Medicamenta e altri medicamenta

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“Nel luglio altero, lui tenero audace

sensualmente a me lanciava da là:

prima di sera io ti scopo. Ah.

Fra trafficar di sguardi dove pace,

dove l’incompenetrabilità…

dove il tempo in quest’ombra…Lui tace

in un empio silenzio a farne fornace.

Poi apri, m’intima, apri…più dentro già

si spinge con suo tal corpo segreto.

Umidore, pare bacio il calore

su ammucchiarsi di umano, alto m’accappia.

O inverni e lirici slanci (con metodo).

Mi sale, mi scende… io come granata

esplosa, contusa, to’…che si sappia.”

 

Le parole si rigirano lente nel fuoco, accendono il cuore riflettendo soli sommersi nei petali incastonati come gemme tra i palazzi in rovina. Incandescenti spine di amianto e fiori di fiamma rivelano l’anima di una città priva di eroi sull’orlo del buio. Le parole, penso, hanno il potere di rivelare quantità generose di segreti che aspettano di fondersi nella mobilità aurea di una primavera che scioglie ogni cosa. Ore 20.05. Lo stridio dei fischietti, un silenzio intuitivo, il treno che si muove. Via, di corsa, ritorno all’origine che rinnego e cerco ossessivamente. Fisso ipnotizzata l’oscurità che avanza fuori dal finestrino ascoltando l’ineguagliabile linguaggio ritmico delle ruote, sommando i momenti più importanti della giornata come il ritornello di un disco incantato e continuando a ripetere: adoro questo istante, sublime e perfetto ma la perfezione mi fa paura. La piena beatitudine della consapevolezza, il dondolio erotico della carrozza. Il Salento si apre in due nella mente come un frutto maturo e, piano piano, prende vita il paesaggio notturno in un chiaroscuro di ombre e di stelle. Luci isolate e raccolte nei paesi, alberi neri accarezzati dal vento. Poi, ancora buio e la terra che giace piatta sotto il chiaro di luna. Guarire alla vita per essere ringoiati dalla notte. L’intuizione tragica del mondo arriva all’improvviso e ricorrere alla poesia diventa quasi necessario.

 

“Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami…

accelera…rallenta…disorientami…

Cuocimi bollimi addentami…covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami…

Scovami…ardimi bruciami arroventami…

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami e divorami…comprovami.

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra…riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.”

 

Della poesia di Patrizia Valduga viene evidenziata soprattutto l’importanza nella creazione di un linguaggio poetico originalissimo, capace di mettere in discussione quanto è già stato elaborato da altri autori per mezzo di un confronto continuo e diretto con le forme più classiche ed ostentate della tradizione letteraria. Ne “La parola immedicata”, il saggio introduttivo a Medicamenta e altri medicamenta (edito da Einaudi) Luigi Baldacci afferma di non avere “memoria, tra i moderni, di un poeta che abbia allacciato così strettamente la propria urgenza di esistere con l’urgenza di dire e di dirsi”, dando una interpretazione della poetessa in una chiave, per così dire, “linguistica”. Nelle tre sezioni che compongono la raccolta Medicamenta (Notti dei sensi; Notti incolori; Notti mancate) emergono la presenza di un forte anelito all’unione amorosa con l’uomo, visto come il proprio opposto e il complementare, e al tempo stesso l’amara percezione dell’impossibilità di raggiungere tale sintesi e quindi della propria ineludibile sconfitta esistenziale. Consapevole di ciò, la donna protagonista della parabola Medicamenta fin dall’inizio persegue una coraggiosa rivendicazione a vivere (o perlomeno a sopravvivere: “se vissi, malvissi” è il verso conclusivo della silloge) secondo la propria natura di donna, nella libera manifestazione della propria personalità, di cui soddisfa senza cedere ad inibizioni e convenzioni culturali gusti ed esigenze. La poetessa raggiunge, così, una piena emancipazione ed affermazione d’identità. Tuttavia, la meta ultima della sua esistenza rimane irrealizzabile: il rifugiarsi nella dimensione della notte dei sensi e della carnalità è l’estrema reazione, in attesa della fine ormai prossima (qui rappresentata dall’alba), a questa tragica sconfitta.

