Il Danno

il dannoL’unico in grado di aprire il vaso di Pandora, mi dico, è lo scrittore. Poiché, quando ha vuotato il vaso delle illusioni, può crearne un altro e riempirlo di materiale nuovo. Può rimettere nel vaso i mondi che ha creato e tutte le scoperte che ha fatto. Nessuno può vivere limitandosi ad una visione solo clinica, psicologica o storica di ciò che lo circonda. Forte deve essere la capacità di ricreare, di rinnovare, di rifare. Molti preferiscono analizzare piuttosto che sentire, esaminare piuttosto che vivere sensualmente, inconsciamente. Troppa lucidità crea deserti e, a quel punto, è necessario trovare acqua per riseminare e ripiantare. Di fronte ad un presentimento precoce di prigionia cui sono vittime gli esseri umani, mi invento sempre delle occasioni per evadere tentando di aprire dei varchi verso la libertà. “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.” E’ questo il fulminante incipit de “Il Danno”, il romanzo che ha reso famosa Josephine Hart nel 1991 e di cui mi sono servita, come una droga, per alleviare quel senso di smarrimento che segue inevitabilmente la perdita di un’illusione. Non siamo mai in trappola, penso, se non decidiamo di esserlo. Stephen Martin, il protagonista, è un medico ed un politico affermato. Un marito esemplare, padre di due figli, uno che “ha fatto la sua parte” e che, grazie al favore della sorte, ha interpretato in maniera impeccabile questi ruoli sul palcoscenico della vita senza passione o arte “forse perché la passione nasce solo quando la volontà incontra degli ostacoli” e l’arte, spesso, scaturisce dalla passione. La sua infanzia, la sua adolescenza e parte della sua giovinezza sono state dominate dal padre, uomo dal carattere forte e dalla volontà incrollabile, il quale era solito dirgli “decidi quello che vuoi fare e fallo”. Ogni volta che Stephen compie una scelta o è convinto di realizzare una sua ambizione, reprime l’impressione di perseguire i piani paterni. Passa, così, sotto la guida del suocero e decide di presentarsi come candidato del partito conservatore, senza sforzo e nel pieno disinteresse per il potere personale, accurato e competente ma non spinto da emozioni o estremismi pericolosi. Sui binari di una tranquillità senza misteri ed intemperanze, scorre la sua vita intima: la serenità familiare è quella di chi non ha mai conosciuto dolori o ansie ma ha organizzato la propria esistenza con determinazione seguendo uno schema preciso scandito da un ritmo quasi piacevole. Un ritratto perfetto realizzato senza l’ombra di una sbavatura capace di contenere perfino la sottile invidia di un’osservatrice esterna come Anna Barton. “Una strana calma m’invase. Mandai un respiro profondo, come se ad un tratto avessi cambiato pelle… L’impressione di avere incontrato qualcuno che conoscevo mi era passata attraverso il corpo come una scossa elettrica. Per un attimo, un attimo solo, avevo incontrato uno come me, un altro della mia specie. Ci eravamo riconosciuti… Mi ero sentito a casa mia… Ero come un viaggiatore sperduto in un paese straniero che ad un tratto ode non soltanto la sua lingua natia, ma il dialetto che parlava da bambino. Non si chiede se la voce è quella di un nemico o di un amico, si precipita solo verso il suono che gli ricorda la sua casa. La mia anima si era gettata su Anna Barton… basti sapere che ero meno l’uomo che ero stato e più me stesso… un nuovo e strano me stesso”.

juliette

Stephen che, fino a quel momento, era stato abile nel controllare le emozioni, potrebbe scegliere “di andare” se non fosse frenato dalla sua posizione, dalla moglie e, soprattutto, se Anna non fosse la fidanzata del figlio Martyn. Il punto massimo della nostra maturità dovrebbe coincidere con l’abbandono di meccanismi di difesa estremistici ma Stephen non l’ha mai raggiunta e in lui, a volte, mi rivedo. Così come mi rivedo, a momenti, nella donna che lo ha spinto ad aprire una porta (o il vaso di Pandora di cui parlavo all’inizio) e di godere di ciò che si era negato fino ad allora che, da subito, lo avverte “ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… è la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.” Anna e Stephen, vivono in una dimensione che sembra porsi al di là del bene e del male, nutrendosi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale senza remore né freni, sfidando e violando regole e tabù, fino al punto di svolta che non rivelerò perché non amo “spoilerare”. Ipnotico nello stile e cadenzato nel ritmo, “Il Danno” ci mostra la difficoltà di far coincidere il proprio mondo con la realtà circostante e la potenza di un’ossessione erotica ed emotiva.

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