La donna dello scandalo

“1 marzo 1998

L’altra sera, a cena, Sheba mi raccontava della prima volta che lei e quel ragazzo, Connolly, si erano baciati. Naturalmente sapevo già quasi tutto, essendo pochi gli aspetti della faccenda Connolly che Sheba non mi avesse ripetutamente descritto. Questa volta è però saltata fuori una novità. Mi sono ritrovata a chiederle se in quel primo abbraccio l’avesse sorpresa qualcosa. Lei si è messa a ridere. Sì, l’odore l’aveva stupita. Non si era immaginata che odore potesse avere e, anche se lo avesse fatto, avrebbe pensato a qualcosa di adolescenziale: gomma da masticare, Coca Cola, piedi”. Mi lascio abbagliare con facilità. Il mio modo di vedere la gente è di assorbirla completamente. Mi sento dentro di loro, mi perdo in loro, mi sento nella loro pelle, memorizzo i lineamenti, la forma delle mani, il suono delle voci. Mi lascio impregnare. Trance mistiche di tipo cosmico e per nulla religioso. Espansioni che comportano, a tratti, il sacrificio del sé e che possono perfino consumare come tutti quei fuochi che ho acceso nella mia vita dai quali sono stata irrimediabilmente attratta e, a volte, ingannata. Ma con i libri questo non accade. E’ un rapporto fatto solo di luce che non conosce ombre. Essi rappresentano un mezzo per affrontare la realtà e combattere la distruzione che si nasconde ovunque. Da un tale duello nasce la trasformazione. Trasformo la devastazione in creazione, instancabilmente. Allora, mi sento sollevata e trasportata da forze poderose. Musica e luminosità.

download“Quando quel momento arrivò, ciò che respirai fu in realtà sapone, odore di bucato fresco. La fragranza di una scrupolosa cura di sé stesso. Hai presente quell’odore intenso di lavatrice che a volte ti avvolge mentre passi accanto agli sfiatatoi del seminterrato di un palazzo? Uguale. Era sempre così pulito, Barbara. Mai con quell’alito di formaggio e cipolle degli altri ragazzini…” Barbara Covett è un’insegnate di mezza età che, nella frizione contro il tempo, ha smaltito le speranze e bruciato gli ideali. E’sola, cinica, perfida, tagliente, ambigua, miserabile, intuitiva, disperata, moralista, titanica, minuscola. E non smette di fare attrito con la vita. Sheba Hart è una collega che, appena arrivata ad insegnare arte nella stessa scuola dopo anni di vita domestica, finisce coinvolta in una relazione con un allievo minorenne, seduttore ingenuo ma al tempo stesso scaltro, specchio perfetto per l’anima plastica e sfuggente di una quarantenne con poche attrattive moglie di un uomo più anziano e madre di due ragazzini: Polly, adolescente ribelle e Ben, affetto da sindrome di Down.

Sheba “dai capelli arruffati raccolti in una specie di chignon trapassato da un bastoncino cinese, con un abbigliamento complicato fatto di strati svolazzanti…stravagante, fu la parola che mi attraversò la mente. Una persona stravagante”. A descriverla è ancora Barbara, voce narrante, un espediente che in se stesso si trasforma in trama. Perché ciò che apparentemente si racconta – la storia di una passione impari che si gioca sul terreno di mezzo tra l’innocenza e lo squallore – non è in realtà l’argomento del libro che, invece, pone al centro la femminilità, l’ambiguità, la gioventù perduta, la maternità, la solitudine, l’ipocrisia. Parla di uomini sciocchi e donne petulanti, di poveri e di ricchi, di ferocia e di compassione ma, soprattutto, di asservimento e di dipendenza.

