Il canto di me stesso [Voci]

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Il falco maculato mi si precipita accanto e mi accusa,

si lamenta delle mie chiacchiere e del mio ozio.

Neanche io sono domato, io pure sono intraducibile.

Emetto il mio grido barbarico sopra i tetti del mondo.

L’ultima folata del giorno si trattiene per me,

lancia dietro le altre la mia effigie precisa quanto ogni altra per il deserto pieno di ombre

e lusingando mi trascina verso il buio e il vapore.

Come l’aria svanisco, scuoto i miei bianchi capelli al sole che sfugge,

spargo la mia carne in vortici e la trascino in frange merlettate.

Lascio me stesso alla terra per nascere dall’erba che amo.

Se ancora mi vuoi, cercami sotto le suole delle scarpe.

Difficilmente saprai chi io sia o cosa significhi

e tuttavia, sarò per te salutare

e filtrerò e darò forza al tuo sangue.

Se non mi trovi subito non scoraggiarti,

se non mi trovi in un posto cerca in un altro

da qualche parte starò fermo ad aspettare te.

 

(da Foglie d’erba, Walt Whitman)

Giorni tranquilli a Clichy

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“Molti uomini vivono in pacifica coesistenza con la propria coscienza sporca”

(Henry Miller)

Io no. Volevo prendermi una pausa dai rimorsi, distrarmi. Leggere un libro che mi avrebbe aiutata a pensare o concentrarmi su altro. Povera illusa. Io, la figlia viziata di un’ombra, come potevo anche solo credere di liberarmi dalla morsa del tempo? “Assicurati solo che nulla vada perduto – diceva sempre mio padre – ricorda tutto: ogni affronto, ogni lacrima. Incidili nella tua mente”. Nella vita la conoscenza dei veleni è essenziale. Nessuno diventa artista di se stesso se non è costretto. Così, un pomeriggio di febbraio, mi andai a seppellire tra gli scaffali della biblioteca di S. e iniziai a passare in rassegna le liste di libri stilate tra un periodo di disoccupazione e l’altro. Dividevo il tavolo con anziani signori che leggevano quotidiani e studenti di scuola media intenti a sfogliare fumetti tenendoli nascosti dentro i libri di storia. Non mi erano nuovi Colette, Sagan e Nabokov. Avevano Kerouac, Hemingway ma non Cechov. Vagai in mezzo agli scaffali accarezzando il dorso dei libri sui ripiani. Un giorno mi saltò all’occhio un titolo nella sezione dei libri erotici. Presi il volume e me lo portai al tavolo, aprii le pagine delicate color avorio e sprofondai in quel libro come in una piscina durante la siccità. Il libro si chiamava: “Giorni tranquilli a Clichy”. Fino ad allora, Henry Miller significava per me due cose: Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Ogni religione ha bisogno della sua Bibbia ed io avevo trovato la mia in questo scrittore “della strada”. Riconoscevo la forza e la precarietà delle sue passioni. Non si possono incasellare le persone. Siamo tutti così volubili: mossi da paura e desiderio, incostanti negli ideali e nei punti di vista, mutevoli come l’acqua. E’ facile etichettarlo come un misogino che disprezzava la bellezza. I suoi romanzi, tuttavia, sono qualcosa di più. Ti permettono di conoscere, ad esempio, mondi che non credevi fossero mai esistiti. Soprattutto, avevo già dimenticato cosa mi avesse spinto a fuggire lontano dalla realtà. Ero in un altro posto, ero altrove…

1930, Parigi. Specialmente nelle giornate più grigie ed uggiose, Joey ama vagabondare per i locali di Monmartre popolati da prostitute, papponi, gente che vive al margine dello sguardo frettoloso dei passanti. Il posto preferito dove fermarsi a bere qualcosa e a pensare è per lui il Café Wepler in Place Clichy, dove una sera – dopo un pomeriggio passato a comprare libri e dischi – incontra Nys, una donna sovrappeso ma incantevole prostituta. Dopo qualche parola insolitamente gentile per spezzare il ghiaccio, Joey segue la donna in un alberghetto della zona e passa con lei una torrida oretta di sesso e, dopo, le regala tutti i soldi che ha. Tornando all’appartamento che divide con Carl, uno spiantato giovane francese, anche lui (aspirante) scrittore e giornalista, si rende però conto di avere una fame spaventosa e nemmeno un centesimo in tasca: spera in un prestito di Carl, che non è in casa. Dopo aver frugato nella spazzatura racimolando un pezzo di pane umido e sporco, l’unica cosa che gli rimane da fare è cercare di dormire un po’ aspettando il suo coinquilino. Carl tornerà in piena notte in compagnia di una ragazzina di quattordici anni un po’ strana che ha trovato per strada. E’ solo l’inizio di un tourbillon di avventure promiscue e sgangherate per i due giovani scrittori.

Giorni tranquilli a Clichy è il diario dei giorni, dei mesi e anni rigorosamente non tranquilli che Henry Miller passò in ‘esilio volontario’ a Parigi, luogo che reputava più consono alla sua concezione della vita, della moralità, dell’arte rispetto ai perbenisti Stati Uniti. Un periodo nel quale Miller sfornò romanzi importanti e incise profondamente sulla cultura del ‘900.  Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Per quanto criticato, egli resta uno dei pochi autori in cui l’osceno ed il sublime superamento dell’ umano si fondono indissolubilmente. L’unico, a mio avviso, in cui possiamo ritrovare un’osmosi tanto profonda tra vita ed arte.

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Oggi ho visto tutto dilatato,

esteso, oblungo

in uno stato di dormiveglia

come immersa in un catino d’acqua.

Infanzia, sesso, amore, solitudine.

Uno spettacolo sfocato

nell’estremo tentativo di ricomporre

attraverso la ragione

la fotografia segreta del corpo

e dell’anima mutilata.

La scrittura ricorda, talvolta,

un gesto di cancellazione assoluta.

Così moltiplico i pensieri,

raccolgo le memorie che faticano ad estinguersi

ed inizio a correre.

Nessuno mi trattiene

ed io voglio stremarmi, sfinirmi, dissolvermi.

Si, ho ancora bisogno di riconciliarmi con le mie incertezze

attraverso occhi che rinnego.

The night you slept [Voci]

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Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia –

è un brivido freddo, qualcuno si dibatte e ti implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l’alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c’è chi come te attende l’alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l’alba.

 

(Cesare Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)