Un gioco senza età

La mia vita ha l’equivalente simbolico del gattonare.

Mi accampo furtiva sempre lontana dal mio nido per negoziare con ogni uomo che incontro il gran ritorno.

Eppure l’indicatore romantico mi suggerisce nuove idee, curiosità, ispirazioni: qualcosa di disinvolto che potrebbe conciliarmi finalmente al mondo, al tutto.

Ma non c’è verso, nessuna speranza.

L’unico equilibrio che so sostenere è l’aura di mediocrità di chi mi raggiunge, di chi non ha pace.

AAA cercasi incipit

Questa mattina forse abbiamo tirato un sospiro di sollievo pensando di esserci svegliati ed aver superato un anno che rimarrà nella storia. Certo, rispetto a ieri, cambia poco o niente ma già solo il fatto di aver messo una croce nera su questo 2020 a me ha aiutato parecchio.

In questi mesi abbiamo perso tanto, il nostro cuore si è imbrattato di cinismo, molti si sono incattiviti, sono riaffiorati vecchi rancori casalinghi, la nostra psiche ha avuto bisogno di un supporto che non sempre c’è stato. Tante famiglie hanno qualcuno in meno da riabbracciare.

Io, qualche volta, ho pianto. In altre occasioni mi sono lasciata sopraffare dall’ansia costante di non avere sufficiente tempo a disposizione per fare tutto ciò che voglio. Ho temuto, soprattutto nelle notti di quel dannato lockdown interminabile, che l’abisso che avevo dentro mi risucchiasse irreversibilmente. Ma poi, nei momenti di lucidità, mi sono detta che per poco che abbia un uomo potrebbe avere ancora meno. L’ho capito a fatica e mi è servito a resistere. D’altronde avevo alternative?

Credit: @lalettricecontrocorrente

Nell’anno del dare del perdere tutto, alcuni libri hanno acceso le stelle nei giorni più neri: i Diari di Sylvia Plath, le opere di Dostoevskij e le poesie di Franco Arminio in particolare. Ho molto per cui essere grata. La fiducia nell’anno che verrà non può limitarsi al testo di una famosa canzone.

Via D’Azeglio, Bologna

Occhi di ambra

Ci siamo inventati la felicità troppo in fretta.

Una verità semplice, di quelle senza ragione.

Mi hai preparato il caffè la notte prima

mentre ti accarezzavo i capelli

lasciando che le dita stanche vi si impigliassero,

l’aria di chi manca da anni.

Ci siamo trascinati in strada:

eravamo una città nella città

e le nostre risate riempivano i vuoti

che l’estate torrida lascia sempre dietro di sé.

Così, mi trafiggevi di polline nel parco dietro casa

e la resa appariva più dolce.

Eppure ci siamo confusi in un binocolo:

mentre tu, fuori, colpivi la lente

io, ti vedevo grande

l’eroe che aspettavo da sempre

e boccheggiavo, mi dimenavo.

Ero un’attenzione,

una distrazione

o solo una macchia nell’iride

che tu già oltrepassavi.

Dead bees on a cake

Sta cambiando il tempo, mi fanno male i polsi.

Non penso dipenda dallo stretching eccessivo di ieri pomeriggio.

Credo che abbia a che fare con un certo modo di affrontare le situazioni

che devo rivedere.

Un modo che non ho e che devo imparare al più presto.

Forse, alcune parti di me lo sentono prima di altre.

Forse, è come dici sempre tu:

bisogna smettere per poter continuare.

Poco fa, una folata di vento improvvisa ha invaso la stanza.

Sono caduti dei libri, ho visto dei fogli svolazzare.

Dalla bacheca si è staccata una puntina con delle foto.

Vecchie istantanee sbiadite, esperimenti riusciti a metà.

Devo ricordarmi di non metterci un piede sopra.

Dentro è tutto isolato da una specie di rumore sordo senza interruttore.

Isolato insieme al resto, isolato e insieme.

Ma se scegli di isolare tutto, cosa rimane fuori?

Sliding doors [parte I]

Tutti i grandi sentimenti sono governati da congiunture fortuite

e manovrati incessantemente da una sequenza logica

che rende pregevole

e quasi ammissibile

la sottomissione melliflua.

Da alcuni giorni, mi sveglio con un pensiero fisso

un ritornello inconscio che a tratti mi inquieta:

le persone sono come orizzonti.