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Il rapporto con l’uomo, che fin dall’inizio della raccolta si rivela impossibile al vero amore è ancora fortemente caratterizzato dallo schema di dominio-sottomissione dell’uomo sulla donna o viceversa: questa desidera essere “colta” “saggiata” “provata” “tormentata” “bollita” “addentata”. Ma, molto più spesso, è la donna che si procura liberamente e consapevolmente il piacere ” “…L’avevo d’un tratto / incatenato al letto, inchiavardato. / Ma che ho fatto? chiedeva, Ma che ho fatto? / Tu del mio cuore non ti sei curato.” per poi decidere la rottura di una relazione ormai logora “Perché il tempo ora è venuto, viene, /(…) di raschiarti via da cuore e mente,/ di sviare il ricordo che mi tiene / la notte del volere nuovamente, / del Vieni fuori, dunque! se in un botto / mi assalisse la smania di star sotto”.

La poetessa raggiunge la sua emancipazione soprattutto rivendicando il proprio diritto a scegliere liberamente dell’amore e del piacere e a disporre autonomamente del proprio corpo, di farlo come “donna”, senza mascolinizzarsi nei gusti e negli atteggiamenti “Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno / e quanto dolce, ove per fine avermi, / ove odore di maschili epidermidi / più non curi, e sguardi, corpi dattorno, / lor secrezioni, escrezioni contermini, / con il sangue che ruota torno torno, / viaggi spermatici andata e ritorno …” (10); “In me cogli anni crescono, a mio merito / o demerito, quei danni d’ascrivere / interi a plurime carnali sterili / dilettazioni in cui involta o proclive / m’affatico… a diletti semiseri / e periferici… alle loro derive..” Nell’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro per mezzo dell’amore, l’esistenza viene percepita come priva di senso (…”non mi viene dal preterito / il come e tanto meno il cosa vivere…”. Infine, il ritirarsi nella notte si rivela una soluzione illusoria, poiché il rifugio viene percepito come un luogo estraneo alla vita vera, in cui alberga la noia e il tempo è scandito dal cupo richiamo della morte: “Già una nuova notte si solleva / e trasale… mi spia… maledice la mia malinconia. / E dalla luna: Ascolta, / la tua vita è bugia. / Ma ancora non lo so l’alba che sia”.

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I Medicamenta possono essere letti come la parabola di una sintesi mancata. Si tratta di riflettere se sia questa un’isolata sconfitta individuale o si tratti invece di una sintesi negata dalla situazione di crisi in cui sono invischiati la donna e l’uomo della nostra epoca. Uno degli aspetti dell’odierna crisi di valori è l’improvviso e radicale cambiamento dei rapporti tra l’uomo e la donna: crollati i vecchi schemi che governavano in passato il rapporto tra i sessi, non si sarebbero ancora trovati dei modelli adeguati alla nuova realtà. E’ un problema interessante che qui ci viene presentato attraverso lo sguardo di una donna: di fronte a questo sguardo, forte è l’impossibilità di comprendersi e di raggiungere la sintesi con l’altro al punto da determinare la propria sconfitta esistenziale.

“La notte, quando dormi,

entrerò nel tuo letto.

Poi cose da non dirsi se conformi

all’altro tuo sospetto.”

 

Gli amori difficili

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“L’amavo, insomma. Ed ero infelice. Ma come lei avrebbe mai potuto capire questa mia infelicità? Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere”

(Italo Calvino)

