La ragazza interrotta

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia)

image_bookUn’improvvisa lama di luce bluastra colpisce il pavimento di una stanza semivuota. Mi rendo conto che non si tratta di un lampione ma della luna. Il grande orologio a forma di Swatch sulla parete della stanza segna l’una e trenta. Per me la notte è l’inizio e la radice di tutti i giorni. Il presente, poi, è l’eternità sempre in movimento che scorre e si dissolve. L’attimo è vita e quando passa, semplicemente, muore. Eppure, non è possibile ricominciare ad ogni nuovo attimo. Bisogna fermarsi, respirare e basarsi su quelli già morti. Un po’ come cadere nelle sabbie mobili. Si è senza scampo, fin dall’inizio. Un quadro, una canzone, un racconto possono far rivivere appena la sensazione ma non è mai abbastanza. Nulla è mai reale eccetto il presente e, se non si presta attenzione, il rischio è di soffocare sotto il peso nostalgico del passato. Noi possiamo essere l’inatteso, l’istante sublime, la fiamma che si accende, si consuma e subito si estingue. Noi possiamo essere niente o tutto come quelle dannate sabbie mobili che non riesco a cancellare dalla mia mente. Certe cose, mi dico, sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando i dettagli più importanti. E comunque, non lo descrivi mai come vorresti. Per esempio, il dolore. Sono quasi in grado di gestirlo. So di averlo sepolto da qualche parte rifiutandomi di soffrire ancora. E’temporaneo anche se, nel momento in cui lo vivo, sembra interminabile. Non c’è mai tempesta, mi ripeto, ma solo l’oscurità che la precede. “La gente ti chiede: come ci sei finita? In realtà, quello che vogliono sapere è se c’è qualche probabilità che capiti anche a loro. Non posso rispondere alla domanda sottintesa. Posso solo dire che è facile. Ed è facile scivolare in un universo parallelo. Ce ne sono tanti: mondi di pazzi, criminali, storpi, moribondi, forse anche di morti. Sono mondi paralleli a questo e gli somigliano, ma non ne fanno parte”. Inizia così il diario di Susanna Kaysen diciottenne dell’alta borghesia di Boston che, tra il 1967 ed il 1969, trascorse due anni in un manicomio di lusso famoso per aver ospitato personalità del calibro di Robert Lowell e Sylvia Plath, il McLean Hospital. Per l’estrazione sociale delle pazienti e la retta che le loro famiglie versano all’istituto, qui non ci sono camicie di forza né lobotomie ma solo psicofarmaci e, in alcuni casi, sedute di elettroshock. Le ragazze che Susanna incontra in clinica sono bulimiche, anoressiche, depresse, paranoiche, bugiarde patologiche. Sono dipendenti da lassativi e sonniferi. Sono affette da sindrome borderline. Le stesse che, successivamente, diventeranno le sue migliori amiche. “Georgina, la mia compagna di stanza, c’era entrata in pieno e di colpo durante il terzo anno a Vassar. Era andata al cinema a vedere un film quando un’onda nera le si abbatté sulla testa. Il mondo intero scomparve…per qualche minuto. Capì di essere diventata pazza. Si guardò intorno per vedere se era successo anche agli altri ma sembravano tutti presi dal film. Corse fuori perché il buio del cinema, sommato al buio che aveva nella testa, era troppo. E dopo? Le chiesi. Un gran buio, rispose.” Il titolo, tratto da un quadro particolarmente amato dalla protagonista, è significativo: Ragazza interrotta mentre suona di JanVermeer conservato nel Frick Museum di New York. E’ il 1967. Susanna è in compagnia del suo professore di letteratura inglese con il quale comincerà, di lì a poco, una breve e scandalosa relazione. Resta immobile davanti a quel quadro che, secondo le enciclopedie d’arte, raffigura la musica come allegoria del corteggiamento (lo testimonierebbe il Cupido dipinto sul fondo). Lei, però, ci vede altro. Una mano dispotica poggiata sulla sedia, quella del maestro -amante ed una fanciulla che lo ignora indolente, troppo impegnata a fissare lei quasi come se cercasse di metterla in guardia da qualcosa, chiederle di non muoversi, di aspettare, di non andare via. Susanna ci vede premura in quello sguardo, una specie di monito silenzioso a lei rivolto. Vede risposte a domande non fatte.jan_vermeer_005_ragazza_interrotta_dalla_sua_musica_1660

“Avevo dei problemi con i motivi geometrici. Tappeti orientali, pavimenti piastrellati, tende stampate, cose di questo genere. Con i supermercati era particolarmente dura, per via dei lunghi e ipnotici corridoi a scacchi. Quando guardavo queste cose, al loro interno ne vedevo altre. La realtà si stava facendo troppo densa. Vedevano tutti quella roba e facevano finta di nulla? La pazzia era solo questione di smettere di fingere? Cos’è che non andava nelle persone che non vedevano certe cose? Erano cieche, per caso?” Susanna si sottopone ad una visita che dura appena venti minuti. Il dottore le spiega che deve riposare e che esiste un posto adatto a lei. Soprattutto, non può rimandare. La promessa (mai mantenuta) è di trattenersi, al massimo, quindici giorni. Scoprirà, più tardi, che le è stata diagnosticata la sindrome di personalità “borderline”: un confine, tra nevrosi e psicosi, adattamento e disadattamento. Il territorio “borderline” è fondamentalmente il territorio del dubbio “A volte, quando avete capito che il vostro treno non si sta veramente muovendo, potete passare un altro mezzo minuto sospesi tra due regni della coscienza: quello che sa che non vi state muovendo e quello che invece ne ha la sensazione. Potete svolazzare avanti e indietro tra queste percezioni e provare una specie di vertigine mentale. E se è così, siete nel territorio della pazzia: un luogo dove le false impressioni hanno tutte le caratteristiche della realtà”.winona-ryder-in-una-scena-del-film-ragazze-interrotte-246853

