Gli amori difficili

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“L’amavo, insomma. Ed ero infelice. Ma come lei avrebbe mai potuto capire questa mia infelicità? Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere”

(Italo Calvino)

Sdraiata a pancia in giù su un scoglio, lascio penzolare un braccio e con la mano accarezzo i contorni della pietra scaldata dal sole seguendone le lisce ondulazioni. Lo scoglio emana un tepore così intenso e confortevole da ricordarmi un corpo umano. Bruciando attraverso la stoffa della t-shirt, un nuovo calore si irradia ovunque mentre i seni iniziano a dolermi contro la pietra dura. Soffia un vento salmastro e fradicio che mi inumidisce i capelli attraverso i quali scorgo l’azzurro scintillio del mare di maggio. Il sole penetra ogni poro e rilascia una grande, incandescente pace dorata. L’acqua fredda mi raggiunge ed io mi sento battezzata, purificata e tonificata dal sole. Corrosa, in parte, fino alle ossa. Prosciugata e sbiancata fino alla dolce calma che deriva dalla dimestichezza con le cose primordiali. Da qui scaturisce la voglia di tornare al mondo umano fatto di piccoli desideri e di ingannevoli minuzie. Mi sento sull’orlo di qualcosa. Un mistero che mi avvolge come un velo e che io sto iniziando a sciogliere. Troppi istanti mi sono scivolati dalle mani, penso. E allora, perché non afferrare tutto quello che posso prima che si riduca in cenere?

 “…Perché una volta che avete cominciato, […] non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. ][…] Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”

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Istanti. Calvino afferra l’inafferrabile, quegli attimi che si pongono casualmente tra lo scontato e l’imprevisto, quei momenti che baluginano tra la coscienza e l’indistinto. Palpiti temporali che conservano la vertigine lucida di un pensiero che devia dalla direzione solita per evolversi, attraverso un crescendo emozionale, in consapevolezza del sé o della parte più recondita del sé. Egli punta un fascio di luce sugli angoli bui dell’individuo che ospitano pulsioni, fantasie, impulsi latenti: tutto ciò che è sotterraneo, dissimulato ed occultato dalla ragione o dalla società, come preferite. Lo fa sfruttando la dinamica fortuita dell’incontro: incontri che diventano un’occasione per trasgredire, la possibilità di darsi e di dare all’altro, di “cogliersi” realizzando il sogno di vivere pienamente il sentimento amoroso. Tredici storie (o meglio, avventure) nelle quali due anime si sfiorano ed entrano in contatto spesso ritraendosi inorridite dinanzi alla percezione della debolezza umana che ognuno di noi, per quanto si sforzi di nascondere, porta dentro. Un viaggio doloroso, che ha inizio proprio all’interno di uno scompartimento ferroviario, dove un soldato accarezza il corpo di una donna seduta accanto a lui, tormentato dal pensiero di osare troppo; per proseguire nel letto di una prostituta, dove un bandito trova rifugio o nella casa di un fotografo che, ossessionato dalla sua modella, perderà il senno quando lei deciderà di lasciarlo, votando la sua esistenza alla stessa identica fotografia di un tubo di termosifone. Così l’avventura di un miope, che tornato al suo paese natio, non riuscirà a farsi riconoscere dai suoi vecchi amici per via degli enormi occhiali. Una volta tolti, però, egli stesso non riuscirà a riconoscere nessuno compresa la donna che ha sempre segretamente amato. Un percorso nei meandri delle difficoltà dell’amore che termina sulla strada, dove un automobilista dopo un litigio con la fidanzata continuerà a percorrere l’autostrada che porta a lei, in quell’unico luogo dove si perde l’individualità ma ci si sente al sicuro, luci rosse e bianche, puri segni luminosi.

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Ne “Gli Amori difficili” leggiamo l’inferno dei viventi di cui Calvino aveva già fatto menzione nelle “Città invisibili”: quello stesso che ritroviamo uscendo di casa, negli sguardi di chi ci circonda, nel lavoro alienante e nel susseguirsi di giornate sempre identiche tra loro. E l’amore, che dovrebbe salvare dalla mediocrità, spesso è il peggiore degli inferni. Esiste, dunque, un antidoto a tanta velenosità? Si, mi dico. Esso risiede nella continua ricerca di sprazzi di beatitudine in cui è concessa agli uomini la speranza di essere felici anche solo per qualche secondo, “nel caos di mille movimenti possibili quello e quello solo giusto e limpido e lieve e necessario” e assicuri che il viaggio della vita valga la pena di essere affrontato.

“Solo immergendosi nel cuore della nuvola, respirando l’aria nebbiosa di queste mattine si poteva toccare il fondo della verità e forse liberarsi”.

 

 

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