Il lacchè e la puttana

C’è un tema sul quale, spesso, mi soffermo. Una dimensione, a tratti, nella quale il senso di ricerca sembra acuirsi maggiormente ma che, se scoperta ed esplorata, potrebbe trasformarsi in uno strumento tale da rendere l’uomo più potente ed intero. Ogni sistema parte puro e viene corrotto dalla natura umana. Non esiste alcuna cura specifica se non quella di affrontare la natura umana stessa attraverso la sua conoscenza. Accade, ad esempio, con i rapporti. Esplorarne le variazioni, le sottigliezze è ciò che preferisco. Dato che è in momenti di crisi emotive che gli esseri umani si rivelano più a fondo, ho scelto di scrivere soprattutto di questi momenti. Istanti di grande intensità che portano alla nascita di tutte le forze dell’intuizione. Per questo scelgo umori, stati d’animo, stati di esaltazione per accentuare la realtà dei sentimenti e dei sensi. Scrivo continuamente nello stato d’animo che si produrrebbe se conoscessimo il momento esatto della nostra morte: l’intensificazione della memoria. Un’attitudine che si è sviluppata grazie all’uso di un diario che ho sempre con me da anni. E sfogliando le pagine dell’ultimo Moleskine (sono fissil lacchèata, mi dispiace) mi è tornato in mente un libro che ben si lega al discorso sui rapporti. C’è una vasta letteratura sui russi bianchi vaganti tra Berlino, Parigi e la Svizzera fra gli anni Venti e Trenta del Novecento. Sono opere di artisti che lasciarono la Russia dopo il 1917. Tra questi, “Il Lacchè e la puttana” di Nina Berberova rientrerebbe come piccolo esempio della rapidità, tra i temi approfonditi da Italo Calvino nelle “Lezioni americane”. Collocato nella prima stagione narrativa dell’autrice il racconto, pubblicato originariamente nel 1937 in russo (come tutti i lavori della scrittrice lontana da una madrepatria indimenticabile quanto nemica) è una testimonianza del momento biografico pieno di incertezze e difficoltà che la Berberova stava affrontando in una Parigi, terra scelta da molti russi in fuga dalla Rivoluzione, dove si fa la fame. Ne “Il corsivo è mio” la Berberova narra, senza alcuna vergogna, di giornate trascorse interamente con l’unico pensiero di cosa mangiare, dell’unica pentola e posata a disposizione, della fortuna di un po’ di pane e burro con il tè la sera e spesso, solo del tè, della malattia che giorno dopo giorno aggravava le condizioni del suo uomo, lo scrittore Vladislav Chodasevi che riempie di tristezza la sua giovane sposa. Tanja e la sorella Lilja, le protagoniste, sono figlie di un funzionario di San Pietroburgo che con la Rivoluzione ha perso tutto. Costrette, dapprima, a riparare in Siberia partono successivamente per il Giappone. Ben presto, la giovinezza felice termina e le due sorelle abbracciano destini diversi “…e verso la primavera si spegne del tutto, non si cuce più i vestiti, non bacia più gli uomini, si raccoglie i capelli sulla nuca in un tragico chignon e dice che non le basterà tutta la vita per ottenere il perdono della Russia” Lilja non sopporta la lontananza dalla madrepatria, si disinteressa ad ogni cosa, inizia ad ingrigirsi in un’esistenza dedicata all’assistenza del padre malato e Tanja comprende che deve compiere da sola il salto verso una vita diversa. Oggetto del desiderio maschile di molti, Tanja non esiterà a strappare il fidanzato alla sorella per sfida e per convenienza ma è Parigi, in realtà, ad attirarla con promesse di riscatto da un’esistenza monotona ed inappagante. Un’immagine lusinghiera quanto ingannevole che presto spoglierà la donna di ogni cosa. Allaccia, così, relazioni pericolose ed inconcludenti alla ricerca di un uomo che le offra amore ma anche sicurezza. Decisa a trovare qualcuno o a farla finita, si reca in un lussuoso ristorante con la speranza di adescare un ricco signore spendendo tutto ciò che le resta e incontra un semplice cameriere che si rivelerà un raggio di sole inaspettato. E’ interessante notare l’assoluta assenza di giudizio nel tratteggiare figure di donne spesso spregiudicate a cui l’autrice sembra perdonare ogni scelta in virtù di due considerazioni: la distanza dalla terra d’origine che le ha generate abbandonandole subito dopo e la ricerca quasi ossessiva della felicità a parziale risarcimento di un percorso esistenziale tormentato e doloroso. Il tema dell’esilio si lega a storie d’amore sfortunate nel segno di un’idea o, meglio, della convinzione che le terre straniere nelle quali la Berberova e tanti suoi connazionali sono stati gettati, lungi dall’offrire loro qualcosa di buono, possano solo ipotecare la normalità e la quiete. Il “paradiso perduto” della patria lontana resta una pesantissima e tragica eredità psicologica di un’intera generazione che preferisce rifugiarsi in ciò che ne è rimasto nella memoria, incapace di perdonare a quella l’abbandono e a se stessa la fuga.

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