Se le false impressioni hanno però tutte le caratteristiche della realtà, come fare a stabilire cosa è reale e cosa non lo è? E’una condizione di certo dolorosa che rende complicato compiere anche il più elementare dei passi. “C’è troppa percezione e oltre alla pletora di percezioni, una pletora di pensieri sulle percezioni e sul fatto di avere percezioni. La digestione potrebbe ucciderti! Voglio dire che l’ininterrotta consapevolezza del processo di digestione potrebbe esaurirti fino alla morte. E la digestione non è che un’attività involontaria collaterale rispetto al pensiero, perché è qui che cominciano i guai”. Un limite evanescente, una frontiera sconosciuta a cui bisogna necessariamente dare un nome o una cura perché, si sa, ciò che non si conosce e che sfugge al controllo spaventa. Chi decide cosa è bene e cosa è male? Chi decide quando e perché strapparci alla vita, alla nostra ricerca interiore spesso sofferta che può forse destare preoccupazione per le sue intemperanze ma che resta indiscutibilmente nostra? Chi ha diritto di interrompere un corso deviandolo, per esempio, a suon di farmaci? Siamo così impegnati, penso, ad inseguire la normalità per poi scoprire che essa non esiste affatto. Dalla storia di Susanna è tratto il film “Ragazze interrotte” di James Mangold che è valso l’Oscar all’esordiente Angelina Jolie. Il film riprende solo in parte ciò che è scritto nel diario e si concentra maggiormente anche sulle altre pazienti ricoverate insieme a Susanna al punto tale che la figura di Lisa-Angelina Jolie finisce per offuscare il personaggio della protagonista.

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“Ragazze interrotte”

 

 

 

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Il mio noviziato

colette 2“Nella mia vita ho avvicinato raramente quegli uomini che gli altri uomini chiamano grandi. Loro non mi hanno mai cercata. Per parte mia li fuggivo; mi rattristava che la loro fama li vedesse ormai offuscati, già ansiosi di corrispondere alla loro immagine, di somigliarsi, un po’ irrigiditi, un po’ stremati, chiedendo grazia in segreto, risoluti a sedurre aiutandosi con le loro piccinerie quando non forzavano, per far colpo, la loro luce in declino. Se essi non figurano in questi ricordi, la colpa è mia che ho preferito – il sesso non ha molta importanza – persone oscure, colme di un succo che proteggevano, che negavano alle sollecitazioni banali. Quelle che suscitarono la mia curiosità, fino ad una sorta di passione, talora erano indecise soltanto sul modo in cui profondere la loro essenza più preziosa. Di nulla mi vanto, se non di aver urtato al mio passaggio, quegli esseri sapidi e oscuri. I loro nomi, inutili, talvolta si cancellano ma io li violento ed essi tornano a incidersi sotto i volti che sono lenti ad offuscarsi”. E’ la prima volta che leggo un libro autobiografico di Colette. Raccontarsi, mi dico, deve essere molto difficile. Se poi ci sono cose che vorremmo dimenticare, aspetti di noi stessi che vorremmo tralasciare o situazioni che ci hanno ferito indelebilmente, il compito diventa ancora più arduo. Perdiamo sempre parte della nostra fede sotto l’oppressione di guide pazze, di una storia folle, delle crudeltà patologiche della vita quotidiana. I più vecchi, poi, cadono in schemi rigidi. Nessuna curiosità, perdono il gusto del rischio o il desiderio irrefrenabile di conoscere, di esplorare, di sperimentare. Dunque, se Colette si fosse lasciata sopraffare dalla paura, se si fosse trattenuta reprimendo ogni pensiero, ricordo, sensazione o emozione “Il mio Noviziato” non sarebbe esistito. L’opera che, dopo oltre vent’anni di assenza ingiustificata, torna nelle librerie con la collana “Gli Adelphi” risale al 1936 data significativa per i fan della scrittrice francese. Willy, il giornalista satirico che bersagliava puntualmente usi e costumi della Parigi tra Otto e Novecento, era morto da cinque anni. Era stato lui, sposandola, ad introdurla negli ambienti più esclusivi della capitale incoraggiandone (o scoraggiandone, a seconda dei casi e degli umori) i primi tentativi letterari. Contribuì alla creazione della saga di Claudine – fornendole qualche consiglio su come rendere più “piccanti”le avventure della giovane provinciale destinate ad un pubblico maschile – ma, presto, tentò di usurparne il successo. Soprattutto, contribuì alla maturazione umana dell’autrice nel modo peggiore: tradendola. Il loro matrimonio terminò ancora prima della morte di Willy culminando con un divorzio che rese Colette un simbolo del femminismo europeo la quale, tuttavia, fu davvero libera per narrare la propria dolorosa esperienza solo in seguito alla dipartita dell’ex coniuge.

