Memorie delle mie puttane tristi

La morte per delusione, mi dico, non è mai istantanea e non ci sono colpi di grazia per i delusi. A chi, per settimane, credendo di aiutarmi ha sostenuto che io stessi semplicemente sognando o che fossi prigioniera di un’illusione ho sempre risposto nello stesso modo: anche nel dolore, sto pianificando e progettando il mio futuro. Scopro che il diario è uno sforzo contro la perdita, la transitorietà, la morte, l’appassimento, l’irrealtà. Sento che quando rinchiudo qualcosa, lo salvo. Quando qualcuno se ne va, sento di trattenerne la presenza tra le pagine. Il carattere è senza età, senza tempo. Viviamo andando avanti e indietro nel passato, nel presente, nel futuro. A seconda dell’immagine, della visione o del mito da cui si è posseduti, si verificano puntualmente dei cambiamenti. Non cresciamo in modo assoluto, cronologicamente. Al contrario, cresciamo parzialmente. A volte, in una dimensione piuttosto che in un’altra. Tutto in modo irregolare. Siamo più maturi in un campo, meno in un altro. Siamo fatti di strati, di cellule. E non buttiamo nulla dell’infanzia alla quale non sfuggiamo mai del tutto. Ne riviviamo dei frammenti attraverso gli altri. Soprattutto, viviamo attraverso gli altri, proiezioni di io non vissuti. Ed al passaggio da un io all’altro che appartiene un libro sottratto ad una biblioteca privata nel corso di un trasloco l’estate scorsa che, altrimenti, sarebbe andato perso.memorie

“Avevo sempre creduto che morire d’amore non fosse altro che una licenza poetica. Quel pomeriggio, di nuovo a casa senza il gatto e senza lei, constatai che non solo era possibile morire, ma che io stesso, vecchio e senza nessuno, stavo morendo d’amore.” Un romanzo che lascia interdetti, “Memorie delle mie puttane tristi” del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez sul cui stile, la qualità della prosa, la bellezza delle sue metafore è inutile che mi soffermi. La trama è ispirata ad un romanzo giapponese “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata che lo stesso Marquez ha amato molto e di cui ha riportato l’incipit all’inizio del libro. Protagonista indiscusso è un anziano giornalista, appassionato di musica classica, che ha sempre vissuto in solitudine. Giunto al suo novantesimo compleanno, decide di compiere un’impresa audace e, forse, l’ultima che l’esistenza vorrà concedergli: trascorrere la notte con una ragazza vergine. L’uomo, che si definisce “brutto, timido e anacronistico”, si rivolge all’anziana Rosa Cabarcas, proprietaria di un bordello, con la quale aveva avuto a che fare in passato come assiduo frequentatore di bordelli e avvezzo ad un amore di tipo esclusivamente carnale. La ragazza prescelta ha 14 anni e si chiama Degaldina. Per mantenere la madre e i fratelli, è costretta a lavorare in una fabbrica dove si attaccano bottoni. La notte dell’incontro, tuttavia, la giovane è troppo stanca e si addormenta. Il giornalista non ha il coraggio di svegliarla e scopre il piacere di restarle accanto inerme e in contemplazione “senza le urgenze del desiderio o gli intralci del pudore”. E’ l’uomo a redigere la memoria di un amore puro e totalizzante mai conosciuto prima. A novant’anni inizia a vivere una seconda giovinezza: ad assaporare il vero gusto dell’esistenza che nell’ottica dell’autore corrisponde all’essere innamorati. E’ l’amore che rende migliori nei confronti di se stessi e degli altri. Ironia della sorte, il protagonista compie questa scoperta nella fase in cui la maggior parte dell’umanità è già morta. Anche chi è un po’ in là con gli anni, è capace di dare qualcosa di fresco e diverso come la linfa vitale di cui sono intrisi per esempio gli articoli di giornale che egli scrive dopo l’incontro con la ragazza. L’ultima opera di Marquez è divertente e allo stesso tempo amaro: in essa scaturisce il rammarico di un uomo che ha scoperto troppo tardi la gioia di vivere.

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