L’arpa d’erba

arpa  “Quando ho sentito parlare per la prima volta dell’arpa d’erba? Molto tempo prima di quell’autunno in cui andammo ad abitare sul sicomoro. In un autunno molto remoto, dunque; e certo fu Dolly a parlarmene, perché nessun altro avrebbe pensato a quel nome: arpa d’erba. Se, uscendo dalla città, imboccate la strada della chiesa, rasenterete di lì a poco una abbagliante collina di pietre candide come ossa e di scuri fiori riarsi: è il cimitero Battista. Vi sono sepolti i membri della nostra famiglia, i Talbo, i Fenwick. Mia madre riposa accanto a mio padre e le tombe dei parenti e degli affini, venti o più, sono disposte intorno a loro come radici prone di un albero di pietra. Sotto la collina si stende un campo di alta saggina, che muta di colore ad ogni stagione; andate a vederlo in autunno, nel tardo settembre, quando diventa rosso come il tramonto mentre riflessi scarlatti simili a falò ondeggiano su di esso ed i venti dell’autunno battono sulle sue foglie secche evocando il sospiro di una musica umana, di un’arpa di voci. ” A volte, mi dico, diventa necessario fermarsi e rifare il percorso della vita per immagini. A volte, non c’è una vera ragione ma il solo pensiero che il futuro sia un’eterna ripetizione del passato senza che nulla cambi può trasformarsi in un vero e proprio incubo. Allora, bisogna respirare. Viaggiare dentro di sé o, al massimo, molto lontano dal mondo per depistarsi un po’. Che sia accaduto qualcosa di simile all’autore di questo libro? Un Capote adolescente, sensibile e solitario ci parla dalle pagine dell’ Arpa d’erba aprendo il suo cuore e raccontando un episodio della sua vita: quando, orfano di madre, viene affidato a due sorelle zitelle, Verena e Dolly Talbo, in una grande casa della provincia americana fatta di esistenze scandite dal ritmo delle fattorie, delle campagne e dalle voci di periferia. Piccoli frammenti di realtà, amori e passioni, persone con le loro storie portate dal vento che risuona nell’erba come un’arpa.

truman capote, new orleans, 1947

Truman capote, New Orleans, 1947

 

In queste righe ritroviamo la potenza e la leggerezza narrativa di Capote il quale, sapientemente, mescola vicende familiari e descrizioni dettagliate di paesaggi legate tra loro dalla forza delle similitudini. Dolly apre la mente ed il cuore del giovane Collin iniziandolo alla vita vera senza, però, farlo smettere di sognare “se un mago volesse farmi un dono, dovrebbe darmi una bottiglia piena delle voci di quella cucina […] i crepitii del fuoco; una bottiglia colma fino all’orlo dell’aroma di burro, di zucchero, di forno”. Il tutto senza mai lasciarlo ai margini dei problemi quotidiani, degli stratagemmi, delle paure e, perfino, della morte. Straordinaria è la capacità di reinventarsi di Capote, maestro di uno stile evocativo e preciso al tempo stesso che diviene arpa di voci pronte a narrarci una storia semplice che racchiude in sé non solo quella dei protagonisti ma anche uno spaccato del sud degli Stati Uniti negli anni ’50. Un’ opera che non stupisce e non stravolge ma ipnotizza ed accompagna lungo quel percorso a cui ho accennato all’inizio. Chiudo gli occhi e seguo i suoni, mi abbandono alle visioni “Senti? È l’arpa d’erba, che racconta qualche storia. Conosce la storia di tutta la gente della collina, di tutta la gente che è vissuta, e quando saremo morti racconterà anche la nostra.”

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...