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Una verità scritta in prima persona di 142 pagine che costituisce un autentico sfogo. Il bersaglio principale è naturalmente Willy descritto, non come il genio che tutti conoscevano, ma come “negriero” di giovani autori di racconti che, il giorno successivo, sarebbero apparsi sulle principali testate a firma del Maestro. Secondo la ex moglie, Willy era troppo impegnato a vivere per trovare il tempo di dedicarsi alla scrittura. Troppo impegnato a vivere“sulle spalle” di Colette corteggiando ed intrattenendo nell’alcòva ballerine, attrici, modelle. Intorno ai protagonisti ruotano, poi, personaggi di punta della Parigi bohemienne: Erik Satie, Polaire – attrice che prestò il volto alla versione teatrale di Claudine e tanti altri. C’è il forte desiderio di godersi quel circo che è la vita in tutte le sue contraddizioni. “Feci proprio bene – scrive Colette alla fine del libro – a fidarmi di ciò che conoscevo meno, i miei simili, la sollecitudine umana”. E’ anche vero, penso, che la creazione proviene dalla sovrabbondanza che è in noi. Bisogna, quindi, prendersene cura: assorbire il necessario, nutrirlo e donarlo al mondo come forma primaria di condivisione. Qualcosa di bello nasce sempre dagli eccessi: da grandi terrori, da grandi solitudini, da grandi inibizioni ed instabilità. Colette è riuscita ad equilibrarli. Questo libro ne è l’esempio.

 

Il Danno

il dannoL’unico in grado di aprire il vaso di Pandora, mi dico, è lo scrittore. Poiché, quando ha vuotato il vaso delle illusioni, può crearne un altro e riempirlo di materiale nuovo. Può rimettere nel vaso i mondi che ha creato e tutte le scoperte che ha fatto. Nessuno può vivere limitandosi ad una visione solo clinica, psicologica o storica di ciò che lo circonda. Forte deve essere la capacità di ricreare, di rinnovare, di rifare. Molti preferiscono analizzare piuttosto che sentire, esaminare piuttosto che vivere sensualmente, inconsciamente. Troppa lucidità crea deserti e, a quel punto, è necessario trovare acqua per riseminare e ripiantare. Di fronte ad un presentimento precoce di prigionia cui sono vittime gli esseri umani, mi invento sempre delle occasioni per evadere tentando di aprire dei varchi verso la libertà. “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.” E’ questo il fulminante incipit de “Il Danno”, il romanzo che ha reso famosa Josephine Hart nel 1991 e di cui mi sono servita, come una droga, per alleviare quel senso di smarrimento che segue inevitabilmente la perdita di un’illusione. Non siamo mai in trappola, penso, se non decidiamo di esserlo. Stephen Martin, il protagonista, è un medico ed un politico affermato. Un marito esemplare, padre di due figli, uno che “ha fatto la sua parte” e che, grazie al favore della sorte, ha interpretato in maniera impeccabile questi ruoli sul palcoscenico della vita senza passione o arte “forse perché la passione nasce solo quando la volontà incontra degli ostacoli” e l’arte, spesso, scaturisce dalla passione. La sua infanzia, la sua adolescenza e parte della sua giovinezza sono state dominate dal padre, uomo dal carattere forte e dalla volontà incrollabile, il quale era solito dirgli “decidi quello che vuoi fare e fallo”. Ogni volta che Stephen compie una scelta o è convinto di realizzare una sua ambizione, reprime l’impressione di perseguire i piani paterni. Passa, così, sotto la guida del suocero e decide di presentarsi come candidato del partito conservatore, senza sforzo e nel pieno disinteresse per il potere personale, accurato e competente ma non spinto da emozioni o estremismi pericolosi. Sui binari di una tranquillità senza misteri ed intemperanze, scorre la sua vita intima: la serenità familiare è quella di chi non ha mai conosciuto dolori o ansie ma ha organizzato la propria esistenza con determinazione seguendo uno schema preciso scandito da un ritmo quasi piacevole. Un ritratto perfetto realizzato senza l’ombra di una sbavatura capace di contenere perfino la sottile invidia di un’osservatrice esterna come Anna Barton. “Una strana calma m’invase. Mandai un respiro profondo, come se ad un tratto avessi cambiato pelle… L’impressione di avere incontrato qualcuno che conoscevo mi era passata attraverso il corpo come una scossa elettrica. Per un attimo, un attimo solo, avevo incontrato uno come me, un altro della mia specie. Ci eravamo riconosciuti… Mi ero sentito a casa mia… Ero come un viaggiatore sperduto in un paese straniero che ad un tratto ode non soltanto la sua lingua natia, ma il dialetto che parlava da bambino. Non si chiede se la voce è quella di un nemico o di un amico, si precipita solo verso il suono che gli ricorda la sua casa. La mia anima si era gettata su Anna Barton… basti sapere che ero meno l’uomo che ero stato e più me stesso… un nuovo e strano me stesso”.

