Post office

Il-coraggio-di-scrivere

 

La scrittura è un rito religioso: è una preghiera, un ordine, un atto di fede, una riforma, una rieducazione all’amore per gli altri come sono e come dovrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata interamente passata al computer o nell’aula di una scuola. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti vogliono conoscerla, leggerla, farla propria e reagiscono come si reagisce alla vista di una persona, alla nascita di un fiore o all’affermazione di un’idea: può piacere o meno, può aiutarli o meno. La scrittura produce emozioni per donare intensità alla vita: osservi, indaghi, chiedi, approfondisci, apprendi, modelli. Ed ottieni risposte, sapere, nuove forme, nuovi colori. Perfino mostri, demoni da cui non è facile liberarsi. A volte, può regalare successo e consensi. In altre occasioni, insicurezza e fallimenti che portano alla perdita di fiducia. Eppure, la cosa peggiore di tutte sarebbe rinunciare ad essa. La scrittura è un mezzo per ordinare e riordinare il caos dell’esperienza ma, soprattutto, riconoscersi umani nel disordine universale.

Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Chiariamo subito. Una recensione di un romanzo di Charles Bukowski non ha molto senso. Si impiegherebbe meno tempo e si otterrebbero più soddisfazioni leggendo un suo libro e non un resoconto. Tuttavia, per i non avventurieri e i deboli d’animo è necessaria una preparazione psicologica. Quello che ho trovato in Post Office è un condensato di anarchia, solitudine, cinismo, abbandono e dignità. Un antidoto contro l’inabissamento. Un manuale per sopravvivere alla precarietà dell’esistenza, ai turni snervanti delle Poste e alla melmosità della società americana. Effetti collaterali? Sì, ci sono. Desiderio irrefrenabile di emulazione nei confronti del protagonista, seguito da manifestazioni di pulsioni autodistruttive e ossessioni sessuali.

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Henry Chinaski, alter ego di Bukowski, rappresenta l’anti – eroe per eccellenza di una saga che ha inizio nel 1971 proprio con “Post Office” per proseguire in “Factotum”, “Donne”, “Panino al prosciutto” e “Hollywood! Hollywood”. Malridotto e distratto, con una birra in una mano e una puntata sul cavallo perdente nell’altra, Chinaski è uno che scommette sempre sui perdenti perché convinto che gli ultimi rimarranno gli ultimi ma con più dignità. E perché puntare sugli ultimi, spesso, ripaga. Come i suoi cavalli che, alla fine, vincono sempre perché mai nessuno ci scommetterebbe un dollaro. L’opera si apre, a mio parere, con uno dei migliori incipit della letteratura: la trascrizione delle Regole di Comportamento dettate dalle Poste degli Stati Uniti d’America sotto forma di memorandum all’attenzione del protagonista per richiamarne l’atteggiamento. Un incipit del genere chiarisce subito l’indole di Chinaski: un individualista il cui unico credo è “vivi e lascia vivere”. Egli sa che, per mantenersi vivo, non può permettersi di avere alcuna visione romantica. Bisogna dire le cose come stanno senza troppe smancerie. Scetticismo e disincanto si riflettono in una scrittura liscia e asciutta, a tratti sporcata da espressioni gergali e scurrili ma mai volgari.

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L’ufficio postale diventa, così, simbolo della società con le sue regole, con la sua rigidità, una società in cui basta trovarsi su un “gradino” più in alto per sentirsi giustificati, anzi, incaricati a trattare con sadismo il proprio prossimo (basti pensare a Stone,superiore di Chinaski, e ai suoi ordini). Una società da cui Chinaski, come lo stesso autore, per godere della sua indipendenza e della sua libertà,si licenzia o, meglio, si emargina. Sei capitoli, cinque donne per ogni capitolo – eccetto l’ultimo composto da sole notifiche delle Poste Americane – per riprendere l’incipit. Una sfilata al femminile che apre e chiude a cerchio la parabola bukowskiana della vita: si nasce, si caca, si muore. E, di tanto in tanto, capita di incontrare qualche donna. Sei episodi al limite della realtà in unico romanzo in stile “on the road” ma senza macchina. L’incedere rapido e disimpegnato segnano una narrazione minimalista composta da piccoli paragrafi che lasciano al lettore il tempo per riflettere e, soprattutto, respirare. Un trascinarsi da una situazione all’altra, da un lavoro ad un altro, nel tentativo di esorcizzare l’ansia provocata da un futuro incerto.

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Dopo dodici anni di servizio, a Chinaski viene chiesto il motivo delle sue dimissioni. “Voglio fare carriera” è la risposta. Perché, a lui, basta essere vivo tra una sbornia e l’altra. Faber est suae quisque fortunae. Ognuno è artefice della propria fortuna. E Bukowski ci brinda sopra.

 

«Ma ogni tanto arriva una donna, in pieno rigoglio, una donna che scoppia dal vestito… una creatura tutta sesso, una maledizione, la fine di tutto.»

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