Occhi di ambra

Ci siamo inventati la felicità troppo in fretta.

Una verità semplice, di quelle senza ragione.

Mi hai preparato il caffè la notte prima

mentre ti accarezzavo i capelli

lasciando che le dita stanche vi si impigliassero,

l’aria di chi manca da anni.

Ci siamo trascinati in strada:

eravamo una città nella città

e le nostre risate riempivano i vuoti

che l’estate torrida lascia sempre dietro di sé.

Così, mi trafiggevi di polline nel parco dietro casa

e la resa appariva più dolce.

Eppure ci siamo confusi in un binocolo:

mentre tu, fuori, colpivi la lente

io, ti vedevo grande

l’eroe che aspettavo da sempre

e boccheggiavo, mi dimenavo.

Ero un’attenzione,

una distrazione

o solo una macchia nell’iride

che tu già oltrepassavi.

Dead bees on a cake

Sta cambiando il tempo, mi fanno male i polsi.

Non penso dipenda dallo stretching eccessivo di ieri pomeriggio.

Credo che abbia a che fare con un certo modo di affrontare le situazioni

che devo rivedere.

Un modo che non ho e che devo imparare al più presto.

Forse, alcune parti di me lo sentono prima di altre.

Forse, è come dici sempre tu:

bisogna smettere per poter continuare.

Poco fa, una folata di vento improvvisa ha invaso la stanza.

Sono caduti dei libri, ho visto dei fogli svolazzare.

Dalla bacheca si è staccata una puntina con delle foto.

Vecchie istantanee sbiadite, esperimenti riusciti a metà.

Devo ricordarmi di non metterci un piede sopra.

Dentro è tutto isolato da una specie di rumore sordo senza interruttore.

Isolato insieme al resto, isolato e insieme.

Ma se scegli di isolare tutto, cosa rimane fuori?

Sliding doors [parte I]

Tutti i grandi sentimenti sono governati da congiunture fortuite

e manovrati incessantemente da una sequenza logica

che rende pregevole

e quasi ammissibile

la sottomissione melliflua.

Da alcuni giorni, mi sveglio con un pensiero fisso

un ritornello inconscio che a tratti mi inquieta:

le persone sono come orizzonti.

Oltre l’orizzonte, io non posso andare.

Oltre le persone, invece, sì.

Tutto dipende solo da me.

Se fossero effettivamente degli orizzonti,

sarebbero sempre uguali

ma il tempo, in questo, è un fedele alleato

e aiuta a rivelarle tutte.

Ciò che immagino per me

è, in realtà, al di fuori di me.

Mai dimenticare che l’ombra è sempre più grande

dell’oggetto che viene proiettato.

Oppure, con il mio temperamento nervoso ed ipersensibile

ogni volta che insorgo e mortifico

creo ed uccido

interpreto male l’ipotesi del grande amore.

E genero infiniti sliding doors.

Khmer

Scrivere

oggettivare la propria vita

anche in forme brutali

leggermente degradate

scostanti

insomma, provare a darsi una spiegazione

Consegnarsi passivi

attraverso un corpo che prende vita

e forma

solo se drammaticamente contornato

insomma, tentare di darsi delle risposte

Dani Olievier, Gioco di luci su corpo di donna

Scrivere

monitorare le mille versioni differenti

lievemente cangianti

archiviare le urgenze

Qual’è la via più accessibile al sogno?

O magari, al suo incubo riflesso?

Générique

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La Notte aspetta

per riprendermi dai suoi tormenti.

Immagina crea disegna

affinché io smetta di essere intoccabile.

 

Davanti a me

c’è tutto un mare orlato di tenerezza

di perdono

di grazia

di resa.

 

Poi,

quando il respiro si affievolisce

e si assottiglia dal corpo,

devo ricominciare a vivere per due.

 

Rimane la coscienza immutabile del porto.

L’idea non scontata fatta di certezze

di un tuo ritorno.

Sinfonia n.8 in B minore

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Niente di ciò che provo rimane permanente.