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Stephen che, fino a quel momento, era stato abile nel controllare le emozioni, potrebbe scegliere “di andare” se non fosse frenato dalla sua posizione, dalla moglie e, soprattutto, se Anna non fosse la fidanzata del figlio Martyn. Il punto massimo della nostra maturità dovrebbe coincidere con l’abbandono di meccanismi di difesa estremistici ma Stephen non l’ha mai raggiunta e in lui, a volte, mi rivedo. Così come mi rivedo, a momenti, nella donna che lo ha spinto ad aprire una porta (o il vaso di Pandora di cui parlavo all’inizio) e di godere di ciò che si era negato fino ad allora che, da subito, lo avverte “ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… è la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.” Anna e Stephen, vivono in una dimensione che sembra porsi al di là del bene e del male, nutrendosi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale senza remore né freni, sfidando e violando regole e tabù, fino al punto di svolta che non rivelerò perché non amo “spoilerare”. Ipnotico nello stile e cadenzato nel ritmo, “Il Danno” ci mostra la difficoltà di far coincidere il proprio mondo con la realtà circostante e la potenza di un’ossessione erotica ed emotiva.

La Piccola ombra

la piccolaÈ innegabile, certe cose fanno proprio arrabbiare. Forse, un giorno, ringrazieremo tutto questo dolore ma, per il momento, bisogna utilizzarlo al meglio. Soprattutto, se l’attacco è arrivato dritto al cuore. La Piccola ombra mi è caduto tra le mani mentre cercavo, in un negozio dell’usato, un libro che raffreddasse quei pensieri cruenti che da qualche tempo surriscaldavano le mie notti estive. Esso si è insinuato prepotente nella mente sfidando la stanchezza accumulata. Aprendolo, ho compreso quanto fosse adatto al particolare momento che stavo attraversando ed è andato via tutto d’un fiato, come può accadere solo con le cose buone che la vita ti offre. Il filo conduttore di questi sette racconti di Banana Yoshimoto è il tradimento: le protagoniste, giovani donne tra i venti e i trent’anni, si trovano nelle calde terre del Sud America dense di una straordinaria energia vitale che colpisce la loro sensibilità ed è attraverso il viaggio che esse compiono in queste terre (Paraguay, Argentina, Brasile) che esaminano il passato, elaborando il tradimento vissuto (direttamente o indirettamente) per, poi, reinterpretarlo in una chiave diversa e nuova.

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Banana Yoshimoto

La riflessione letteraria della scrittrice giapponese su di un tema così delicato si concretizza in brevi storie in cui, più che la trama in sé, è lo sviluppo dei personaggi ad avere importanza, il loro modo di accostarsi ed affrontare la realtà con i suoi molteplici aspetti. Così, il tradimento risulta un’esperienza integrante dell’esistenza ed un’inevitabile passaggio da attraversare. Una raccolta scritta con uno stile semplice e diretto in grado di scavare nei meandri più nascosti dell’animo umano. Centrale è, difatti, l’evoluzione emotiva della singola protagonista che al lettore non può sfuggire: “…fui contenta di non avere frainteso quel momento. Un istante rarissimo in cui un essere umano aveva messo a nudo il buio che portava nel profondo del cuore. E’ facile distogliere lo sguardo, ma, più in profondità, si nasconde qualcosa di grazioso come un neonato. Lì risplende la triste luce di cui mi nutro io.” Alla fine, mi dico, la migliore vendetta è essere felici.

Diario di un seduttore

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C’è una sorta di pregiudizio contro la soggettività perché si pensa che limiti la visione. Ma questo non è più vero dell’affermazione che l’oggettività porti ad una forma più ampia della vita. Niente porta ad una forma più ampia della vita se non la capacità di spingersi a fondo sia all’interno che all’esterno. Ciò che conta non è la soggettività o l’oggettività quanto la mobilità, la prontezza, l’interrelazione tra questi elementi e la loro presenza all’interno di tutti i rapporti. Un uomo che vive, ad esempio, senza rapportarsi ad un altro essere umano muore. Ma muore anche un uomo che vive senza rapportarsi a se stesso. C’è una nuova dimensione nel mio carattere in continua evoluzione ed io sto cercando di afferrarla per comprenderla. I libri mi sono di aiuto. Lavoro grazie a lampi di intuizione, un susseguirsi di illuminazioni. Da un momento ben determinato, emergono molte più cose che da un’enorme costruzione di dettagli. Muoversi avanti e indietro nel tempo, mi dico, perché il passato interferisce e spesso riesce a sopraffare il presente. Con l’autore per cui filosofia ed esistenza sono sempre stati una cosa sola, io avevo un conto in sospeso dai banchi di scuola. In Sören Kierkegaard i temi degli scritti si inscrivono direttamente, attraverso la meditazione, sul terreno di una biografia per certi versi semplice ma sostanzialmente intensa. La sua vita si snoda per intero nel rapporto fortemente soggettivo e personale con tre nodi esistenziali: il rapporto con il padre, il rapporto con la giovane Regina Ölsen, la fidanzata diciottenne che lasciò dopo un anno ed il rapporto con il vescovo di Seelandia, Mynster, suo educatore. Considerato il padre dell’esistenzialismo, Kierkegaard rappresenta il modo più vivo di dare forma concreta e tormentata al rapporto dell’individuo, nella sua singolarità, con l’orizzonte assoluto del valore dell’esistenza. Potrei andare avanti perché il discorso è complesso e di ricerche ne ho fatte tante. Ma è su “Diario di un seduttore” che vorrei soffermarmi, parte dell’opera filosofica “Aut Aut” pubblicata nel 1843.

