Noi che ci vogliamo così bene

Ci sono istanti in cui è così difficile amare. Perché dobbiamo sempre ricambiare l’amore? La bruttezza, la sua. Ho scelto di amarlo al di là della sua bruttezza. Ho varcato il confine, penetrato la spessa corazza esterna accogliendo l’ anima e la mente di un piccolo uomo che ritenevo grande. Mi fermo e respiro. A tratti, l’aria sembra davvero mancare. Penso, dunque, alla mia solitudine che rinnego ma che, al tempo stesso, accetto. Perché non ho troncato prima? Orgoglio? Senso di colpa? Paura di restare con se stessi? Interrogativi che mi hanno impedito, a lungo, di compiere il salto decisivo. Poi, all’ improvviso, la svolta. Tutto quello che è seguito potrei riassumerlo in una frase di Anais Nin “il creatore cerca di essere solo. Egli crea da solo perché questo lo rende simile a Dio”. Ho scacciato il dolore. So di averlo sepolto da qualche parte rifiutandomi di soffrire ancora. Di quel periodo, ricordo che non c’è stata alcuna tempesta ma unicamente l’oscurità che la precede. E proprio attraverso la solitudine che tanto temevo, ho ritrovato la forza e ricreato la mia vita. Di lì in poi, il bisogno incontenibile di non ingannarmi più e la certezza che la mia storia è la storia di tante donne che per il “troppo amore” arrivano ad annientarsi. Strano? No, non direi. Comune, piuttosto. Succede quando all’interno della coppia si alterano una serie di equilibri e dove il malessere psicologico ha la meglio sul benessere. La ripresa, oggi, ha un colore preciso: l’arancione della copertina di un libro che mi è stato consigliato e che stringo tra le braccia come un tesoro prezioso “Allora.. stavo raccontando che sono sola, in questa casa e su questo lago lontano e verde del sud del Cile. E’ la quarta estate che la affitto. Le tre precedenti sono venuta con Juan e i bambini. Addirittura con i nipoti, l’ultima. Credo che sia stata una buona idea tornarci da sola. Ho esitato. Ma l’anno particolarmente difficile che ho alle spalle, l’assenza di mio marito e la promessa delle mie amiche che sarebbero venute, mi hanno dato coraggio”. Accade che l’individuale, il personale si espanda sotto il prisma di una narrazione per diventare universale, mitico, simbolico. Pagine che senza il nome dell’autrice in copertina avrei riconosciuto come scritte da una donna. “Noi che ci vogliamo così bene” è il romanzo d’esordio di Marcela Serrano pubblicato nel 1991 e vincitore in Francia del premio Coté des Femmes. Un’autrice nuova, per me ed un’opera, questa, scritta per le donne cilene appena uscite dalla dittatura ma al cui interno diversi temi riconosco come ancora attuali. La storia è narrata in prima persona da Ana, la più “anziana” delle quattro amiche, conosciute sul lavoro presso l’Istituto di Ricerca a Santiago del Cile. Si ritrovano per una breve vacanza in una bella casa su un lago, isolata ed accogliente, senza figli né mariti. La voce di Ana mescola i ricordi del passato per raccontare le protagoniste, Maria, Sara e Isabel ma anche se stessa. “I pomeriggi seduti a cullarsi, possono essere eterni se si punta lo sguardo sull’acqua verde”. Ana coltiva molti interessi: ama la letteratura e lo strano fenomeno di essere donna “Forse mi si potrebbe accusare di essere più spettatrice che protagonista degli avvenimenti. Nel qual caso, mi difenderei rispondendo che i reali protagonisti nella vita sono in verità molto pochi, e che la capacità di osservare – neppure quella di analizzare -, oggi è molto diminuita poiché tutti voglio essere al centro”. Isabel ha avuto un’infanzia difficile segnata dalla depressione della madre e dall’assenza del padre. Si è sposata giovane con un uomo ricco che le garantisce la stabilità economica ma è incapace di considerarla come lei vorrebbe “Dovresti rallentare, Isabel. Così eviterai di toccare il fondo. Rallenta un pochino ogni giorno, eviterai l’esplosione finale”. Sara, abbandonata dal padre, è cresciuta circondata da donne che l’hanno amata. Una famiglia in cui la prima regola era quella di “divertirsi; vivere con il minimo indispensabile, ma godersi la vita. E non si poteva godere la vita, lavorando dalla mattina alla sera”. Eppure, lei ha sempre desiderato qualcosa di più. Lo studio, la politica, il lavoro ed una figlia, nata dall’unione con un uomo al quale si è donata interamente soffrendo. Sara pronuncia parole che mi colpiscono perché vere “se mi è successo quello che mi è successo, è stato perché io l’ho permesso”. Maria, la più giovane e controversa, proviene da una famiglia ricca in cui è sempre stata considerata bella ma superficiale. Cresciuta da una tata mai sposata dalla quale ha ricevuto l’affetto che la propria madre non è stata in grado di donarle, Maria vede negli uomini un mezzo per colmare il vuoto che si porta dentro “Si sa che dietro una relazione simbiotica si cela soltanto il terrore della solitudine. E questo terrore è quello che prende forma di famiglia. No, io non sto facendo nessun investimento per il futuro. Ma sei convinta che i figli lo siano? Quelle povere creature che, in fin dei conti, non sono state messe al mondo perché le loro madri, ormai vuote, si attacchino a loro”. Definirlo femminista, a mio parere, è riduttivo. Alcune delle donne descritte dalla Serrano sanno farsi rispettare. Tuttavia, altre si lasciano sopraffare dalle emozioni e, soprattutto, dagli uomini. Donne che amano troppo (come dicevo all’inizio) e che si lasciano incantare, plasmare, manipolare, schiacciare e sfruttare con una facilità sorprendente.Noi che Permettere alla passione di distruggere un’esistenza. Eppure, io vedo altro. Un affresco affascinante di spiriti femminili che si sorreggono a vicenda lungo il tortuoso cammino della maturità mentre il loro paese vive le inquietudini tipiche del passaggio da una dittatura alla modernità di tempi migliori. Donne coraggiose che incontro, nella realtà di ogni giorno, pronte a condividere esperienze dolorose attraverso le quali io mi rivedo. Donne che insegnano e che sono capaci di donarsi, nonostante tutto. Donne la cui ricchezza ed eccezionale profondità interiore meriterebbe di essere portata alla luce piuttosto che annientata. Ad esse dedico questo spazio e concludo affidandomi alla voce di Ana “erano passati dieci anni ed eravamo ancora lì. Più grandi, più vecchie, più ferite, più sagge”.

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