata dalla curiosità e dal desiderio di scambiare idee, di esplorare nuovi territori, di scoprire nuovi e sguardi.

I titoli dei suoi libri rendono chiaro il suo impegno, anche sociale: Leogrande ha pubblicato, con L’Ancora del Mediterraneo, Un mare nascostoLe male vite. Storie di contrabbando e di multinazionaliNel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra. Per Strade Blu Mondadori Uomini e caporaliViaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, col quale ha vinto Premio Napoli-Libro dell’anno, il Premio Sandro Onofri, il Premio Omegna e il Premio Biblioteche di Roma. Per Feltrinelli è uscito Il naufragio. Morte nel Mediterraneo con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi, e il suo ultimo libro, La frontiera, con il quale ha vinto il Premio Pozzale Luigi Russo.

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Che fare, dunque? Oltre a piangere la perdita prematura di uno scrittore scomparso ad appena quarantanni, a leggere e studiare le sue opere, forse bisogna provare in ogni modo a sviluppare e realizzare – anche per resistere a un tempo crudele che sembra deciso a divorare i suoi figli – la visione ambiziosa che ci lascia in eredità. Non solo per l’identità culturale della Puglia, ma dell’Italia e dell’Occidente. Mancherà questo giovane intellettuale sempre desideroso di dialogare. Mancherà a questo paese che di sguardi acuminati e appassionati, guidati da un’etica profonda, ha bisogno come il pane.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/30/alessandro-leogrande-scrittore-ultimi/

“Macerie prime”: la nuova maturità di Zerocalcare [da ArtSpecial Day]

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«Nostalgia canaglia»: sono queste le prime due parole che balenano nella mente di chi è intento a leggere un’opera di Zerocalcare, ma non in questo caso, non con Macerie Prime.

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Affermare che «crescere è difficile» è un po’ come dire che il mare è salato, soprattutto per chi non ha affrontato un percorso esistenziale facile o ben delineato. Il viaggio verso il raggiungimento della vita adulta non ha mappe: al contrario, il più delle volte, una mappa non serve affatto. Siamo fermi, in mezzo alla strada, in balia di chi arriva e di chi se ne va. Cerchiamo di capire se è giusto seguire le indicazioni di qualcuno, rischiando di sbagliare, senza provare a pensare con la nostra testa o se è preferibile «diventare bravissimi a sbagliare da soli», così da essere fuori posto, ma, al tempo stesso, senza allontanarci da come ci sembra giusto essere. Macerie prime è questo: un viaggio senza meta attraverso le scelte, le ingiustizie e i sacrifici di cui è fatta la vita. L’ultimo lavoro di Zerocalcare si rivela anche essere il meno nostalgico e più introspettivo fumetto pubblicato dall’autore romano, ricco di simbolismi variegati, forti ed efficaci con i quali molti saranno sicuramente in grado di immedesimarsi.

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Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, torna in libreria con Macerie prime (Bao Publishing), primo atto di una narrazione che si concluderà con un secondo volume in uscita in primavera. Il celebre fumettista classe ’83, creatore di graphic novel bestseller come La profezia dell’armadillo (da cui sarà tratto il film diretto da Emanuele Scaringi e prodotta da Fandango e RaiCinema, scritto da Oscar Glioti, Pietro Martinelli, Valerio Mastandrea oltre che dallo stesso Zerocalcare, ndr) e Kobane Calling, scrive e disegna un’opera più intima che mai, su quello che sono i sogni per il futuro e lo scontro con la realtà che, inesorabile, distrugge le aspettative.