diarioJohannes è un giovane seduttore senza scrupoli. La sua vita ha un unico scopo: sedurre ragazze e poi, abbandonarle. Cordelia, la protagonista, ha diciassette anni ed è molto ingenua. Si presta perfettamente al ruolo di vittima per Johannes che le rovinerà l’esistenza. Eppure, il fulcro del libro è la seduzione. Un tipo di seduzione che, se sottovalutata, può rivelarsi pericolosa: quella intellettuale. Johannes è un abile calcolatore che trova nella conquista una soddisfazione che si dispiega nell’attimo. Mette in atto una tattica finemente elaborata piena di inganni e di pressioni psicologiche. Della donna gli importa poco o nulla quanto il cedimento al quale segue la perdita di ogni interesse verso l’oggetto del desiderio ed il conseguente abbandono. La storia, forse in sé banale, acquista un interesse particolare proprio per la personalità complessa e sofisticata del seduttore. Mentre il Don Giovanni mozartiano è sempre attivo e a caccia di qualche giovinetta, il romantico protagonista del Diario è una natura contemplativa e alla ricerca di esperimenti psicologici. In bilico tra carne e spirito, riflessione e vita, intreccia poesia e realtà. Quest’ultima viene inseguita e bramata ma, al tempo stesso, superata e vissuta attraverso i filtri del ricordo, dell’immaginazione. Egli soffre una exacerbatio celebri per la quale la realtà non contiene abbastanza eccitamenti o li contiene solo per istanti. Non appena la realtà non è più stimolo, l’esteta si affloscia o disarma. Al seduttore, in questo caso, importa godere esteticamente l’arrendevolezza della donna. E’ l’oggetto di una strategia erotica studiata e prevista nei minimi particolari. L’arte consiste nell’incantarla con le parole portandola ad un turbamento tale in cui smarrisce il proprio equilibrio ed è pronta al sacrificio. L’amante gode dell’incanto che nasce da questa passione ma non si lascia mai andare tenendo in serbo la sottile arma dell’ironia. Giocare e speculare sulla passione della donna variando la propria tattica ed alternando a slanci impetuosi inspiegabili freddezze rivela un egoismo raffinato che trae per sé il massimo piacere con il minimo sacrificio. Il seduttore mette in campo uno strumento letale che nega la stessa essenza femminile: gli sconvolgimenti interiori di un’anima confusa e piegata. Johannes è l’ideale precursore di molti personaggi maschili della letteratura ma anche di tanti uomini che si possono incontrare nella quotidianità capaci di godere soltanto i due poli estremi di un rapporto: l’incontro e l’allontanamento. Uomini incapaci di amare in modo autentico, convinti che il modo giusto per relazionarsi con l’altro sesso sia passare dall’attrazione alla repulsione, dall’odio al suo opposto senza considerare le conseguenze che un simile approccio comporta. Spunti perfetti su cui riflettere e da cui imparare, senza dubbio, con quel pizzico di umiltà che non fa mai male.