Non preparo mai in anticipo il finale di una storia.

Perché, in fondo, avvicino le cose destinate a restare lontane.

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La passione, si sa, è mutevole. Non smette mai di cambiare.

Riempie di annotazioni i margini delle bozze e, quando questi scompaginano, il vissuto vi aggiunge la propria conclusione.

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Ma, questa volta, vorrei provare a cambiare l’epilogo.

Perché sono una cronista mancata.

Ho la consapevolezza di cosa significhi appartenere a quel passo di pagina fuggevole che mi è concesso.

Inquietudine n.1

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Anche i più bei orizzonti mi tingono di vermiglio il cuore.

“Cos’hai?” arriva puntuale la domanda. Non so rispondere.

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Appunti di calligrafia minuta, rapida intrattengono migliaia di segni su questo cielo dalle terminazioni scarlatte. Sto abbozzando della mia opera i semplici dintorni di un regno malandato.

Sono mai stata regina? E se sì, di quale cuore?

Mi è difficile conciliare tutto con la quiete.

E disputare ogni tramonto con un Sole rancoroso ed appassionato.

Stati di apnea

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Ciò che accade è che, nonostante tutto il tempo trascorso dalla nostra separazione, restano inalterati gli effetti: un matrimonio, un pranzo in famiglia, una certa canzone, l’abitudine di fare una cosa, una pubblicità ascoltata per pigrizia, un credo politico su cui eravamo d’accordo. C’era la vita e la vita altra, quella di chi sopravvive ad una tragedia. Per dimenticarti, probabilmente, ci vorrebbe qualcosa al di là degli esseri umani. Alcuni significati continuano anche se crediamo di averli sostituiti, dimenticati. L’inganno l’ho riconosciuto dal primo giorno senza te. Quali creature riescono a sopravvivere in questo modo alla fine?

 

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Il passato non si rifiuta mai a pezzetti ma è come un unico grande blocco che si schianta prepotente sul presente. A volte, mi capita di affrontare una giornata con l’angoscia chirurgica nelle vene: ho la tentazione di chiamarti pur sapendo che il tuo numero non è più attivo da anni. Più che altro per regolare, una volta per tutte, i conti. Non con te ma con un’epoca diversa in cui sono esistita sotto altre forme che, per caso, ho riconosciuto in questa istantanea. Forse, la tua unica “colpa” è di non avermi educata al dolore: oggi ne sento ancora l’eco mentre non ricordo più la tua voce.

 

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Elegia semplice

Ho costruito questa storia completamente al di fuori della mia vita normale. Una sorta di sogno ad occhi aperti. Ho continuato a crederci a lungo. Non importava quanto improbabile o insensata fosse, me la sentivo addosso e basta.

Sono stata anche felice, qualche volta. Avrebbe potuto non finire mai.

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Poi, un giorno, si è rotto qualcosa. Una voragine improvvisa, la caduta e mi sono ritrovata qui, confusa, senza capire come mai una bella favola mi fosse scivolata fuori pronta ad appartenere ad un’altra.

Per te tutto è rimasto come allora. Per me, nulla.

Sono anni che annaspo nella tua vita alla ricerca di qualcosa che avrebbe potuto farmi piacere. Non ho voglia di ascoltare le stesse parole per, poi, trovarmi davanti ad un muro di gomma. Ho cercato di accontentarmi del piacere che provavo nel “dare” senza aspettarmi nulla in cambio. Non è stato affatto facile. Ho solo sperato che, alla fine, qualcosa sarebbe arrivato da sé cercando di fare da motore anche senza il giusto carburante. Una parte di me attendeva questa situazione, ci credeva davvero. Forse, per pura razionalità umana o per autodifesa.

Andiamo per gradi, la complessità della storia è tutta qui.

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Tu conosci i miei desideri ma ora, più di prima, so che non si avvereranno mai.

