Chiedi alla polvere

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Le sue dita si muovevano tra conchiglie e cozze nero azzurrognole dai bordi affilati. Le stelle marine rosso fosforescente erano adagiate molli sugli scogli, contornate da anemoni pungenti ed esplosioni purpuree di ricci di mare. All’improvviso, esse sfiorarono gli aculei duri di un riccio ed io osservai le spine inerti, simili a quelle di una pianta, muoversi animate e tendersi verso mia madre, per cercare di afferrarne forma, sostanza ed intenzioni. Lei mi invitò a toccarle ma mi rifiutai perché avevo paura. Mi sbalordiva, quasi, vedere la carne abbronzata e le spine violacee comunicare da una distanza non meno abissale di quella che ci separa dalle profondità marine, un miracolo d’estate in una pozza d’acqua. Mia madre mi toccava così: le braccia, le guance ed anch’io tendevo le mani verso di lei per afferrarla. Incredibile come un ricordo possa sorprendere mutando perfino il corso di una giornata. La sera mi offre il tempo necessario per realizzare. Un tempo che scorre lentamente se si capovolge la clessidra di un’intera esistenza e la sabbia, nomade attraverso gli anni, è una forma screziata in uno specchio di memorie. Luce. Alzo la testa e fisso il cielo. Le stelle cadenti si gettano negli spazi vuoti consumandosi. Forse, per puro piacere. Semplicemente. Potrei divorare la notte in un boccone, se solo lo volessi.

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“Ho vent’anni, ho raggiunto l’età della ragione, sto per addentrarmi nell’intrico di strade sotto di me in cerca di una donna. Mi chiedo se la mia anima è già macchiata, se devo voltarmi e tornare indietro, se un angelo veglia su di me, se le preghiere di mia madre mi tranquillizzano o se, piuttosto, non mi infastidiscono.”

Non è difficile immaginarlo Charles Bukowski quando, squattrinato, spesso ubriaco ed ossessionato dall’idea di diventare uno scrittore famoso, trascorre gran parte del suo tempo tra gli scaffali di una biblioteca dove incontra, è il caso di dirlo, Arturo Bandini e ne resta folgorato. L’io narrante di “Chiedi alla polvere” e di altri romanzi di John Fante che, come afferma Bukowski stesso, è uno scrittore che non ha paura delle emozioni, è davvero uno di quei personaggi capaci di entrarti dentro e lasciare un segno. Povero ed ingenuo, Arturo Bandini, figlio di italiani immigrati nel Colorado trascorre quasi tutto il suo tempo a scrivere e ad attendere il momento in cui diventerà un autore di successo. Qualche suo racconto è già comparso nella prestigiosa rivista di un importante editore: adesso deve soltanto aspettare l’ispirazione giusta per dare vita al suo primo romanzo. Ma, come accade ai grandi artisti, è malinconico, lunatico e facile preda di emozioni e passioni. La stanza affittata nei sobborghi di Los Angeles, in cui si è trasferito per dedicarsi completamente alla sua arte, diviene un punto di incontro per i personaggi di un mondo variegato che sopravvive tra disperazione e miseria, tra amori e illusioni. Un’atmosfera incantevole e crudele, al tempo stesso, dalla quale il protagonista si lascia trascinare: cede agli istinti, si dispera, diviene vittima del desiderio e del rimorso. E si innamora, inevitabilmente, della messicana Camilla Lopez. Bellissima ragazza tormentata dalla lotta per la sopravvivenza e dalla continua, ossessiva ricerca dell’oblio che diverrà la sua distruzione.