L’accomagnatrice

accompa“Forse, se in quelle settimane, Marija Nikolaevna avesse mutato volto e anima – se avesse sofferto al punto che tutti, me compresa, avessero potuto notarlo, se si fosse ammalata o avesse perduto la voce – non so, forse mi sarebbe bastato. Invece non notavo niente, a parte una strana dolcezza e, ogni tanto, uno sguardo inquieto. Era di nuovo gentile e sollecita con Pavel Fjodorovič, lavorava di nuovo molto e con zelo. In certi periodi, imbelliva in modo straordinario e continuava la sua vita, con sicurezza e in piena libertà. Ed io mi sentivo sempre più sbiadita davanti a lei, che diventava sempre più grande come cantante e, fisicamente e spiritualmente, si avvicinava al punto focale della sua esistenza, punto che avrebbe saputo far durare a lungo, grazie all’intelligenza, alla bellezza e alla bravura”. Per sfuggire al mondo degli uomini, complicato e caotico, ho dissimulato la donna che cresce in me per rientrare nell’universo della bambina, della sognatrice e della poesia. C’è un potere indiretto ed una forma più sottile di distruttività. Un fondo duro come la roccia. Una verità amara ma che, se riconosciuta in tempo, è possibile evitare. Concedersi una pausa, insomma, dalla ragnatela quotidiana di sotterfugi e trasmutazioni nella quale viviamo non è mai segno di debolezza. Rovistando tra gli scaffali della biblioteca di un paese vicino, il mio occhio (non troppo stanco, a quanto pare!) è caduto su “L’accompagnatrice” di Nina Berberova. Pietroburgo, 1919: Sonecka cammina lungo le strade gelate dal terribile inverno russo verso quel cambiamento che, a breve, investirà la sua giovane vita. Fino a quel momento, ha condotto un’esistenza povera fatta di stenti e di privazioni legata unicamente alla madre e al pianoforte, con la certezza di essere il frutto di un’unione proibita. La figlia illegittima di un giovane appena diciannovenne all’epoca della sua nascita e che lei non conoscerà mai “avevo accusato mio padre di “oltraggio”, capii in seguito di esser stata ingiusta: aveva diciannove anni, per lui mia madre era solo una tappa verso la maturità definitiva. Probabilmente non sospettava neppure che alla sua età fosse ancora vergine. Ma lei? Con quanta passione e con quanta disperazione, malgrado i momenti d’amore, doveva averlo amato per accettare un rapporto con un uomo che avrebbe potuto essere suo figlio e per generare una figlia da quel breve ed unico legame della sua vita. E che le rimaneva, di tutto questo, nella memoria e nel cuore?” Anche Sonecka, come sua madre, termina gli studi al Conservatorio e diviene una pianista. Tuttavia, come lei, sente di essere destinata ad un futuro di solitudine che la spinge a provare nei confronti della genitrice un misto di affetto e di rancore per averla messa al mondo. La svolta giunge inaspettatamente quando Mitenka, l’unico allievo di sua madre, le fa conoscere una cantante lirica di successo alla ricerca di una pianista che possa accompagnarla al piano durante i suoi numerosi concerti. Si crea, così, un rapporto profondo tra le due donne: ambiguo e ricco di sfaccettature, al tempo stesso. Da un lato, Sonecka è grata a Marija Nikolaevna per averla accolta in casa insieme al marito Pavel Fjodorovič offrendole un lavoro ed una possibilità di miglioramento; dall’altro, si sente soggiogata da lei ed avverte costantemente la propria inferiorità nei confronti di una donna bella e sicura di sé, amata da tutti. Ma, soprattutto, felice. Il contrario, l’opposto di Sonecka. “Lei si muove, parla e canta con grande sicurezza, accompagnando parole e movimenti con gesti calmi, misurati delle mani; sembra sprigionare una specie di calore, una scintilla – divina o diabolica -, non esita mai tra il sì e il no. Io mi sento, a volte, fasciata da una bruma di incertezza, d’indifferenza, di noia, nella quale mi dibatto come un insetto notturno si dibatte nella luce del sole, prima di accecarsi o paralizzarsi”. Finisce, quasi, per nutrire invidia nei confronti della personificazione di una felicità dalla quale sa di essere esclusa: la vittima di un destino che non la vedrà mai protagonista ma una scialba comparsa della propria vita. Un diario intenso e sofferto scritto in prima persona dalla stessa protagonista. Un romanzo breve, narrato con semplicità e naturalezza, da una donna capace di donarci un quadro perfetto dell’esistenza colta nella sua complessità; in grado, sostanzialmente, di farci riflettere e commuovere.

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Nina Berberova

Ci sono libri che si adagiano nella loro copertina e lì rimangono, senza uscirne mai più. Ce ne sono altri che non ci stanno, sembrano straripare, vivono con noi per anni, cambiandoci, modificando la nostra coscienza. E poi c’è un terzo tipo di libri, i quali influiscono sulla coscienza ( o sull’essenza ) di un’intera generazione letteraria, lasciando la propria impronta nel secolo. Il loro “corpo” si trova sullo scaffale della libreria, ma l’anima è nell’aria, ci circonda, noi li respiriamo e loro sono in noi”. Brava, Nina. Libri come questo lasciano dentro un segno indelebile che il lettore porta dentro di sé per sempre.

L’arpa d’erba

arpa  “Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba. Se, uscendo dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle sue foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci. ” A volte, mi dico, diventa necessario fermarsi e rifare il percorso della vita per immagini. A volte, non c’è una vera ragione ma il solo pensiero che il futuro sia un’eterna ripetizione del passato senza che nulla cambi può trasformarsi in un vero e proprio incubo. Allora, bisogna respirare. Viaggiare dentro di sé o, al massimo, molto lontano dal mondo per depistarsi un po’. Che sia accaduto qualcosa di simile all’autore di questo libro? Un Capote adolescente, sensibile e solitario ci parla dalle pagine dell’ Arpa d’erba aprendo il suo cuore e raccontando un episodio della sua vita: quando, orfano di madre, viene affidato a due sorelle zitelle, Verena e Dolly Talbo, in una grande casa della provincia americana fatta di esistenze scandite dal ritmo delle fattorie, delle campagne e dalle voci di periferia. Piccoli frammenti di realtà, amori e passioni, persone con le loro storie portate dal vento che risuona nell’erba come un’arpa.

truman capote, new orleans, 1947

Truman capote, New Orleans, 1947

 

In queste righe ritroviamo la potenza e la leggerezza narrativa di Capote il quale, sapientemente, mescola vicende familiari e descrizioni dettagliate di paesaggi legate tra loro dalla forza delle similitudini. Dolly apre la mente ed il cuore del giovane Collin iniziandolo alla vita vera senza, però, farlo smettere di sognare “se un mago volesse farmi un dono, dovrebbe darmi una bottiglia piena delle voci di quella cucina […] i crepitii del fuoco; una bottiglia colma fino all’orlo dell’aroma di burro, di zucchero, di forno”. Il tutto senza mai lasciarlo ai margini dei problemi quotidiani, degli stratagemmi, delle paure e, perfino, della morte. Straordinaria è la capacità di reinventarsi di Capote, maestro di uno stile evocativo e preciso al tempo stesso che diviene arpa di voci pronte a narrarci una storia semplice che racchiude in sé non solo quella dei protagonisti ma anche uno spaccato del sud degli Stati Uniti negli anni ’50. Un’ opera che non stupisce e non stravolge ma ipnotizza ed accompagna lungo quel percorso a cui ho accennato all’inizio. Chiudo gli occhi e seguo i suoni, mi abbandono alle visioni “Senti? È l’arpa d’erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra.”

