Il fiore dell’amicizia

“Il buio, quanto è lungo nel Sud!Tardi s’accendono le luci delle case e dei fanali”. Il mito e il sacro sono nella fisionomia dei luoghi. La poesia diviene canto e il canto un malinconico racconto dal linguaggio cadenzato, lento ma per nulla monotono che fa danzare i ricordi e le immagini. Tra i ricordi e le immagini, c’è l’appartenenza ad una terra. Un’appartenenza alla quale corrisponde un sentimento: del tempo perduto e di un ritorno alle radici. L’attaccamento alle radici, nella poesia di Bodini, si traduce in un paesaggio di valori che dalla parola, dal ritmo e dal sogno traggono linfa vitale. Il poeta narra una storia e, per farlo, si serve di un linguaggio musicale che la cultura di una tradizione cerca di recuperare. Il paese, i vicoli, la piazza sono gli spazi della cultura e, soprattutto, di una rappresentazione. Nei suoi versi, Bodini narra il Sud del quale ha catturato gli odori, i sapori, i dolori, le albe, le notti, le allegorie trasformando il tutto in materiale poetico. Uno spartito perfetto se non fosse per una nota stonata dal sapore amaro che mette ogni cosa in discussione. Nel descrivere le condizioni della sua terra, il poeta leccese, non immaginava che l’oblio avrebbe offuscato a lungo il suo ricordo e che le luci della ribalta si sarebbero accese tardi. Destino beffardo per un autore geniale della cui produzione in prosa, ad esempio, si sa poco o nulla. “Il fiore dell’amicizia” vide la luce nel 1983 sulla rivista “Sud Puglia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Sud Puglia di Matino” a cura di Donato Valli a cui la vedova di Vittorio Bodini aveva affidato il manoscritto del romanzo rimasto incompiuto per la pubblicazione. L’attenzione si concentra sulle esperienze giovanili del futuro scrittore dal carattere incline al non rispetto delle regole che lo porta all’espulsione dalle scuole del Regno e al conflitto inevitabile con la famiglia. Privo di punti fermi, il protagonista inizia la sua formazione con gli amici che lo spingono all’esplorazione del sé “Ma a me di tutto questo m’importava assai poco. Specialmente i deserti erano la cosa che aveva meno posto in quella vita che mi fantasticavo in segreto, e alla quale mi andavo preparando coscienziosamente, come credo facessero molti di noi, ma certamente Albertino e Carmine”. La scoperta di un io che si lega strettamente a quella della città natìa verso la quale, spesso, egli manifesta avversione “…e che essa [Nelly] era in fondo assai più simile ad altre cose che conoscevo e detestavo di quel paese, una scontentezza secca e irrequieta, che gira a folle fra le cose, coltello cocomero palme, e poi pane, vino, pietra di tufo e la miseria i gridi delle rondini ecc ecc”. Lecce, una sorta di beffarda provocazione alla storia che il protagonista si diverte, quasi, a disegnare con tratti fuori dall’ordinario nbookascondendo il fondo di un’inquietudine più grande. La scrittura, allora, diviene consolazione di un destino fallito che solo sulla pagina trova l’illusione di completezza. Un romanzo fortemente autobiografico che segna l’ingresso della città nella geografia nazionale e dell’autore nella vita reale. Autobiografici sono, ad esempio, alcuni luoghi: il castello di Carlo V, il caffè Alvino, il caffè delle Due Pile, il caffè Esperia; i nomi di alcuni personaggi: Carmine Valente (legato a Vittorio fino alla morte), Albertino Maggio, Flora (la giovane figlia del tabaccaio, morta prematuramente). Una sorta di diarismo come compromesso tra le esigenze individualistiche e le pressioni realistiche del particolare momento storico-culturale di un paese in continua evoluzione. Immagini e temi in stato embrionale, secondo molti studiosi, che troveranno completamento nella successiva e più matura produzione poetica. “Dammi il tuo indirizzo” mi scrive, un pomeriggio, Francesca. Non le chiedo il motivo. So che di lei mi posso fidare e che per me avrà in serbo sempre qualcosa di buono. Non devo attendere molto per scoprire che, ancora una volta, avevo ragione. Il fiore dell’amicizia è lì sul tavolo che aspetta di essere letto o, meglio, accolto come una pianta che sta per sbocciare (il titolo, devo ammetterlo, aiuta) “Quel gesto di prendermi per mano e guidarmi attraverso il buio sino alla sua camera, che Nelly ripeté le notti seguenti, ora a tanti anni di distanza, mi piace accrescerlo d’altri sensi nella mia memoria; e invero non era tanto in una stanza che io penetravo, guidato da lei, quanto in una ragione, fino a quel momento confusa e tutto ciò che imparavo di lei lo imparavo anche di me”. bodini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...