Backstage

Backstage-SeveriniUltima domenica di settembre. Giorno di calma e di calore. Mi abbandono, nostalgicamente, al mare. Il mare e il sole rinnovano la mia forza, puntuali. Sembra, quasi, che l’estate non sia mai finita. Mi verso del caffè da un thermos. Prendo appunti per impedire ai miei pensieri di disperdersi. Nel frattempo, il caffè si fredda nella tazzina di finta ceramica bianca.  È il momento perfetto, mi dico. Questa è la giornata perfetta, una mattina di sole senza afa, per terminare il libro perfetto: Backstage di Gilberto Severini, edito da Playground. All’autore, di origine marchigiana, dobbiamo molti grazie. Da Consumazioni al tavolo al più recente A cosa servono gli amori infelici, impariamo subito ad apprezzarne la voce e i toni intimi della narrazione, il brio di alcune pagine e la purezza di molte altre. Tutto questo sentire viene rinnovato dalla lettura del suo nuovo lavoro: una lettera indirizzata al suo editore, Andrea Bergamini, nella quale egli parla della sfida di scrivere un romanzo dopo i 73 anni (rifacendosi, così, ad un’affermazione di Pietro Citati). In particolare, della sua idea di narrare la condizione dell’orfano: la sua condizione, figlio di un padre morto in guerra e di una madre fragile; la condizione di tanti altri, degli orfani con i genitori ancora in vita; la sensazione, attualissima, di essere orfani senza guida e senza una casa a cui fare ritorno. Orfani privati di un futuro. Quanti ritratti, piccole storie, riflessioni e digressioni trovo tra le pagine: diverse citazioni di Ennio Flaiano, passaggi rapidi da Livigno alle strade affollate di Roma, i versi dell’amico poeta Franco Scataglini che di sé voleva lasciare «una virgola nella storia della letteratura», le sensazioni e le impressioni più disparate sulla storia e sul presente. Qualcosa che ci appartiene e al quale sappiamo di appartenere. Avevo un’ossessione. Per potersi cambiare di pelle e per evolversi in nuovi cicli, è necessario imparare a scartare. Se si sceglie di cambiare internamente, non si può vivere con gli stessi oggetti. Essi riflettono la psiche di ieri. Se si getta via tutto quello che ricorda il passato, è possibile evitare il deterioramento e l’avvizzimento del corpo e dell’anima. Eppure, Severini mi ha mostrato l’utilità di quei segni lasciati dal tempo: ogni cosa va osservata, studiata, letta, interpretata e non cestinata. Non subito, almeno. I cassetti, gli armadi aperti e svuotati; gli occhi devono restare spalancati anche di notte e gli amici devono essere considerati tali anche quando non sono più accanto a noi. La scrittura, infine, deve continuare a dire perché – come sottolineava Francis Scott Fitzgerald – “Non si scrive perché si vuol dire qualcosa; si scrive perché si ha qualcosa da dire”.

 

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