 

 

Berenice si taglia i capelli alla maschietta

berenice  Ci ho pensato tanto. Quanto tempo ho trascorso davanti allo specchio piena di dubbi ed incertezze, quante prove per giungere ad un nulla di fatto: no, alla fine, non ho tagliato i capelli. Perché? Dopotutto, chi resiste alla tentazione di cambiare il proprio aspetto, anche in modo estremo? Nonostante io abbia preso negli ultimi mesi decisioni importanti, mi è mancato il coraggio per rivoluzionare il look. Lo ammetto, sono proprio una codarda. Fortunatamente, non tutte sono come me. Quando una donna si taglia i capelli, compie un gesto significativo: quasi, direi, catartico. Mi viene in mente la leggenda della regina d’Egitto, Berenice, la quale fece voto di tagliarsi i capelli in segno di gratitudine verso gli dei se il marito fosse ritornato dalla guerra. Tolomeo tornò vittorioso lo stesso giorno e Berenice mantenne il suo voto sacrificando la sua lunga chioma. A quanto pare, qualcosa di simile accade ancora oggi. Alle moderne “Berenici”, per esempio, che si tagliano i capelli per amore: come istintiva reazione ad una storia finita o ad una nuova che sta iniziando. Quel che conta, tuttavia, è mostrare al mondo un segno evidente che non si è più le stesse: protagoniste di una trasformazione netta e repentina. Tagliare i capelli equivale a separarsi da un passato che non appartiene più. Essi sono, dunque, il primo ornamento: una parte del nostro corpo che consideriamo immutabile ma che, al contrario, non lo è. Possiamo modificare questo vestiario naturale nel modo che più ci aggrada. Per questo, un cambiamento nel taglio dei capelli è la spia di un cambiamento in corso interiore e più profondo.

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Vi starete chiedendo il motivo di una tale premessa. Semplice. Si ragiona, si teorizza, si diagnostica ma mai che si riesca a descrivere quelle novità che viviamo quotidianamente: eppure, in questo racconto, c’è materiale a sufficienza per confutare ciò che ho appena affermato. A pochi mesi dal successo di Al di qua del paradiso, un giovane Francis Scott Fitzgerald pubblica una raccolta di racconti dal titolo Maschiette e filosofi. Una vera operazione commerciale, a quanto pare, per continuare a cavalcare l’onda del successo. Con Berenice, ci inoltriamo nell’universo delle maschiette al quale la protagonista non appartiene mentre la cugina, Marjorie, ne è l’indiscussa regina. Quest’ultima, proverà a guidare la giovane sulla strada del successo con i ragazzi. Ne consegue un taglio di capelli, scelta drastica, che comporterà non pochi problemi. Emerge una Berenice nuova, consapevole ma, in fondo, sola: insieme alla bella chioma, va via l’innocenza e lo spettacolo di cui, ormai, è parte la fa apparire un po’ folle ed inquietante come la schizofrenica Nicole in Tenera è la notte. Il volume, Maschiette e filosofi, costituisce un insieme di racconti degni di essere letti. Capaci di trasportarci in quegli anni ruggenti in cui il jazz la faceva da padrone. Ci troviamo di fronte ragazze sfrontate e giovani uomini disposti a rischiare il tutto per tutto. Siamo in un periodo di grandi mutamenti generazionali, di una rivolta silenziosa che segna una separazione decisiva tra i giovani degli anni ’20 ed i loro genitori. Una scrittura grandiosa, quella di Fitzgerald, pronta a mettere in risalto le scene più rappresentative di un’epoca che sorprende e ammalia per vivacità, spensieratezza e leggerezza rivoluzionarie.

 

