La ragazza interrotta

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia)

image_bookUn’improvvisa lama di luce bluastra colpisce il pavimento di una stanza semivuota. Mi rendo conto che non si tratta di un lampione ma della luna. Il grande orologio a forma di Swatch sulla parete della stanza segna l’una e trenta. Per me la notte è l’inizio e la radice di tutti i giorni. Il presente, poi, è l’eternità sempre in movimento che scorre e si dissolve. L’attimo è vita e quando passa, semplicemente, muore. Eppure, non è possibile ricominciare ad ogni nuovo attimo. Bisogna fermarsi, respirare e basarsi su quelli già morti. Un po’ come cadere nelle sabbie mobili. Si è senza scampo, fin dall’inizio. Un quadro, una canzone, un racconto possono far rivivere appena la sensazione ma non è mai abbastanza. Nulla è mai reale eccetto il presente e, se non si presta attenzione, il rischio è di soffocare sotto il peso nostalgico del passato. Noi possiamo essere l’inatteso, l’istante sublime, la fiamma che si accende, si consuma e subito si estingue. Noi possiamo essere niente o tutto come quelle dannate sabbie mobili che non riesco a cancellare dalla mia mente. Certe cose, mi dico, sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando i dettagli più importanti. E comunque, non lo descrivi mai come vorresti. Per esempio, il dolore. Sono quasi in grado di gestirlo. So di averlo sepolto da qualche parte rifiutandomi di soffrire ancora. E’temporaneo anche se, nel momento in cui lo vivo, sembra interminabile. Non c’è mai tempesta, mi ripeto, ma solo l’oscurità che la precede. “La gente ti chiede: come ci sei finita? In realtà, quello che vogliono sapere è se c’è qualche probabilità che capiti anche a loro. Non posso rispondere alla domanda sottintesa. Posso solo dire che è facile. Ed è facile scivolare in un universo parallelo. Ce ne sono tanti: mondi di pazzi, criminali, storpi, moribondi, forse anche di morti. Sono mondi paralleli a questo e gli somigliano, ma non ne fanno parte”. Inizia così il diario di Susanna Kaysen diciottenne dell’alta borghesia di Boston che, tra il 1967 ed il 1969, trascorse due anni in un manicomio di lusso famoso per aver ospitato personalità del calibro di Robert Lowell e Sylvia Plath, il McLean Hospital. Per l’estrazione sociale delle pazienti e la retta che le loro famiglie versano all’istituto, qui non ci sono camicie di forza né lobotomie ma solo psicofarmaci e, in alcuni casi, sedute di elettroshock. Le ragazze che Susanna incontra in clinica sono bulimiche, anoressiche, depresse, paranoiche, bugiarde patologiche. Sono dipendenti da lassativi e sonniferi. Sono affette da sindrome borderline. Le stesse che, successivamente, diventeranno le sue migliori amiche. “Georgina, la mia compagna di stanza, c’era entrata in pieno e di colpo durante il terzo anno a Vassar. Era andata al cinema a vedere un film quando un’onda nera le si abbatté sulla testa. Il mondo intero scomparve…per qualche minuto. Capì di essere diventata pazza. Si guardò intorno per vedere se era successo anche agli altri ma sembravano tutti presi dal film. Corse fuori perché il buio del cinema, sommato al buio che aveva nella testa, era troppo. E dopo? Le chiesi. Un gran buio, rispose.” Il titolo, tratto da un quadro particolarmente amato dalla protagonista, è significativo: Ragazza interrotta mentre suona di JanVermeer conservato nel Frick Museum di New York. E’ il 1967. Susanna è in compagnia del suo professore di letteratura inglese con il quale comincerà, di lì a poco, una breve e scandalosa relazione. Resta immobile davanti a quel quadro che, secondo le enciclopedie d’arte, raffigura la musica come allegoria del corteggiamento (lo testimonierebbe il Cupido dipinto sul fondo). Lei, però, ci vede altro. Una mano dispotica poggiata sulla sedia, quella del maestro -amante ed una fanciulla che lo ignora indolente, troppo impegnata a fissare lei quasi come se cercasse di metterla in guardia da qualcosa, chiederle di non muoversi, di aspettare, di non andare via. Susanna ci vede premura in quello sguardo, una specie di monito silenzioso a lei rivolto. Vede risposte a domande non fatte.jan_vermeer_005_ragazza_interrotta_dalla_sua_musica_1660

“Avevo dei problemi con i motivi geometrici. Tappeti orientali, pavimenti piastrellati, tende stampate, cose di questo genere. Con i supermercati era particolarmente dura, per via dei lunghi e ipnotici corridoi a scacchi. Quando guardavo queste cose, al loro interno ne vedevo altre. La realtà si stava facendo troppo densa. Vedevano tutti quella roba e facevano finta di nulla? La pazzia era solo questione di smettere di fingere? Cos’è che non andava nelle persone che non vedevano certe cose? Erano cieche, per caso?” Susanna si sottopone ad una visita che dura appena venti minuti. Il dottore le spiega che deve riposare e che esiste un posto adatto a lei. Soprattutto, non può rimandare. La promessa (mai mantenuta) è di trattenersi, al massimo, quindici giorni. Scoprirà, più tardi, che le è stata diagnosticata la sindrome di personalità “borderline”: un confine, tra nevrosi e psicosi, adattamento e disadattamento. Il territorio “borderline” è fondamentalmente il territorio del dubbio “A volte, quando avete capito che il vostro treno non si sta veramente muovendo, potete passare un altro mezzo minuto sospesi tra due regni della coscienza: quello che sa che non vi state muovendo e quello che invece ne ha la sensazione. Potete svolazzare avanti e indietro tra queste percezioni e provare una specie di vertigine mentale. E se è così, siete nel territorio della pazzia: un luogo dove le false impressioni hanno tutte le caratteristiche della realtà”.winona-ryder-in-una-scena-del-film-ragazze-interrotte-246853

Se le false impressioni hanno però tutte le caratteristiche della realtà, come fare a stabilire cosa è reale e cosa non lo è? E’una condizione di certo dolorosa che rende complicato compiere anche il più elementare dei passi. “C’è troppa percezione e oltre alla pletora di percezioni, una pletora di pensieri sulle percezioni e sul fatto di avere percezioni. La digestione potrebbe ucciderti! Voglio dire che l’ininterrotta consapevolezza del processo di digestione potrebbe esaurirti fino alla morte. E la digestione non è che un’attività involontaria collaterale rispetto al pensiero, perché è qui che cominciano i guai”. Un limite evanescente, una frontiera sconosciuta a cui bisogna necessariamente dare un nome o una cura perché, si sa, ciò che non si conosce e che sfugge al controllo spaventa. Chi decide cosa è bene e cosa è male? Chi decide quando e perché strapparci alla vita, alla nostra ricerca interiore spesso sofferta che può forse destare preoccupazione per le sue intemperanze ma che resta indiscutibilmente nostra? Chi ha diritto di interrompere un corso deviandolo, per esempio, a suon di farmaci? Siamo così impegnati, penso, ad inseguire la normalità per poi scoprire che essa non esiste affatto. Dalla storia di Susanna è tratto il film “Ragazze interrotte” di James Mangold che è valso l’Oscar all’esordiente Angelina Jolie. Il film riprende solo in parte ciò che è scritto nel diario e si concentra maggiormente anche sulle altre pazienti ricoverate insieme a Susanna al punto tale che la figura di Lisa-Angelina Jolie finisce per offuscare il personaggio della protagonista.

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“Ragazze interrotte”

 

 

 

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