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(Cate Blanchett nel film diretto da Richard Eyre “Diario di uno scandalo” tratto dal romanzo)

Barbara scrive un diario di ciò che è stata la storia di Sheba con Steven Connolly alla vigilia del processo, in un momento in cui a Sheba son venuti meno il marito, i figli, il lavoro, la casa, il denaro “era attratta da Connelly, e per dare una spiegazione a quest’attrazione si era autoconvinta che il ragazzo fosse una specie di genio. Questa ricostruzione dei fatti è piuttosto ragionevole, ma penso che non possa esaurire tutto il senso di questa storia. Per comprendere fino in fondo la reazione di Sheba a Connolly (che le si presentava nello studio mostrandosi interessato all’arte, non si sa quanto strategicamente) occorrerebbe anche tenere in considerazione la conoscenza molto limitata che lei aveva della gente della classe sociale a cui il ragazzo appartiene, e – conseguentemente – le basse aspettative che su quella gente coltivava. Fino a quando non ha incontrato Connolly, Sheba non aveva mai avuto alcun contatto ravvicinato con qualcuno che a buon diritto si potesse ritenere membro del proletariato britannico”. Barbara insiste in una spietata osservazione sociologica dell’amica, ma nessuno potrebbe darle torto sui singoli punti analitici. Non solo perché nessun lettore conosce così bene Sheba da poterla difendere, ma anche perché la ferocia della descrizione di Barbara è maledettamente persuasiva. E questo è il tratto generale del racconto: si comprende come la narratrice sia estremamente ostile, come ostile sa essere chi con crudele corrività potremmo definire una vecchia zitella. Tuttavia, in quella spietatezza riconosciamo i germi di una verità che non importa se sia solo nevroticamente autolesionista (perché ci fa male, non salva niente e ci mette da soli senz’armi di fronte al plotone d’esecuzione della vita quotidiana) o effettivamente lucida e per così dire storica. È amica, è nemica, è madre, figlia, carnefice, parassita. Guarda la vita della peccatrice in controluce per appropriarsene, per renderla sua. E in quest’opera di ingestione della vita di Sheba mette al mondo la perversa fusione che conduce a volte le madri a considerare i figli né più né meno che una parte del proprio corpo. Un braccio, una gamba, un pezzo di stomaco. A quel punto, a fusione compiuta, il male che si fa all’organismo di cui ci si è appropriati è l’uguale identico male che si fa a se stessi. Si stritola l’altro per stritolare se stessi. Non che questo ci assolva e Barbara lo sa bene (tant’è che non le sfugge il suo ruolo di autentica traditrice dell’amica) ma non c’è possibilità che lei riesca ad astenersi da quel fiero pasto. Da quell’ingurgitare l’amica rendendola un immissario del suo fiume alimentato da ormai pochissimi affluenti. “Era irritante quando Sheba parlava in questo modo, come se fosse la vittima impotente di un destino avverso, invece che l’architetto principale della propria sofferenza. È un pochino tardi, adesso, perché lei possa cominciare a mettere in scena la recita della madre addolorata. Avrebbe dovuto pensare al benessere del suo piccolo Ben la prima volta che s’era messa a fare gli occhi dolci a Connolly”. I sentimenti ambigui di Barbara sono numerosi, devastanti ma soprattutto perfettamente credibili, perché sono ben argomentati su entrambi i lati, lungo entrambe le direzioni. È la descrizione della complessità, quella che fa Zoe Heller e non la definizione a ritaglio di un personaggio oleografico di zitella invidiosa. “Ai miei tempi ho visto un numero di ragazze vogliose certamente sufficiente a rendermi familiare il tipo di manipolazione sessuale di cui le giovani femmine sono capaci”.

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(Cate Blanchett e Judi Dench)

Diario di uno scandalo potrebbe sembrare la storia della seduzione fra un’adulta e un ragazzino. O la storia di un’amicizia, un affresco di costume, il diario di una testimone, la storia dei ridicoli e patetici rapporti interni di una scuola, una disamina dei rapporti fra i sessi, la storia di una donna di una certa età, quella di una pubblica peccatrice o una denuncia della crudeltà sociale. È uno spettacolare affresco multicolore e sfaccettato della facilità con cui i rapporti fra uomini e donne possono scivolare dal piano inclinato della complice voracità sensuale a quello del reciproco feroce divorarsi; ed è uno splendido esempio di quanto poco occorra nella vita per percorrere la strada che separa l’ordinario dal precipizio. Di una cosa possiamo essere peraltro certi: che gli uomini sono sempre più bravi ad ingannare se stessi che gli altri.