Oltre l’orizzonte, io non posso andare.

Oltre le persone, invece, sì.

Tutto dipende solo da me.

Se fossero effettivamente degli orizzonti,

sarebbero sempre uguali

ma il tempo, in questo, è un fedele alleato

e aiuta a rivelarle tutte.

Ciò che immagino per me

è, in realtà, al di fuori di me.

Mai dimenticare che l’ombra è sempre più grande

dell’oggetto che viene proiettato.

Oppure, con il mio temperamento nervoso ed ipersensibile

ogni volta che insorgo e mortifico

creo ed uccido

interpreto male l’ipotesi del grande amore.

E genero infiniti sliding doors.

Khmer

Scrivere

oggettivare la propria vita

anche in forme brutali

leggermente degradate

scostanti

insomma, provare a darsi una spiegazione

Consegnarsi passivi

attraverso un corpo che prende vita

e forma

solo se drammaticamente contornato

insomma, tentare di darsi delle risposte

Dani Olievier, Gioco di luci su corpo di donna

Scrivere

monitorare le mille versioni differenti

lievemente cangianti

archiviare le urgenze

Qual’è la via più accessibile al sogno?

O magari, al suo incubo riflesso?

Générique

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La Notte aspetta

per riprendermi dai suoi tormenti.

Immagina crea disegna

affinché io smetta di essere intoccabile.

 

Davanti a me

c’è tutto un mare orlato di tenerezza

di perdono

di grazia

di resa.

 

Poi,

quando il respiro si affievolisce

e si assottiglia dal corpo,

devo ricominciare a vivere per due.

 

Rimane la coscienza immutabile del porto.

L’idea non scontata fatta di certezze

di un tuo ritorno.

Sinfonia n.8 in B minore

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Niente di ciò che provo rimane permanente.

Non preparo mai in anticipo il finale di una storia.

Perché, in fondo, avvicino le cose destinate a restare lontane.

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La passione, si sa, è mutevole. Non smette mai di cambiare.

Riempie di annotazioni i margini delle bozze e, quando questi scompaginano, il vissuto vi aggiunge la propria conclusione.

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Ma, questa volta, vorrei provare a cambiare l’epilogo.

Perché sono una cronista mancata.

Ho la consapevolezza di cosa significhi appartenere a quel passo di pagina fuggevole che mi è concesso.

Inquietudine n.1

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Anche i più bei orizzonti mi tingono di vermiglio il cuore.

“Cos’hai?” arriva puntuale la domanda. Non so rispondere.

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Appunti di calligrafia minuta, rapida intrattengono migliaia di segni su questo cielo dalle terminazioni scarlatte. Sto abbozzando della mia opera i semplici dintorni di un regno malandato.

Sono mai stata regina? E se sì, di quale cuore?

Mi è difficile conciliare tutto con la quiete.

E disputare ogni tramonto con un Sole rancoroso ed appassionato.

Stati di apnea

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Ciò che accade è che, nonostante tutto il tempo trascorso dalla nostra separazione, restano inalterati gli effetti: un matrimonio, un pranzo in famiglia, una certa canzone, l’abitudine di fare una cosa, una pubblicità ascoltata per pigrizia, un credo politico su cui eravamo d’accordo. C’era la vita e la vita altra, quella di chi sopravvive ad una tragedia. Per dimenticarti, probabilmente, ci vorrebbe qualcosa al di là degli esseri umani. Alcuni significati continuano anche se crediamo di averli sostituiti, dimenticati. L’inganno l’ho riconosciuto dal primo giorno senza te. Quali creature riescono a sopravvivere in questo modo alla fine?

 

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Il passato non si rifiuta mai a pezzetti ma è come un unico grande blocco che si schianta prepotente sul presente. A volte, mi capita di affrontare una giornata con l’angoscia chirurgica nelle vene: ho la tentazione di chiamarti pur sapendo che il tuo numero non è più attivo da anni. Più che altro per regolare, una volta per tutte, i conti. Non con te ma con un’epoca diversa in cui sono esistita sotto altre forme che, per caso, ho riconosciuto in questa istantanea. Forse, la tua unica “colpa” è di non avermi educata al dolore: oggi ne sento ancora l’eco mentre non ricordo più la tua voce.

 

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