Ad un già nutrito gruppo di personaggi già abbondantemente sdoganati nei precedenti lavori dell’artista (l’amico Cinghiale, Secco) si uniscono alcuni nuovi elementi che risultano ben calibrati e distanziati al punto giusto dal resto dei comprimari. Ogni singolo elemento di questo gruppo di naufraghi alla deriva nel mare della vita si ritrova ad affrontare un personale demone della crescita che lo porterà, tuttavia, a perdere una parte di sé, come conseguenza di una nuova presa di coscienza.
Macerie Prime è un’opera corale: i protagonisti procedono lungo vie personale estremamente differenti da quelle degli altri comprimari ma il punto di arrivo sarà il medesimo. Da ciò consegue una narrazione che riconosce il giusto spazio ad ognuno creando un’intreccio di emozioni molto differenti tra loro, che ci trascina fino alla fine del volume ricca di suspense.

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La grande forza di Michele Rech è sempre stata questa in fondo: raccontarci cose talvolta molto serie ed impegnative,mettendoci fin da subito a nostro agio, della serie «ahò, se mo’ ce l’ho fatta io, che voi non farcela te».

<<Questa è la storia della fase comune di tutti gli esseri umani: la crescita.>>

Scopriremo che nell’ultimo periodo gli impegni di Zerocalcare lo hanno portato ad allontanarsi un po’ (troppo) dagli amici di sempre e che qualche pezzo se l’è perso per strada. Il ritrovo sarà l’occasione per tornare a fare il punto zero della storia, per fotografare una situazione, tutta italiana, dove un quarantenne ancora non riesce a guadagnare più di 800 euro al mese, dove la superficie media di un appartamento “accessibile” è di 30 metri quadri, dove il successo altrui a volte viene visto con sospetto anziché preso ad esempio per migliorare la propria condizione. Calcare sarà chiamato dagli stessi amici a fare da sponsor per un bando di gara, proprio in virtù del suo aver avuto successo e del dover restituire un po’ del bene che si è ricevuto.

<<Ogni personaggio di questa storia dovrà affrontare il proprio “boss finale” per passare alla fase successiva.>>

Zerocalcare fa stare bene. Il suo modo di scrivere e di inframmezzare importanti riflessioni con battute, sketch e il profondo effetto nostalgia mette a proprio agio. Il “nostro amico” di Rebibbia prende un vissuto, un trascorso di tutti quanti noi e che quindi conosciamo bene, lo romanza, lo confeziona e ce lo consegna, come a dirci «hey, non hai dimenticato qualcosa?»

A volte, con artisti molto famosi, si può incappare in un effetto indesiderato della popolarità: si tende ad idolatrare tutto e a volte a dare significati alle opere che magari non esistono. Non vale per Zerocalcare perché il suo critico più severo è lui stesso, dentro le sue opere.

Per questo Zerocalcare è ancora uno di noi.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/28/macerie-prime-zerocalcare/

Proust contro Cocteau: storia di un’amicizia difficile [da ArtSpecialDay]

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Il saggista e critico francese Claude Arnaud ha recentemente pubblicato il saggio Proust contro Cocteau (Archinto, 2017) incentrato sul rapporto tra i due grandi intellettuali Marcel Proust e Jean Cocteau, rapporto di amore e odio, in bilico tra letteratura, poesia e arte, e frivolezza, diffidenza ed anche amicizia. Nel suo libro, Arnaud mette a confronto i due autori analizzando la loro relazione particolare.

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Per esempio, il 23 novembre 1913 Du côté de chez Swann (Dalla parte di Swann) è in libreria da nove giorni. Il quotidiano illustrato Excelsior gli dedica questa recensione nella sua Galleria di busti, che prevede brevi trafiletti di attualità culturale:

<<Tutti sanno che il libro, il primo libro del Ciclo Marcel Proust, è appena uscito. Marcel Proust è rispettato, ascoltato, amato. Vi  importerà poco, credo, di sapere che portava la barba e ora non la porta più. È un raro onore far parte di coloro che ha il dono di abbagliare, tra le quattro mura rivestite di sughero della sua camera di malato. Quel che ha dipinto, è una miniatura gigante, colma di miraggi, di figure, di giardini sovrapposti, di giochi tra lo spazio e il tempo, di larghe pennellate fresche alla Manet […] Dalla parte di Swann non somiglia a nulla che io conosca e mi ricorda tutto quello che ammiro. I capolavori sono cugini fra loro. Con un solido filo tra le dita, passeggiamo tra i molteplici specchi di questo labirinto a cielo aperto. Affascinati, esaltati, procediamo prima in un senso, poi in un altro, non vorremmo più uscire. Excelsior mi ha chiesto un busto: il carattere frammentario di questa effigie giustificherà la mia insufficienza>>.

