La versione di Barney

Una bella giornata azzurra. Il sole, oltre un edificio sulla sinistra, manda un bagliore di moneta d’oro da una torre con la cupola di cui ignoro il nome. Il segreto della pace? Una devota adorazione del momento, penso. Forse, per la maggior parte degli altri, è una cosa normale ma, per me, non lo è affatto. In compenso, conosco bene la solitudine. O almeno, la solitudine passeggera. Parte da un punto indefinito dell’io: come una malattia del sangue si diffonde in tutto il corpo per cui è impossibile localizzarne il focolaio, l’origine. E se provo a neutralizzare la tristezza che ne deriva, resta dominante l’idea nuda e cruda che niente è reale – passato o futuro compresi – quando sei sola in camera tua con il ticchettio dell’orologio che rimbomba nella mente mentre la luce accecante del giorno si fa strada. Eppure, una voce interiore, mi sussurra che ci sono sempre un’alternativa, una svolta ed un miglioramento. Così aspetto. In fondo, sono un’altra goccia nell’immenso mare della materia, ben definita e non mi mancano le qualità per realizzare la mia esistenza. Se, poi, trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima ti blocchi davanti alle tue stesse parole – tenute dentro troppo a lungo, contratte nel buio, ormai sbiadite e forse, banali. Da un lato, dunque, c’è lo stare insieme e la felicità che questo comporta. Dall’altro, una solitudine che – seppur transitoria – è insopportabile.

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 “Siate grandi nelle azioni come lo siete stati nel pensiero”

 

Qualcuno

Capita quasi per caso, inaspettatamente e forse per questo ancor più gradito, che un libro da tempo ospite sui nostri scaffali si riveli dopo una lettura iniziata senza poca convinzione un acquisto meraviglioso. La prima volta in cui mi decisi a leggerlo, “la versione di Barney”, riposava accanto ad una pila di romanzi e saggi di cui programmavo a breve la lettura. Incuriosita dalla trama di cui avevo già sentito parlare – alcuni con pareri entusiastici ed altri più scettici soprattutto per il clamore dall’uscita ormai prossima della trasposizione cinematografica diretta da Richard J.Lewis – e dal mito dell’autore, Mordecai Richler che spesso veniva scambiato con il suo personaggio, fin da subito mi pentii di averlo lasciato ad impolverarsi per tutto quel tempo.

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Mordecai Richler

Vladimir Nabokov sosteneva che “stranamente, non si può leggere un libro, lo si può soltanto rileggere”. L’autore spiega che “quando leggiamo un libro per la prima volta il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel complicato lavoro fisico sul libro, il processo stesso di apprendere in termini spaziali e temporali di che cosa si parla, si interpone tra noi e la valutazione artistica». Solo a una terza o quarta lettura, afferma lo scrittore, iniziamo ad avvicinarci al libro con l’atteggiamento che adotteremmo verso un dipinto, a possederlo mentalmente nella sua interezza. Egli non parla del dimenticare, ma è chiaro che a questo allude. Lo sforzo fisico di spostare gli occhi avanti e indietro resta identico a ogni lettura del libro. Ciò che cambia dalla seconda lettura in poi è che aumenta la nostra capacità di assorbire e mettere in relazione i vari elementi del testo. Ora, conoscendo l’epilogo, possiamo intravederne una prefigurazione già nelle prime pagine. Bene, la seconda volta è andata più o meno così. E a quel “qualcuno” cui accennavo all’inizio devo un immenso grazie. Ad una rilettura più attenta ed approfondita, quell’ubriacone iracondo di Barney Panofsky che narra la sua “vita allegramente dissipata e profondamente scorretta” senza remore e pudori, tra sbronze colossali, amici decisamente suonati, imprese azzardate, risate, litigate e matrimoni assurdi, mi ha praticamente conquistata.