Ho sempre inseguito, in questo rapporto, il piacere di sentirmi amata e di corrispondere il mio desiderio per te. La gioia di stare insieme, l’estasi carnale e mentale, come naturale dovere. Tu questo hai sempre rifiutato di capirlo e di accettarlo. Ho avuto bisogno di certezze, di non essere sempre io a dovermi avvicinare. Avevo la necessità di sentirmi importante: sai, tutte quelle cazzate che alle donne piacciono da morire dette o scritte, a volte, solo per farle contente. In molti casi, tuttavia, sono sincere: partono dal cuore per nutrire il legame rendendolo solido. Soprattutto, in un rapporto a distanza come il nostro, che non aveva passato né presente o futuro.

Non riesco ad accettare che tu mi abbia negato tutto: perché, in una relazione semplice, lo ritengo normale e legittimo. Ricevere un complimento del tipo “come sei bella” e non “stai bene” oppure “ho voglia di vederti” e non “ci facciamo compagnia”. Come hai fatto a fingere per così tanto tempo? Io non riuscirei ad accettare gli entusiasmi di un uomo che comprendo, da subito, non potrò mai corrispondere con la stessa energia e vitalità. Non ho ancora trovato una risposta.

Oggi cerco di canalizzare ogni momento passato insieme per cercare un motivo, una spiegazione o un criterio plausibile. Ultimamente, quando facevamo sesso, non ti toglievi nemmeno i vestiti. Siamo stati insieme parecchie volte, in luoghi e situazioni diverse, ma i gesti di calore e di affetto si contavano sulle dita di una mano. Un abbraccio, la minima attenzione nei miei confronti. E poi le frasi, le frecciatine, i doppi sensi, le prese in giro dell’ultimo periodo ora sono tutte chiare. Si annidano nella mente e fanno male. Ogni gesto, ogni frase carica di sentimento destinata a te ha ricevuto come risposta un messaggio ironico che ha ucciso le mie emozioni.

Non mi è interessato saperti dispiaciuto se mi sentivi triste.

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Probabilmente, è un dispendio di energie che riservi ad altre donne della tua vita: la tipa che ti è sempre piaciuta ma che appena sa della tua esistenza, la ex storica che ti ha tradito con il tuo migliore amico, la prima fidanzatina che ha giocato con i tuoi sentimenti come il gatto con il topo. Eh sì, perché un po’ masochista lo sei anche tu. Di certo, io non mi meritavo la tua parte più stupida ed irrilevante.

Giusto per capirci, mio cardine essenziale è essere spontanea e gioiosa con l’uomo per il quale provo più che banale indifferenza. La mia normalità è non mettere i paletti per limitare gli istinti. Per mesi, ho continuato a vedere te come una persona speciale e me, come una persona incapace di adattarsi. Imperfetta, inadeguata. Per fortuna, la ragione è giunta tempestivamente in soccorso all’intelligenza. Ho capito, in tempo, cosa volevo.

Ho iniziato a vederti come un uomo normale e a considerare, con obiettività, ogni lato tetro di te. Con la giusta imparzialità. Ho dimenticato l’effetto che hanno avuto su di me le tue mani, il tuo profumo, la tua voce. Ho cancellato ogni mia fantasia, ogni follia, ogni tratto percorso contando i chilometri che ci separavano. Ho lasciato che svanissero tutte le emozioni, le passioni, le aspettative che ho vissuto e nutrito per te.

A questo punto, sei diventato un ricordo.

Subito dopo, ti ho portato rancore perché era arrivato il momento in cui mi rendevo conto di aver sprecato del tempo, di aver aspettato chi non c’era.

E ho compreso, d’un tratto, che la persona “speciale” ero io: con un carattere eccessivo ma fresco. Con l’energia, l’entusiasmo, la generosità, con tutta la rabbia, le paure, le pazzie e le tristezze.

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Nonostante tutto, ti voglio bene.

Voglio pensare che tu sia altrove. Come lo sei sempre stato quando ero convinta che il “qui e ora” potesse bastarti. Ci concediamo tanti appuntamenti: con le emozioni, con le cose e con le persone. Inseguiamo sempre qualcosa o qualcuno e, il più delle volte volte, si arriva scioccamente troppo presto o troppo tardi.

