Il Muro

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Ci sono momenti, parole, riflessi in una pozzanghera, ricordi del passato, suggestioni di ciò che permane, immagini mentali, profumi e suoni che si affollano nella mente ricoprendo ciò che è stato. Ci sono, poi, giorni in cui un vortice di emozioni ci cattura e ci trasporta oltre il presente, oltre la realtà “sporca” come l’inchiostro tra le pagine della Moleskine che porto sempre con me. Un ricordo… la fresca sponda di un fiume in una sera di maggio carica di pioggia trattenuta in nuvole lontane, bagliori lunari pronti a farsi spazio nel cielo e la pesante, soffocante umidità del verde tutt’intorno. L’acqua era fredda sui miei piedi nudi e la fanghiglia fluiva tra le dita. All’improvviso, alcuni ragazzi iniziarono a rincorrersi sulla sabbia mentre io li osservavo divertita con i capelli lunghi e zuppi che bagnavano le mie labbra. Ero felice, sì ma sapevo che quella sensazione non sarebbe durata tanto. Basta poco, infatti, per perdersi nelle tenebre ardenti dell’oblio. Allora, è necessario ricorrere alla scrittura. E’ quello “sporco” che ci libera da quei muri di cui siamo prigionieri, è la finestra da cui guardare il sole, il tempo che passa e provare a trattenerlo, magari. Alla vigilia dell’umano svanire, scrivere rappresenta l’estremo tentativo di rendere eterna un’illusione.

I muri…

Quando a metà febbraio del 1939 “Il Muro” arriva nelle librerie francesi, Jean Paul Sartre è già noto. Il successo ottenuto con la “Nausea”, qualche mese prima, lo portò ad imporsi quasi prepotentemente all’attenzione della critica tanto da arrivare come finalista i molti premi letterari tra i più rinomati in Francia. Sartre irrompe, così, nel palcoscenico culturale con un’opera di “rottura” dallo stile innovativo e, per scelta lessicale, cruda e di impatto. I cinque racconti de “Il Muro” vertono tutti intorno ai temi principali dell’esistenza: morte, follia, impotenza e frigidità, perversione ed assassinio, omosessualità e malafede approfondendo argomenti che verranno sistematizzati sul piano teorico nel saggio del 1943 “L’essere e il nulla”. Leggendo questi racconti, il lettore si trova faccia a faccia con le sue paure più atroci che tenta, per una vita intera, di ricacciare nell’abisso dell’animo. Sartre raggiunge questo abisso e ne tira fuori una sconcertante rassegna di incubi. Si immerge a fondo nelle miserie di piccoli uomini, si “sporca” le mani, fa un vero bagno di umanità. Cinque piccole storie che, come affermerà l’autore stesso, sono le storie di cinque fallimenti. E la sua grandezza consiste proprio nel delineare un’umanità meschina eppure così vicina e reale da spingere all’identificazione. Il muro è, in fondo, anche uno specchio in cui guardare i nostri tratti deformati. Siamo tutti Erostrato che guarda la folla dall’alto del suo sesto piano per sottolineare la sua superiorità morale. Siamo Lulù che finge piacere nel sesso col nuovo amante dopo aver lasciato la noiosa vita col marito. Essi ci appartengono e ci mostrano, attraverso la loro, la nostra stessa inadeguatezza.

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I semi dell’esistenzialismo sono tutti presenti. I personaggi si trovano, in un modo o nell’altro, ad affrontare una situazione statica, una prigionia da cui non sanno o da cui non vogliono uscire. Alcuni, ed in particolare il Lucien de “L’infanzia di un capo”, sembrano essere vicini ad una sorta di liberazione, alla rivelazione di quella verità sull’esistenza che consiste nel nonsenso e nel destino dello scacco. Ma poi cambiano direzione, spaventati dalla medesima libertà o dalla verità. Il muro diventa metafora di una barriera che non può essere oltrepassata ed assume risvolti sia fisici (la maggior parte dei racconti hanno un’ambientazione prevalentemente di interni e un taglio quasi cinematografico) che astratti. Il muro è quello della cella di Pablo, condannato a morte sullo sfondo della Guerra Civile spagnola, che cerca in quelle ultime ore di arrivare al nocciolo dell’esistenza ma che, poi, resta intrappolato in un assurdo gioco del fato. Oppure, il muro è quello che separa Eva dalla camera del marito pazzo, ma anche dalla sua mente e che le impedisce di penetrare quella pazzia che lei vorrebbe così ardentemente condividere.

“Tom saltò per aria: non ci eravamo ancora accorti che il tempo passava; la notte ci circondava come una massa informe e scura,non mi ricordavo nemmeno più che fosse cominciata” (…)“dacché il dottore ci ebbe detto l’ora, constata Pablo,sentii che il tempo passava, che colava goccia a goccia”

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“Con quale ardore correvo dietro alla felicità, alle donne, alla libertà! Per che farne? Avevo voluto liberare la Spagna, […] avevo aderito al partito anarchico, avevo parlato in comizi: avevo preso tutto sul serio, come se fossi stato immortale. In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: “È una sporca menzogna”. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto quello che vi era dentro era incompiuto»

Se tutto deve finire, se nulla è destinato all’eternità, la vita è una menzogna per cui non vale la pena di impegnarsi. Se non c’è un orizzonte più vasto oltre la precarietà dell’ultima giornata che ci è data da vivere, non c’è motivo di combattere, non c’è ideale che davvero possa muovere il nostro agire. Un filosofo stoico potrebbe ribattere che c’è, invece, un motivo per combattere perché la nostra opera resterà dopo di noi, il nostro contributo di bene e di azione non morirà con noi, ma resterà per la realizzazione e la costruzione del Bene totale. Anche se l’anima individuale non sopravvive, sopravvive l’opera: una nostra piccola ma insostituibile tessera del grande mosaico del mondo. Pirandello direbbe “un conto è il singolo individuo e un altro è l’umanità”.

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