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Un antieroe dissacrante e un po’ volgare che spinge il lettore, quasi inconsapevolmente, a giustificare ogni suo comportamento scorretto dagli esiti spesso disastrosi fino ad affezionarsi e soffrire insieme a lui. Eppure Barney è così. Matto, scorbutico, sboccato e bugiardo (per anni sospettato di omicidio): impossibile da amare ma ancora di più da odiare. Circondato da personaggi di ogni tipo, si muove tra la Parigi degli anni ’50 (impossibile capire per quale motivo nel film il periodo parigino tra caffè e locali malfamati sia stato sostituito con una Roma che di dissoluto non ha nulla) e Montreal, troppo concreto per fingersi artista e allo stesso modo troppo allergico ad ogni forma di potere stabilito per adattarsi ad una vita borghese. Con l’immancabile sigaro in bocca – Montecristo, il più delle volte – il bicchiere di whisky sempre pieno, l’ossessione per l’hockey,  Barney non risparmia nessuno dall’establishment culturale dove chiunque può diventare artista di successo, alla mentalità borghese e conformista che condanna tutti i vizi ma che dietro la facciata perbenista è ancor più dissoluta. Proprio questa capacità irriverente è uno degli aspetti più interessanti del romanzo che ha consacrato Richler ma che lo ha anche inevitabilmente sovrapposto al suo protagonista, in un continuo gioco di finzione e rimandi autobiografici, non sempre voluti dall’autore.

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E poi le donne, naturalmente. Tre matrimoni scandiscono i tre tempi della vita di Barney, tra continue digressioni e rimandi, che compongono il libro. Clara, la “svitata” prima moglie degli anni parigini – artista incompresa morta suicida (e anche in questo caso neanche farlo apposta Barney è il primo sospettato) che per uno di quegli incomprensibili meccanismi della società finisce col diventare un modello di femminismo – che, forse, per ingenuità o solo perché affamato d’amore, il povero Panofsky finisce con lo sposarla per scoprirne poco dopo la vera anima. Tornato in Canada e avviata una propria casa di produzione cinematografica di film di serie B (più che azzeccato il nome “Totally Unnecessary Production”), avviene l’incontro con la seconda signora Panofsky, di famiglia borghese e un po’ superficiale, che farà passare non pochi guai al nostro Barney. Fino all’incontro provvidenziale con Miriam, l’amatissima terza moglie mai dimenticata, conosciuta il giorno del suo secondo matrimonio ed inseguita, corteggiata con una devozione totale. La compagna di una vita, con la quale Barney costruisce una famiglia, condivide gli anni più felici della sua esistenza alla quale, tuttavia, non risparmia i continui sbalzi di umore di quel carattere terribile che sarà la sua rovina. Bellissime le pagine dedicate a Miriam, l’amore profondo che non riesce a superare la separazione, la presenza di una nuova famiglia, una nuova vita. La rabbia per aver distrutto tutto e l’irrimediabilità per il suo gesto sono un peso soffocante che lo rendono ancor più scontroso e misantropo. In fondo, Miriam è stata l’unica ad amarlo ed accettarlo per quello che era e il dolore per la perdita di lei è troppo forte da sopportare. Più giusto dimenticarlo, così, insieme a tutto il resto che piano piano scivola via nell’oblio dell’Alzheimer e fingere che quell’errore assurdo non ci sia mai stato. “Barney chiudi gli occhi – mi piacerebbe dirgli – Miriam è a casa con i bambini e ti aspetta, un bicchiere di whisky sul tavolo e i risultati della partita di hockey”.

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“Guarda che io continuo a parlare perché ho paura che se ora smetto di parlare, ci sarà una pausa, un silenzio e tu dirai: “si è fatto tardi” o “adesso devo andare” e non sono pronto per quel momento, non voglio vedere quel momento, mai.”

Barney è riuscito ad entrare nella mia vita lentamente. Spesso mi sono ritrovata sovrappensiero, a lavoro o in macchina, immersa in visioni costruite leggendo il libro o, peggio, credendo di viverle in prima persona. Avrei potuto accantonarlo conoscendo già la fine ma non l’ho fatto. E ho pianto, come una bambina, quando nel riporlo diverse pagine sono cadute sul pavimento. Assurdo…proprio le cose a cui tieni di più si rompono, ho pensato. “L’importante è che rimangano con te. O almeno dentro” mi è stato risposto.

                                                       

                                                                          Mazel tov! 

 

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