Io arrivo sempre troppo presto.
Voglio vivere e bruciare.

Tempo fa, ho giurato a me stessa che avrei inseguito i sogni ed i desideri che coltivo da sempre perché, se smettessi di farlo, significherebbe che non valgono a nulla o che non valgo io. Smetterò di corrergli dietro fregandomene di chi abbia più valore.

Quale dimensione migliore sentirsi importanti per qualcuno?

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Non so per quale assurdo motivo mi sono fissata con te: ho aspettato troppo a lungo che ti tornasse la voglia di giocare. Dici che l’orologio non torna indietro, va sempre avanti.
Credo che al mio orologio sia finita la carica perché si è fermato.

Ti ho sempre comunicato il mio disagio, le mie necessità.
Da parte tua nessuno sforzo.
La solita barriera.
Ma pare che io sia eccessiva anche in questo: faccio troppe domande e cerco di dare un senso e un nome ad ogni situazione.

Oggi noi non siamo amici, non siamo amanti, non siamo nulla.

Ma, credimi, non ho mai voluto cambiarti perché io, per prima, non voglio cambiare.

Mentre tu canalizzavi le tue energie verso un punto a me sconosciuto, io mi sono sentita svuotata e persa. Tutto normale, dovevo morire per rinascere.

Poi, ho voluto rivivere tutto ed essere esaudita.
In un altro posto, con un altro uomo.

 

 

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Molto spesso è l’infelicità a farci sentire vivi. Persistere in uno stato di grazia non sarebbe positivo.

Conosco i miei eccessi, la difficoltà nel proseguire senza le passioni, gli entusiasmi, gli abbracci del cuore. Il solo pensiero di esistere senza questi sentimenti, mi fa stare male.
Sarei una creatura diversa, non mi riconoscerei più.

Ed io voglio rimanere la stessa.
Una donna autentica e semplice.

 

 

A pochi metri da me

 

 

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Una donna definisce il proprio destino sulla base del senso che ha del mondo.

Sono un frammento di vita notturno rimasto in bilico sul picco del mio passato non per rimpiangerlo ma per soddisfare il desiderio di protrarlo all’infinito.

Il primo biancore dell’alba comincia a staccarsi strisciando sui marciapiedi per strofinarsi contro le pareti delle case. Posso guardare ovunque e imbattermi in strade piene di automobili in corsa: un geometria filante che taglia l’aria in sonorità stridule e fastidiose. Le carrozzerie di acciaio sfilano aerodinamiche e sorprendentemente affusolate; nessuna scia di fumo dietro. Guidare, in queste condizioni, è sicuro come respirare.

Posso prendere la macchina e correre veloce. Magari scontrarmi contro qualcosa per il solo gusto di farmi ancora male. Come una nuova forma di protesta.

Per tutta la vita, sono voluta entrare in ampiezza in un’altra esistenza. Varcare lo spazio intermedio con un passato leggero alle spalle, un presente importante ed il futuro scartato di grandiosi progetti.

 

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Godo dell’ebbrezza del viaggio travestita di lineamenti perduti. Corro lungo il nastro antracite prostrato sul vuoto della strada dove la pioggia obliqua ha reso luminoso il raggio ormai smorto degli ultimi lampioni.

Mi sono lasciata alle spalle una notte insonne di ostinati fantasmi, stravolta dalla piattezza degli angoli deserti e umidi della mia piccola e semplice casa.

Non ho nemmeno voglia di accendere la radio.

Nella mistica della rassegnazione sono rimasta fedele al tuo disegno primitivo: sopravvivere fino all’estremo attraverso la degradazione totale dell’urto e della perdita. La scelta d’orgoglio di svilire la mia anima, in una sorta di solitudine più imperdonabile del piacere dei sensi.