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“Chiedi alla polvere” regia di Robert Towne (2006)

“Chiedi alla polvere…chiedete alla polvere della strada” l’esortazione di Fante è chiara e perentoria, parte dritta dal titolo e riecheggia incalzante per tutto il romanzo. Mentre sei immerso nella sua lettura, ti sembra quasi di sentirlo sussurrare a mezza voce: chiedi alla polvere e forse avrai delle risposte perché è nella polvere che si annidano le briciole dei ricordi, le pagliuzze dei sentimenti, le ceneri fuligginose delle occasioni perdute e mai dimenticate. Correva l’anno 1939. Gli Stati Uniti all’epoca erano scossi fin nelle fondamenta dal secondo conflitto mondiale, ma Fante era semplicemente un ragazzo povero figlio di immigrati italiani, insofferente della guerra così come della società, fuggito dalla provincia e giunto a Los Angeles per inseguire il sogno di diventare scrittore. Per raggiungerlo inizia guardandosi dentro, stillando goccia a goccia, il veleno delle proprie inquietudini e riversandolo furiosamente in quest’opera autobiografica, il cui protagonista è infiammato dalla sua stessa ambizione ma con un nome diverso, Arturo Bandini appunto.

Ad un tratto accade qualcosa: la storia di Bandini e la biografia di Fante si fondono insieme arrivando ad essere indistinguibili. Questo giustificherebbe agli occhi del lettore la vita, incredibilmente vera e bruciante, infusa nell’animo del personaggio. Bandini, infatti, è infuocato di passione, è un impavido che non teme la fame e le rinunce pur di avere ciò che brama, eppure, a ben guardare, è anche un codardo, uno che dubita costantemente del proprio talento e che si lascia travolgere da un mare di paure. Egli è tutto e il contrario di tutto. Uno scapestrato pieno di difetti ed un concentrato di idiosincrasie: arrogante, saccente, autocelebrativo, narcisista, ma è anche sensibile, appassionato, comprensivo, generoso.

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Los Angeles fa da sfondo alle sue peripezie: non quella patinata e glam di Hollywood ma quella dei bassifondi, fatta di locali notturni e di lunghe strade silenziose illuminate dalla luna, con la polvere degli immigrati depositata lungo i marciapiedi e ai lati di case fatiscenti, reliquie di un passato ormai dimenticato. Bandini vi si muove con andatura incerta, vagabonda qua e là insieme ad altre migliaia di anime abbandonate, cercando disperatamente uno straccio di idea per il suo romanzo, senza soldi in tasca, perennemente affamato, eppure spinto avanti da un’ inesauribile speranza. Fino al decisivo incontro con Camilla, fonte di gioie e di dolori. Lei è la miccia e Arturo la dinamite, insieme sono un’ esplosione, una tempesta tragicomica che si riversa tra le pagine di un libro – capolavoro.

“Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato. (…) Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che comincia a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”

La meccanica dei sentimenti è un ingranaggio complesso. Arturo e Camilla ne ignorano, di sicuro, il funzionamento. Sbagliano i tempi, i modi, vanno alla cieca e, di conseguenza, non fanno altro che sbandare. Tra i due il più imprevedibile è resta lui, l’ antieroe Arturo Bandini, lo scrittore folle e disperato che ama lei ma va a letto con un’altra, che vorrebbe farle complimenti e invece sputa fuori burbere sentenze, che sperpera i suoi primi guadagni per dei vestiti nuovi ma poi li butta perché si sente a suo agio con quelli strappati e vecchi, che vorrebbe fare il duro con alcool e droghe, ma poi si rifugia a pregare Dio in preda al panico per i sensi di colpa.

Incoerente e fragile nella sua incoerenza ma, soprattutto, divertente nella sua ricerca dell’amore e insieme del seducente quanto effimero, “sogno americano”.

John-Fante

 

Fante è incredibilmente bravo a smorzare le sue bestemmie e grida di dolore in una risata caustica e irriverente. E pur parlando di polvere, quella delle strade di un’ America che soffoca e reprime i sogni, non riesce a rinunciare del tutto a un moto di speranza, a quella luminosa sensazione di vita e di libertà che solo la gioventù ci può dare.

“Polvere in bocca, polvere nell’anima, via dalla  gente polverosa e verso il verde oceano, via con una ragazza vestita di verde fino a Long Beach…”