Il mio noviziato

colette 2“Nella mia vita ho avvicinato raramente quegli uomini che gli altri uomini chiamano grandi. Loro non mi hanno mai cercata. Per parte mia li fuggivo; mi rattristava che la loro fama li vedesse ormai offuscati, già ansiosi di corrispondere alla loro immagine, di somigliarsi, un po’ irrigiditi, un po’ stremati, chiedendo grazia in segreto, risoluti a sedurre aiutandosi con le loro piccinerie quando non forzavano, per far colpo, la loro luce in declino. Se essi non figurano in questi ricordi, la colpa è mia che ho preferito – il sesso non ha molta importanza – persone oscure, colme di un succo che proteggevano, che negavano alle sollecitazioni banali. Quelle che suscitarono la mia curiosità, fino ad una sorta di passione, talora erano indecise soltanto sul modo in cui profondere la loro essenza più preziosa. Di nulla mi vanto, se non di aver urtato al mio passaggio, quegli esseri sapidi e oscuri. I loro nomi, inutili, talvolta si cancellano ma io li violento ed essi tornano a incidersi sotto i volti che sono lenti ad offuscarsi”. E’ la prima volta che leggo un libro autobiografico di Colette. Raccontarsi, mi dico, deve essere molto difficile. Se poi ci sono cose che vorremmo dimenticare, aspetti di noi stessi che vorremmo tralasciare o situazioni che ci hanno ferito indelebilmente, il compito diventa ancora più arduo. Perdiamo sempre parte della nostra fede sotto l’oppressione di guide pazze, di una storia folle, delle crudeltà patologiche della vita quotidiana. I più vecchi, poi, cadono in schemi rigidi. Nessuna curiosità, perdono il gusto del rischio o il desiderio irrefrenabile di conoscere, di esplorare, di sperimentare. Dunque, se Colette si fosse lasciata sopraffare dalla paura, se si fosse trattenuta reprimendo ogni pensiero, ricordo, sensazione o emozione “Il mio Noviziato” non sarebbe esistito. L’opera che, dopo oltre vent’anni di assenza ingiustificata, torna nelle librerie con la collana “Gli Adelphi” risale al 1936 data significativa per i fan della scrittrice francese. Willy, il giornalista satirico che bersagliava puntualmente usi e costumi della Parigi tra Otto e Novecento, era morto da cinque anni. Era stato lui, sposandola, ad introdurla negli ambienti più esclusivi della capitale incoraggiandone (o scoraggiandone, a seconda dei casi e degli umori) i primi tentativi letterari. Contribuì alla creazione della saga di Claudine – fornendole qualche consiglio su come rendere più “piccanti”le avventure della giovane provinciale destinate ad un pubblico maschile – ma, presto, tentò di usurparne il successo. Soprattutto, contribuì alla maturazione umana dell’autrice nel modo peggiore: tradendola. Il loro matrimonio terminò ancora prima della morte di Willy culminando con un divorzio che rese Colette un simbolo del femminismo europeo la quale, tuttavia, fu davvero libera per narrare la propria dolorosa esperienza solo in seguito alla dipartita dell’ex coniuge.

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Una verità scritta in prima persona di 142 pagine che costituisce un autentico sfogo. Il bersaglio principale è naturalmente Willy descritto, non come il genio che tutti conoscevano, ma come “negriero” di giovani autori di racconti che, il giorno successivo, sarebbero apparsi sulle principali testate a firma del Maestro. Secondo la ex moglie, Willy era troppo impegnato a vivere per trovare il tempo di dedicarsi alla scrittura. Troppo impegnato a vivere“sulle spalle” di Colette corteggiando ed intrattenendo nell’alcòva ballerine, attrici, modelle. Intorno ai protagonisti ruotano, poi, personaggi di punta della Parigi bohemienne: Erik Satie, Polaire – attrice che prestò il volto alla versione teatrale di Claudine e tanti altri. C’è il forte desiderio di godersi quel circo che è la vita in tutte le sue contraddizioni. “Feci proprio bene – scrive Colette alla fine del libro – a fidarmi di ciò che conoscevo meno, i miei simili, la sollecitudine umana”. E’ anche vero, penso, che la creazione proviene dalla sovrabbondanza che è in noi. Bisogna, quindi, prendersene cura: assorbire il necessario, nutrirlo e donarlo al mondo come forma primaria di condivisione. Qualcosa di bello nasce sempre dagli eccessi: da grandi terrori, da grandi solitudini, da grandi inibizioni ed instabilità. Colette è riuscita ad equilibrarli. Questo libro ne è l’esempio.

 

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