La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libro sui Balletti russi di Djagilev. Il titolo della seconda opera, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: disegna, danza, suona il piano con straordinaria grazia ed impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, secondogenito dell’autore di Tartarin, talentuoso e brillante quanto lui ma, soprattutto, intimo amico di Marcel Proust. In poche righe, Cocteauriesce a racchiudere il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato in cui essere ammessi è un raro privilegio ed una grande emozione. Per tutta la vita evocherà, tra i ricordi più vivi della sua giovinezza, la voce dell’amico che legge frammenti dell’ancora inedito Alla ricerca del tempo perduto. Dotato di straordinaria abilità mimetica, saprà perfino riprodurre quella voce. Claude Arnaud racconta:

<<Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore]per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando. E, in effetti, “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo>>.

Marcel diverte gli amici riproducendo il falsetto isterico del poeta dandy Robert de Montesquiou, maestro di eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel ma anche lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski. Il rischio più grande del suo talento è quello di smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui. È il primo, non l’unico, tratto che li accomuna. Nel mimetismo, di sicuro, si nasconde la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per decenni, soprattutto dopo la morte di Proust.

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La firma è quella di Jean Cocteau, ventiquattrenne protagonista della mondanità parigina. Ha pubblicato due raccolte di versi e ha scritto, insieme a Federico de Madrazo, un libro sui Balletti russi di Djagilev. Il titolo della seconda opera, Il Principe frivolo, sembra definirlo alla perfezione: disegna, danza, suona il piano con straordinaria grazia ed impareggiabile leggerezza. È molto legato al pittore Lucien Daudet, secondogenito dell’autore di Tartarin, talentuoso e brillante quanto lui ma, soprattutto, intimo amico di Marcel Proust. In poche righe, Cocteauriesce a racchiudere il fascino del romanzo di Proust e l’atmosfera ovattata della sua camera di malato in cui essere ammessi è un raro privilegio ed una grande emozione. Per tutta la vita evocherà, tra i ricordi più vivi della sua giovinezza, la voce dell’amico che legge frammenti dell’ancora inedito Alla ricerca del tempo perduto. Dotato di straordinaria abilità mimetica, saprà perfino riprodurre quella voce. Claude Arnaud racconta:

<<Per un quarto di secolo, Cocteau perfezionerà il suo “Proust” di fronte al pubblico più vario. Ancora nel 1961, lo resuscita così bene, nel corso di una serata in onore della nipote di Proust, che ciascuno degli invitati, Céleste [la governante dello scrittore]per prima, ha la sorprendente sensazione di rivedere  il “piccolo Marcel” che si spolmona nella sua camera di sughero: Cocteau era il tempo ritrovato, fisicamente parlando. E, in effetti, “mimetismo” è la parola chiave per comprendere  le affinità che legano Jean e  Marcel.  Entrambi  sono prodigiosi imitatori, dall’orecchio finissimo>>.

Marcel diverte gli amici riproducendo il falsetto isterico del poeta dandy Robert de Montesquiou, maestro di eleganza parigina negli anni della sua prima giovinezza. Jean, a sua volta, sa ricreare non solo la voce di Marcel ma anche lo stile di Matisse e le movenze di Nijinski. Il rischio più grande del suo talento è quello di smarrire la propria singolarità facendosi eco del genio altrui. È il primo, non l’unico, tratto che li accomuna. Nel mimetismo, di sicuro, si nasconde la segreta ambivalenza destinata a trasformare l’amicizia giovanile in un odio-amore che Cocteau si porterà dietro per decenni, soprattutto dopo la morte di Proust.