Sdraiata a pancia in giù su un scoglio, lascio penzolare un braccio e con la mano accarezzo i contorni della pietra scaldata dal sole seguendone le lisce ondulazioni. Lo scoglio emana un tepore così intenso e confortevole da ricordarmi un corpo umano. Bruciando attraverso la stoffa della t-shirt, un nuovo calore si irradia ovunque mentre i seni iniziano a dolermi contro la pietra dura. Soffia un vento salmastro e fradicio che mi inumidisce i capelli attraverso i quali scorgo l’azzurro scintillio del mare di maggio. Il sole penetra ogni poro e rilascia una grande, incandescente pace dorata. L’acqua fredda mi raggiunge ed io mi sento battezzata, purificata e tonificata dal sole. Corrosa, in parte, fino alle ossa. Prosciugata e sbiancata fino alla dolce calma che deriva dalla dimestichezza con le cose primordiali. Da qui scaturisce la voglia di tornare al mondo umano fatto di piccoli desideri e di ingannevoli minuzie. Mi sento sull’orlo di qualcosa. Un mistero che mi avvolge come un velo e che io sto iniziando a sciogliere. Troppi istanti mi sono scivolati dalle mani, penso. E allora, perché non afferrare tutto quello che posso prima che si riduca in cenere?

 “…Perché una volta che avete cominciato, […] non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. ][…] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”

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Istanti. Calvino afferra l’inafferrabile, quegli attimi che si pongono casualmente tra lo scontato e l’imprevisto, quei momenti che baluginano tra la coscienza e l’indistinto. Palpiti temporali che conservano la vertigine lucida di un pensiero che devia dalla direzione solita per evolversi, attraverso un crescendo emozionale, in consapevolezza del sé o della parte più recondita del sé. Egli punta un fascio di luce sugli angoli bui dell’individuo che ospitano pulsioni, fantasie, impulsi latenti: tutto ciò che è sotterraneo, dissimulato ed occultato dalla ragione o dalla società, come preferite. Lo fa sfruttando la dinamica fortuita dell’incontro: incontri che diventano un’occasione per trasgredire, la possibilità di darsi e di dare all’altro, di “cogliersi” realizzando il sogno di vivere pienamente il sentimento amoroso. Tredici storie (o meglio, avventure) nelle quali due anime si sfiorano ed entrano in contatto spesso ritraendosi inorridite dinanzi alla percezione della debolezza umana che ognuno di noi, per quanto si sforzi di nascondere, porta dentro. Un viaggio doloroso, che ha inizio proprio all’interno di uno scompartimento ferroviario, dove un soldato accarezza il corpo di una donna seduta accanto a lui, tormentato dal pensiero di osare troppo; per proseguire nel letto di una prostituta, dove un bandito trova rifugio o nella casa di un fotografo che, ossessionato dalla sua modella, perderà il senno quando lei deciderà di lasciarlo, votando la sua esistenza alla stessa identica fotografia di un tubo di termosifone. Così l’avventura di un miope, che tornato al suo paese natio, non riuscirà a farsi riconoscere dai suoi vecchi amici per via degli enormi occhiali. Una volta tolti, però, egli stesso non riuscirà a riconoscere nessuno compresa la donna che ha sempre segretamente amato. Un percorso nei meandri delle difficoltà dell’amore che termina sulla strada, dove un automobilista dopo un litigio con la fidanzata continuerà a percorrere l’autostrada che porta a lei, in quell’unico luogo dove si perde l’individualità ma ci si sente al sicuro, luci rosse e bianche, puri segni luminosi.

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Ne “Gli Amori difficili” leggiamo l’inferno dei viventi di cui Calvino aveva già fatto menzione nelle “Città invisibili”: quello stesso che ritroviamo uscendo di casa, negli sguardi di chi ci circonda, nel lavoro alienante e nel susseguirsi di giornate sempre identiche tra loro. E l’amore, che dovrebbe salvare dalla mediocrità, spesso è il peggiore degli inferni. Esiste, dunque, un antidoto a tanta velenosità? Si, mi dico. Esso risiede nella continua ricerca di sprazzi di beatitudine in cui è concessa agli uomini la speranza di essere felici anche solo per qualche secondo, “nel caos di mille movimenti possibili quello e quello solo giusto e limpido e lieve e necessario” e assicuri che il viaggio della vita valga la pena di essere affrontato.

“Solo immergendosi nel cuore della nuvola, respirando l’aria nebbiosa di queste mattine si poteva toccare il fondo della verità e forse liberarsi”.