Il giardino dell’Eden

Nell’oscurità che precede l’alba rivivo interamente un pomeriggio di sole trascorso sulla spiaggia della mia infanzia. Mi inoltro tra le dune in cerca di una casa dove, solitamente, io e i miei piccoli amici giocavamo a nascondino e perdo la strada. Mi guardo intorno. Le dune di sabbia sono così bianche al sole da farmi sentire il primo essere umano su un ghiacciaio. Davanti a me, il mare ribolle nel tentativo vano di trascinare la sabbia nelle sue profondità per restituirla alla superficie cristallizzata sotto forma di disegni concentrici. A riva, il vento ne solleva piccoli granelli depositandoli sulla pelle e i capelli come mussola. Se rimanessi qui abbastanza a lungo, ne verrei ricoperta al punto tale da scomparire in una tomba naturale? Non sopporto l’immobilità che, puntuale, mi suggerisce un’immagine di morte spirituale e che mi spinge ad alzarmi cercando qualcosa da fare. Il riposo, per me, è la non vita. Eppure, in questo momento di luce e calore, riesco a provare sollievo dall’ansia che mi perseguita come una febbre da cui non posso guarire. Allora, mi dico, la felicità è l’opposto della febbre. Forse, è assenza di febbre stessa ed è bellissimo. Nella borsa ho un libro. Inizio a sfogliarlo nel tentativo di ricordare il punto esatto in cui ne ho interrotto la lettura e ricominciare. Il destino comune di molti grandi scrittori morti prematuramente è quello di vedere la propria opera saccheggiata e pubblicata fino all’ultima riga. Bozze di romanzi allo stato primordiale spacciati per la più importante opera dell’autore non ancora pubblicata. Una ricca corrispondenza personale gettata in pasto al grande pubblico con il solo intento di soddisfare una morbosa curiosità sulla vita privata dell’autore e altro ancora. Un destino comune anche ai grandi musicisti i cui archivi vengono depredati senza pietà con il proposito di aggiungere qualche “perla” inedita a raccolte di successi che, al contrario, ben poco hanno da dire sulla reale importanza dell’opera nel suo complesso.

6a00d8341c684553ef0153900b798f970b-800wiErnest Hemingway è uno di quegli scrittori la cui bibliografia postuma vanta quasi la medesima lunghezza di quella in vita. Oggetto di un saccheggio forse senza precedenti nella storia della letteratura, gli appunti e le bozze dello scrittore americano sono state spremute fino ad ottenere veri e propri romanzi che sono stati messi, poi, sul mercato e spacciati per grandi opere perdute. Tuttavia, queste pubblicazioni, hanno ben poco a che vedere con la grandezza della prosa dell’autore americano e se in alcuni casi si riesce ad intravedere appena il tocco dell’autore (ad esempio, “Isole nella corrente”), in altri si è sfiorato un vero e proprio “crimine” letterario. “Il giardino dell’Eden” è la prova di quest’assurda opera di “spremitura” degli archivi personali dello scrittore. Pubblicato per la prima volta nel 1986, le 250 pagine narrano la morbosa vicenda di David Bourne un giovane scrittore di successo impegnato alla lavorazione di un nuovo romanzo mentre è in vacanza in Costa Azzurra con la giovane moglie Catherine sposata da poco. I due coniugi sono uniti da una relazione particolare in cui ambigui giochi erotici e bizzarre conversazioni riguardanti l’inversione dei ruoli e la sessualità costituiscono il centro della narrazione priva di azione e avvenimenti particolari fino all’entrata in scena dell’avvvenente Marita, una giovane ragazza di cui entrambi si innamorano. Scatta, presto, un ménage à trois innescato dalla stessa Catherine il cui stato mentale chiaramente instabile rappresenterà una fonte di preoccupazione crescente per David. Questo triangolo sessuale si trasformerà lentamente in una relazione di coppia stabile tra David e Marita le cui conseguenze avranno forti ripercussioni sul matrimonio stesso. copPer molti critici, “Il giardino dell’Eden” è lontano dagli elevatissimi standard letterari di Hemingway. Tuttavia, una tale “distanza” non è attribuibile all’autore americano: le 300 pagine scarse de “Il giardino dell’Eden” sono state ricavate da ben 1200 pagine di bozze ancora allo stato grezzo alle quali Hemingway stava lavorando negli ultimi anni della sua vita. Sconosciuti i criteri di scelta in base al quale sono state selezionate le parti poi effettivamente pubblicate, così come è sconosciuto il parere dello stesso autore: uno scrittore notoriamente meticoloso e preciso, abituato a riscrivere anche decine di volte la stessa pagina (si ricordino, ad esempio, i quasi 50 finali diversi di “Addio alle armi”, scritti da Hemingway prima di trovare quello definitivo).

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Ernest Hemingway

“Io sono un tipo distruttivo” disse lei “è ho intenzione di distruggerti. Metteranno una lapide sul muro dell’albergo all’altezza della nostra camera. Mi sveglierò di notte e ti farò qualcosa che non hai mai sentito o immaginato.Volevo farlo anche questa notte ma avevo troppo sonno”. Non posso non soffermarmi sulla storia in sé che, a mio parere, rapisce fin dalla prima pagina densa di dialoghi magnetici e pervasa da un’aura di sensualità che la penna del suo creatore riesce a modellare alla perfezione sia sulla pelle abbronzata dei suoi scandalosi protagonisti, sia sui cibi descritti minuziosamente e sia sui drink consumati come se non ci fosse un domani. Il tutto in una cornice, quella francese del primo dopoguerra, che regalava l’illusione forse più grande di tutte: il perdono. “Ma cosa poteva essere? Più uniti di così non li si sarebbe potuti tenere e non c’era sensazione di male dopo. C’era solo felicità e amore reciproco e quindi fame e sazietà e un nuovo inizio.”

 

 

 

 

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