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Il desiderio mimetico è quello che lega l’individuo moderno ad un modello venerato ed esecrato al tempo stesso. Questo modello sembra detenere le chiavi di un mondo privilegiato dal quale la vittima del desiderio mimetico è ingiustamente escluso. È il mediatore che si frappone tra lui e tutti i suoi sogni più cari. Quando il ventenne Cocteau viene presentato al quarantenne Proust, questi non può che far divampare il desiderio mimetico del giovane poeta: un rabbioso bisogno di sostituirsi a luidi rubargli il segreto della sua innegabile superiorità, di  vincere la sfida dolorosa di una rivalità mortale.

Dopo qualche tempo, però, i successi di Cocteau portano ad un rovesciamento dei ruoli. Jean brucia le tappe della celebrità mentre Marcel, chiuso tra i mobili polverosi dei genitori ed immerso nel suo immenso romanzo retrospettivo, sembra prigioniero di un passato che lo assorbe completamente. Tuttavia il premio Goncourt, attribuito nel 1919 a All’ombra delle fanciulle in fiore, cambia tutto: il piccolo Marcel, che vive sepolto tra i ricordi di un’età favolosa ormai scomparsa, viene riconosciuto come uno dei massimi romanzieri del Novecento.

Gli ultimi anni della vita di Jean sono invece profondamente amareggiati dalla sproporzione tra l’interesse crescente che suscita l’opera di Proust e la scarsa attenzione dedicata alla sua. Tra le pagine segrete dei suoi diari dà libero corso al risentimento: nulla gli pare più abusivo dell’ammirazione quasi sacrale con cui i critici si accostano alla Ricerca. L’opera di Proust, ai suoi occhi, è un’informe marmellata e i suoi personaggi, fantocci a due dimensioni.

<<Proust era AL SERVIZIO. Al servizio del suo alveare. Obbediva a leggi di notte e di miele>>.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

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Al Museo Civico di Bari Frida Kahlo e il mito di Macondo nelle foto di Leo Matiz [da ArtSpecialDay]

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Il Museo Civico di Bari ospita la mostra dedicata ad uno dei principali protagonisti della fotografia del Novecento: Leo Matiz, nato nel 1917 ad Aracataca in Colombia, la città che vide i natali anche di Gabriel García Márquez e che ispirò la mitica Macondo di Cent’anni di solitudine.

L’esposizione, intitolata Frida Kahlo nella casa Azul – Macondo Mito e Realtà nelle fotografie di Leo Matiz, si compone di tre diverse sezioni che si sviluppano secondo un percorso che avvolge interamente lo storico edificio di Strada Sagges nel cuore della città vecchia: protagonisti sono alcuni degli esponenti più significativi dell’arte e della cultura latino-americana del secolo scorso come Frida Kahlo, Diego Rivera e il già citato Garcia Márquez, di cui Matiz fu amico e testimone attraverso le sue opere.

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Idealmente il racconto ha inizio proprio da Bari, la città che Alejandra Matiz, figlia di Leo, ha voluto omaggiare in onore della sua amicizia con Magda Bisceglie. Originaria di Bari vecchia, nel 1957 venne immortalata a sua insaputa nella foto Magda e il nano, scattata dallo stesso Matiz a Caracas, dove la donna visse dall’età di 4 anni. L’istantanea, nella quale Magda si è riconosciuta 35 anni dopo in una monografica su Matiz a Milano, è diventata un manifesto della cordialità umana, tanto da essere acquistata dal MoMA di New YorkMagda è il legame che unisce varie storie: sposa Antonio Massarelli alla fine degli anni Cinquanta e torna a vivere con lui in Italia. Molti anni dopo, grazie al suo lavoro di restauratrice, conosce Alejandra Matiz e ne nasce un’amicizia intensa, ma solo dopo diversi anni scoprirà di essere stata la protagonista involontaria di uno scatto dell’artista. Non a caso l’esposizione si apre, al piano terra, proprio con la splendida immagine di Magda e il nano: una ragazza che, nata della vecchia Bari ed emigrata nel Nuovo Continente, grazie all’intuito di Matiz diventa un emblema del calore umano tipici di due culture come quella latino-americana e quella mediterranea, che tanto hanno in comune.

