Corto viaggio sentimentale

All’improvviso, è primavera. Finestre aperte, strade piene di gente, sguardi sornioni, movimenti lenti. Dovrei terminare la recensione ma stare chiusa in casa mi deprime. Allora, esco. Scrivere, penso, è una sinfonia. E’ un balletto, un quadro. L’arte serve come simbolismo per le cose che non si possono esprimere a parole ma solo in simboli. Scrivere è tempo, calma, pazienza. Soprattutto, smembramento dell’io. Strano? No. Al massimo, singolare. Le donne che sono in me convergono in un unico punto: nel profondo, nell’inconscio. Se decido di non trattenerle ma, piuttosto, di liberarle nella vita di tutti i giorni si scontrano con altre donne reali: si identificano, si proiettano e si mescolano tra loro. Scambi, interscambi, convergenze. Il risultato è un arricchimento mio e di chi legge ciò che butto giù sulla carta virtuale di un computer. La prima persona alla quale mi donai fu mio padre che involontariamente mi tradì attraverso gesti ed azioni mancate. Così, mi spaccai in due. Dare fino in fondo è fatale. Mi divido in piccoli rapporti e vado alla ricerca di persone a metà, divise. Di esseri spaccati. Perché questa premessa? Per due motivi. Scrivere per me non è un’arte e non termina nell’istante in cui abbandono la stanza per girovagare senza méta. Non c’è separazione tra la mia esistenza ed il lavoro che mi è stato assegnato (recensire opere dalle quali traggo stimoli per riflettere) ma, soprattutto, per quegli atti mancati protagonisti ad esempio dell’ultima perla che mi è capitata tra le mani qualche settimana fa. Un racconto incompleto, una novella che lo stesso autore definì “lunga come una serpe lunghissima”. Proprio gli atti mancati hanno sempre avuto la meglio in Italo Svevo: sia nella letteratura che nella vita vissuta. Il suo personaggio più celebre, Zeno Cosini, segue un funerale che non avrebbe dovuto seguire. Da questo errore, ha inizio la sua fortuna nel mondo del commercio.corto

Nella vita del suo ideatore, un atto mancato si trova all’origine della sua fama letteraria. Parigi, 1924. James Joyce si reca alla Gare de Lyon per incontrare l’amico Ettore Schmitz (alias Italo Svevo) che non vedeva da tempo. Svevo aveva dato un’informazione imprecisa sull’ora del suo arrivo. Un incontro mancato, dunque ma non fatale. Nella lettera che ad esso seguì, Joyce si complimentò del libro che stava leggendo “…di gran lunga, il suo migliore libro” e che portò all’esplosione del “caso Svevo”. Travolto dall’inaspettata fama europea, Italo Svevo abbandonò quel “Corto viaggio sentimentale” che, a tratti, mi ricorda la tela di Penelope: si continua a “tesserlo” per ingannare l’attesa, quando da Parigi le buone notizie tardano ad arrivare. Protagonista è il signor Aghios. Una persona comunissima, un bugiardo incorreggibile che divora con gli occhi tutte le donne che incontra e che si sottrae ai doveri di padre e di marito. Alla stazione di Milano, il signor Aghios saluta la moglie e si mette in viaggio per Trieste portando con sé una busta con dentro trentamila lire, una somma ragguardevole per l’epoca. Il protagonista ama viaggiare perché nel viaggio il tempo sembra fermarsi. I pensieri scorrono con esasperante lentezza “m’è sempre stato tanto difficile di fermarmi quando mi muovo o di mettermi in movimento quando sono fermo”. Viaggiare è un po’ come scrivere “si corre via immediatamente liberi dal groviglio di affari e di affarucci che gremiscono la vita” si perde il senso del tempo e si elimina l’affanno dell’attesa. Mentre il treno si muove verso Trieste, diventa lecito godersi le gioie dello straniamento. Lunghissimo come un convoglio ferroviario che procede attraverso la pianura padana o come un serpente rapido e silenzioso è il “Corto viaggio sentimentale”. Aghios, come Zeno, ama intrattenersi con i suoi compagni di avventura “…con la gente che non conosce, con la quale si sente sano e sicuro”. Parla di infanzia con la madre di una bambina, di psicoanalisi con un giovanotto. La narrazione sembra non finire mai: la prospettiva diventa quella del viaggiatore esterno, inesistente, che procura al viaggiatore reale il piacere che proverebbe osservandosi viaggiare. Aghios è un piccolo Ulisse che, quasi, “subisce” il ricordo immobile nel treno che taglia la campagna. “Corto viaggio sentimentale” è un’allegoria senza fine: il sogno di un qualcosa che non verrà (il successo letterario) ma anche un dialogo a distanza molto intimo con l’autore irlandese James Joyce, amico e maestro, che fin dagli esordi ha creduto in lui.

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