Riaffiori in un intervallo di luce. Tu che hai preso parte alla mia cospirazione, pensando che le donne forti fossero allenate all’unanime indifferenza. La tua convinzione è rimasta contagiosa e, per questo, mi ha suggestionato.

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Ti avevo già incontrato nel suono diatonico di due clacson. Uno assordante e pungente, l’altro più basso. Mi hai descritto uno stato di rivoluzione permanente ed io, facilmente impressionabile, sono rimasta infissa nel quadro magistrale di imperiose pulsioni che ha alimentato la coincidenza fortuita, singolare ed appassionante.

Ricordo come se fosse ora. La luce accecante dei fari aveva trapassato i miei occhi. Così, ho fatto il mio ingresso nella solitudine infestata della tua vita. Noi due, chiusi in quelle stanze asettiche e fragranti di tabacco, abbiamo tracciato il nostro destino.

Mi hai mangiato, bevuto e corrotto. Con gli occhi della fosforescenza sinistra dei lupi mannari. L’appiglio gelido di uno sguardo di ambra liquido come puro agente provocante. La tua vista era una telecamera nascosta che sapeva ingrandire vuoti e forme per, poi, rimpicciolire tutto al punto da rimanere invischiata nel tuo turbine sconvolgente.

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Mi hai adescato spazzolandomi i capelli con denti di pettine devastatori. Hai tranciato l’entusiasmo irruente nell’intendimento ossessivo di convergere in una storia che raccontava solo scabra magnitudine. Ti ho aspettato fin dal primo momento, con l’infinita pazienza delle creature selvatiche che hanno davanti tutte le stagioni del mondo. Una ragazzetta magra, diritta su agili gambe e con il naso puntato all’insù.

C’era una luce bianchissima quel giorno, quasi fosse fatta di neve.

Ti ho investito a grande velocità per farti sapere che ero arrivata. Quando ho riaperto gli occhi, mi hai sorriso. Rughe ferree solcavano la desolazione del percorso dissestato: due torce vive, rovi in fiamme che correvano ardenti verso il destino che le nutriva.

Il tergicristallo sta ritagliando energico i pensieri e i silenzi.

Oramai ha cessato di piovere.

Ovunque gli incroci sono stati sostituiti dai tortuosi giroscopi, molto più pericolosi dei crocevia tradizionali. Niente è più armonico di due strade che si incontrano e niente è più ridicolo di due percorsi che giocano a rotolarsi per sfuggire l’uno all’altro, votando il viandante ad un eccesso di segnaletica straordinaria e inutile. L’ assurdità delle moderne tecnologie: funzionalità d’occasioni che si sfiorano appena, senza toccarsi.

Ma la teoria dello svincolo questa volta assume un senso mistico e calligrafico destinato ad un rullino di una pellicola stabile e intatta. Di mobilità immota.

La mia auto si addentra con prudenza in una rotatoria che circonda un’aiuola muschiata, adornata dai primi cenni di pelargonium zonali rosseggianti. Sto per imboccare la curva, quando dei fari d’auto mi offuscano la vista. La striscia grigia ondeggia avanti e indietro come una nave; ho la sensazione di vomitare il mio stesso corpo, di essere abolita. Il vuoto è fuori e, adesso, mi appartiene.

Sotto di me il cofano mi appare come una cavità buia da bypassare; la mente grida vendetta, mentre le gambe chiedono di essere liberate. Un mosaico di memorie e umiliazioni; forse la mia vita dovrà finire adesso, in questo fatale sinistro. Spogliata fuori come materia sospetta e prostrata, abbandonata.

 

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Riapro le sfere sulle linee e le ombre di un volto sconosciuto.
Mi chiede qualcosa con gli occhi umidi di pianto.

Sono ancora qui.

Il tempo e il sole hanno soppiantato la mia tristezza, le notti rovistato la mia angoscia.
Le ultime reminiscenze mi truccano ancora gli occhi per serbare il tuo odore. In uno scrigno rugoso di un’elitra color del fiele.

Sotto,
a pochi metri da me.