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Una fotografia ha sempre il potere di cogliere un attimo e renderlo eterno, congelandolo attraverso la quarta dimensione, quella del tempo. Ma poche sono quelle fotografie, e ancor più quei fotografi, che sanno raccontare una storia e svelarne l’essenza. Leo Matiz è senz’altro fra questi. La sua vita è stata un intreccio di incontri imprevedibili e coincidenze che ne avrebbero segnato la carriera. La prima, appunto, quella di nascere nel 1917 nella città colombiana di Aracataca, la seconda è quella di incontrare la pittrice Frida Kahlo, durante uno dei suoi viaggi in Messico. Siamo negli anni ’40 e la Frida di allora è una donna che ha raggiunto la maturità artistica e l’equilibrio di donna autonoma, che ha saputo fare dell’arte il riscatto per superare tutte le sofferenze che un destino travagliato come il suo le avrebbe riservato. Di quello storico incontro, il poliedrico fotografo ha lasciato una preziosa testimonianza: oltre 50 scatti, tutti esposti nella mostra barese. Un reportage fotografico ambientato in un luogo simbolo, oggi trasformato in museo: la casa in cui Frida era nata nel 1907 e dove si trasferì con il marito Diego Rivera. Un racconto in bianco e nero che non è solo documento di uno spaccato di vita dell’artista messicana ma che svela e rivela, attraverso il filtro dell’amicizia che ha legato i due, un ritratto intimo e inedito della pittrice più iconica del secolo scorso.

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Matiz ritrae una donna dalla vita intensa, ricca di passioni, come i personaggi di Garcia Márquez: una rara combinazione di reale e straordinario. Dall’incontro con l’artista messicana nasce un proficuo rapporto artistico e di amicizia che dà vita ad un percorso estetico ed evocativo, concretizzato in una serie di fotografie che ritraggono la pittrice nella sua vita quotidiana, nella sua casa, nel suo quartiere. Nel 1997, un anno prima di morire, Matiz torna nella casa Azul – diventata ormai un santuario in cui vive il ricordo di Frida e del marito Diego Rivera, scomparsi da tempo – e ne lascia una testimonianza in una serie di immagini in cui sembra avere il presagio della sua stessa fine ormai vicina.

Macondo, luogo intriso di realtà e mito, è il tema della sezione della mostra allestita sul terrazzo del secondo piano del museo per realizzare una intrigante contaminazione tra le immagini di Matiz, evocative di un favoloso mondo tropicale, e lo scenario altrettanto suggestivo che si gode dai tetti della città vecchia. Matiz ritrae Aracataca nelle sue fotografie con lo stesso alone di magia con cui Márquez descrive Macondo. Le immagini degli abitanti della costa colombiana, ripresi nei ritmi e nelle attività della loro vita quotidiana, nella loro bellezza raccontano un mondo mitico di cui il fotografo e lo scrittore sono i cantori.

Frida Kahlo nella casa Azul – Macondo Mito e Realtà nelle fotografie di Leo Matiz
A cura di Armida Massarelli
Museo Civico di Bari
Dal 27 ottobre 2017 al 15 gennaio 2018

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

 

http://www.artspecialday.com/9art/2017/11/14/bari-frida-kahlo-macondo-leo-matiz/