Il delitto di Lord Canterville e altri racconti

il delittoLe cinque del pomeriggio. Puntuale, torna a farmi visita una tristezza che conosco bene. E’ finito il giorno attivo durante il quale sottometto e vinco la mia delusione o il mio disappunto. Ma è anche l’ora fatale in cui finisce il lavoro, gli autobus si riempiono di sbadigli e sguardi sonnecchianti, tutti corrono da qualche parte e, magari, gli amanti si sono già scelti. Allora, ad un angolo di strada, incapace di proseguire avverto un senso di angoscia soffocante, di sradicamento, di solitudine, una mancanza di affetti e di sicurezza dalla forma di tetto spiovente sotto il quale potermi riparare. In un momento così particolare, le persone alle quali mi rivolgo sono incapaci di grandi amicizie. Si frammentano, si dissolvono in qualcosa di secondario che non sono in grado di afferrare e rendere mio. Mi guardo intorno. Sotto un cielo colore del fuoco, scorgo una panchina e mi siedo. Non ho voglia né di scrivere né di parlare con qualcuno. Piuttosto, desidero ritrovarmi e in fretta. Avete mai vissuto, anche solo per cinque minuti, una situazione simile alla mia? All’improvviso, un pensiero mi balena nella mente. Ridere, ecco di cosa ho bisogno. Frugo nella borsa e ritrovo un vecchio libro che avevo accantonato. Una collana famosa, i Tascabili Economici Newton, che in 100 pagine a sole 1000 lire “custodiscono il fascino di autori senza tempo della letteratura” come è riportato sulla quarta di copertina. E di fascino, Oscar Wilde, ne ha tanto. Fin troppo famoso ma ben poco conosciuto. Il commediografo brillante, l’esteta, l’icona del mondo gay, ricercatore del Bello e, soprattutto, di un Dio e di una fede che abbracciò dopo la drammatica esperienza del carcere. Un mistero, per molti, non pienamente svelato. Un uomo ed un’artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca. Un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana ma anche un attento osservatore della modernità con i suoi aspetti positivi e, al tempo stesso, inquietanti. Con una penna arguta e tagliente, lo scrittore irlandese conferma in questi quattro racconti (pubblicati nel 1891) la propria abilità nel ritrarre l’high society inglese servendosi di un’effervescente ed ironica leggerezza essenziale per contrastare le seriose costrizioni della ragione. Non mi soffermerò sulle trame quanto sulla personalità di un uomo, l’autore, fuori dal comune sottovalutato ed osteggiato dalla critica del tempo.

800px-A_Wilde_time_3 (1)Brillante, irriverente, geniale Oscar Wilde che nell’arte vide l’immutabile perfezione in grado di contrastare l’effimera esistenza umana. Due ore dopo, chiudo il libro con una sensazione di appagamento difficile da descrivere ed un’espressione beata che a qualche passante più attento può risultare singolare: per la serie “la tipa non sta bene” ma per lui, sono pronta a tollerarlo. Per lo stesso Oscar che quando incontrò Andrè Gide in Algeria disse: “Ti piacerebbe conoscere il dramma della mia vita? Ho messo il genio nella mia vita; ho messo solo il mio talento nelle mie opere”.

Backstage

Backstage-SeveriniUltima domenica di settembre. Giorno di calma e di calore. Mi abbandono, nostalgicamente, al mare. Il mare e il sole rinnovano la mia forza, puntuali. Sembra, quasi, che l’estate non sia mai finita. Mi verso del caffè da un thermos. Prendo appunti per impedire ai miei pensieri di disperdersi. Nel frattempo, il caffè si fredda nella tazzina di finta ceramica bianca.  È il momento perfetto, mi dico. Questa è la giornata perfetta, una mattina di sole senza afa, per terminare il libro perfetto: Backstage di Gilberto Severini, edito da Playground. All’autore, di origine marchigiana, dobbiamo molti grazie. Da Consumazioni al tavolo al più recente A cosa servono gli amori infelici, impariamo subito ad apprezzarne la voce e i toni intimi della narrazione, il brio di alcune pagine e la purezza di molte altre. Tutto questo sentire viene rinnovato dalla lettura del suo nuovo lavoro: una lettera indirizzata al suo editore, Andrea Bergamini, nella quale egli parla della sfida di scrivere un romanzo dopo i 73 anni (rifacendosi, così, ad un’affermazione di Pietro Citati). In particolare, della sua idea di narrare la condizione dell’orfano: la sua condizione, figlio di un padre morto in guerra e di una madre fragile; la condizione di tanti altri, degli orfani con i genitori ancora in vita; la sensazione, attualissima, di essere orfani senza guida e senza una casa a cui fare ritorno. Orfani privati di un futuro. Quanti ritratti, piccole storie, riflessioni e digressioni trovo tra le pagine: diverse citazioni di Ennio Flaiano, passaggi rapidi da Livigno alle strade affollate di Roma, i versi dell’amico poeta Franco Scataglini che di sé voleva lasciare «una virgola nella storia della letteratura», le sensazioni e le impressioni più disparate sulla storia e sul presente. Qualcosa che ci appartiene e al quale sappiamo di appartenere. Avevo un’ossessione. Per potersi cambiare di pelle e per evolversi in nuovi cicli, è necessario imparare a scartare. Se si sceglie di cambiare internamente, non si può vivere con gli stessi oggetti. Essi riflettono la psiche di ieri. Se si getta via tutto quello che ricorda il passato, è possibile evitare il deterioramento e l’avvizzimento del corpo e dell’anima. Eppure, Severini mi ha mostrato l’utilità di quei segni lasciati dal tempo: ogni cosa va osservata, studiata, letta, interpretata e non cestinata. Non subito, almeno. I cassetti, gli armadi aperti e svuotati; gli occhi devono restare spalancati anche di notte e gli amici devono essere considerati tali anche quando non sono più accanto a noi. La scrittura, infine, deve continuare a dire perché – come sottolineava Francis Scott Fitzgerald – “Non si scrive perché si vuol dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire”.