Giorni tranquilli a Clichy

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“Molti uomini vivono in pacifica coesistenza con la propria coscienza sporca”

(Henry Miller)

Io no. Volevo prendermi una pausa dai rimorsi, distrarmi. Leggere un libro che mi avrebbe aiutata a pensare o concentrarmi su altro. Povera illusa. Io, la figlia viziata di un’ombra, come potevo anche solo credere di liberarmi dalla morsa del tempo? “Assicurati solo che nulla vada perduto – diceva sempre mio padre – ricorda tutto: ogni affronto, ogni lacrima. Incidili nella tua mente”. Nella vita la conoscenza dei veleni è essenziale. Nessuno diventa artista di se stesso se non è costretto. Così, un pomeriggio di febbraio, mi andai a seppellire tra gli scaffali della biblioteca di S. e iniziai a passare in rassegna le liste di libri stilate tra un periodo di disoccupazione e l’altro. Dividevo il tavolo con anziani signori che leggevano quotidiani e studenti di scuola media intenti a sfogliare fumetti tenendoli nascosti dentro i libri di storia. Non mi erano nuovi Colette, Sagan e Nabokov. Avevano Kerouac, Hemingway ma non Cechov. Vagai in mezzo agli scaffali accarezzando il dorso dei libri sui ripiani. Un giorno mi saltò all’occhio un titolo nella sezione dei libri erotici. Presi il volume e me lo portai al tavolo, aprii le pagine delicate color avorio e sprofondai in quel libro come in una piscina durante la siccità. Il libro si chiamava: “Giorni tranquilli a Clichy”. Fino ad allora, Henry Miller significava per me due cose: Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Ogni religione ha bisogno della sua Bibbia ed io avevo trovato la mia in questo scrittore “della strada”. Riconoscevo la forza e la precarietà delle sue passioni. Non si possono incasellare le persone. Siamo tutti così volubili: mossi da paura e desiderio, incostanti negli ideali e nei punti di vista, mutevoli come l’acqua. E’ facile etichettarlo come un misogino che disprezzava la bellezza. I suoi romanzi, tuttavia, sono qualcosa di più. Ti permettono di conoscere, ad esempio, mondi che non credevi fossero mai esistiti. Soprattutto, avevo già dimenticato cosa mi avesse spinto a fuggire lontano dalla realtà. Ero in un altro posto, ero altrove…

1930, Parigi. Specialmente nelle giornate più grigie ed uggiose, Joey ama vagabondare per i locali di Monmartre popolati da prostitute, papponi, gente che vive al margine dello sguardo frettoloso dei passanti. Il posto preferito dove fermarsi a bere qualcosa e a pensare è per lui il Café Wepler in Place Clichy, dove una sera – dopo un pomeriggio passato a comprare libri e dischi – incontra Nys, una donna sovrappeso ma incantevole prostituta. Dopo qualche parola insolitamente gentile per spezzare il ghiaccio, Joey segue la donna in un alberghetto della zona e passa con lei una torrida oretta di sesso e, dopo, le regala tutti i soldi che ha. Tornando all’appartamento che divide con Carl, uno spiantato giovane francese, anche lui (aspirante) scrittore e giornalista, si rende però conto di avere una fame spaventosa e nemmeno un centesimo in tasca: spera in un prestito di Carl, che non è in casa. Dopo aver frugato nella spazzatura racimolando un pezzo di pane umido e sporco, l’unica cosa che gli rimane da fare è cercare di dormire un po’ aspettando il suo coinquilino. Carl tornerà in piena notte in compagnia di una ragazzina di quattordici anni un po’ strana che ha trovato per strada. E’ solo l’inizio di un tourbillon di avventure promiscue e sgangherate per i due giovani scrittori.

Giorni tranquilli a Clichy è il diario dei giorni, dei mesi e anni rigorosamente non tranquilli che Henry Miller passò in ‘esilio volontario’ a Parigi, luogo che reputava più consono alla sua concezione della vita, della moralità, dell’arte rispetto ai perbenisti Stati Uniti. Un periodo nel quale Miller sfornò romanzi importanti e incise profondamente sulla cultura del ‘900.  Quando Lawrence Durrell chiede ad un membro della giuria del premio Nobel se Stoccolma abbia mai preso in considerazione la candidatura di Henry Miller questi risponde: «Stiamo aspettando che diventi rispettabile». Cosa impossibile per Henry, un uomo così lontano dall’idea di «rispettabilità» di allora. Per quanto criticato, egli resta uno dei pochi autori in cui l’osceno ed il sublime superamento dell’ umano si fondono indissolubilmente. L’unico, a mio avviso, in cui possiamo ritrovare un’osmosi tanto profonda tra vita ed arte.

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