The night you slept [Voci]

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Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia –

è un brivido freddo, qualcuno si dibatte e ti implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l’alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c’è chi come te attende l’alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l’alba.

 

(Cesare Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi)

La donna dello scandalo

“1 marzo 1998

L’altra sera, a cena, Sheba mi raccontava della prima volta che lei e quel ragazzo, Connolly, si erano baciati. Naturalmente sapevo già quasi tutto, essendo pochi gli aspetti della faccenda Connolly che Sheba non mi avesse ripetutamente descritto. Questa volta è però saltata fuori una novità. Mi sono ritrovata a chiederle se in quel primo abbraccio l’avesse sorpresa qualcosa. Lei si è messa a ridere. Sì, l’odore l’aveva stupita. Non si era immaginata che odore potesse avere e, anche se lo avesse fatto, avrebbe pensato a qualcosa di adolescenziale: gomma da masticare, Coca Cola, piedi”. Mi lascio abbagliare con facilità. Il mio modo di vedere la gente è di assorbirla completamente. Mi sento dentro di loro, mi perdo in loro, mi sento nella loro pelle, memorizzo i lineamenti, la forma delle mani, il suono delle voci. Mi lascio impregnare. Trance mistiche di tipo cosmico e per nulla religioso. Espansioni che comportano, a tratti, il sacrificio del sé e che possono perfino consumare come tutti quei fuochi che ho acceso nella mia vita dai quali sono stata irrimediabilmente attratta e, a volte, ingannata. Ma con i libri questo non accade. E’ un rapporto fatto solo di luce che non conosce ombre. Essi rappresentano un mezzo per affrontare la realtà e combattere la distruzione che si nasconde ovunque. Da un tale duello nasce la trasformazione. Trasformo la devastazione in creazione, instancabilmente. Allora, mi sento sollevata e trasportata da forze poderose. Musica e luminosità.

download“Quando quel momento arrivò, ciò che respirai fu in realtà sapone, odore di bucato fresco. La fragranza di una scrupolosa cura di sé stesso. Hai presente quell’odore intenso di lavatrice che a volte ti avvolge mentre passi accanto agli sfiatatoi del seminterrato di un palazzo? Uguale. Era sempre così pulito, Barbara. Mai con quell’alito di formaggio e cipolle degli altri ragazzini…” Barbara Covett è un’insegnate di mezza età che, nella frizione contro il tempo, ha smaltito le speranze e bruciato gli ideali. E’sola, cinica, perfida, tagliente, ambigua, miserabile, intuitiva, disperata, moralista, titanica, minuscola. E non smette di fare attrito con la vita. Sheba Hart è una collega che, appena arrivata ad insegnare arte nella stessa scuola dopo anni di vita domestica, finisce coinvolta in una relazione con un allievo minorenne, seduttore ingenuo ma al tempo stesso scaltro, specchio perfetto per l’anima plastica e sfuggente di una quarantenne con poche attrattive moglie di un uomo più anziano e madre di due ragazzini: Polly, adolescente ribelle e Ben, affetto da sindrome di Down.

Sheba “dai capelli arruffati raccolti in una specie di chignon trapassato da un bastoncino cinese, con un abbigliamento complicato fatto di strati svolazzanti…stravagante, fu la parola che mi attraversò la mente. Una persona stravagante”. A descriverla è ancora Barbara, voce narrante, un espediente che in se stesso si trasforma in trama. Perché ciò che apparentemente si racconta – la storia di una passione impari che si gioca sul terreno di mezzo tra l’innocenza e lo squallore – non è in realtà l’argomento del libro che, invece, pone al centro la femminilità, l’ambiguità, la gioventù perduta, la maternità, la solitudine, l’ipocrisia. Parla di uomini sciocchi e donne petulanti, di poveri e di ricchi, di ferocia e di compassione ma, soprattutto, di asservimento e di dipendenza.

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(Cate Blanchett nel film diretto da Richard Eyre “Diario di uno scandalo” tratto dal romanzo)

Barbara scrive un diario di ciò che è stata la storia di Sheba con Steven Connolly alla vigilia del processo, in un momento in cui a Sheba son venuti meno il marito, i figli, il lavoro, la casa, il denaro “era attratta da Connelly, e per dare una spiegazione a quest’attrazione si era autoconvinta che il ragazzo fosse una specie di genio. Questa ricostruzione dei fatti è piuttosto ragionevole, ma penso che non possa esaurire tutto il senso di questa storia. Per comprendere fino in fondo la reazione di Sheba a Connolly (che le si presentava nello studio mostrandosi interessato all’arte, non si sa quanto strategicamente) occorrerebbe anche tenere in considerazione la conoscenza molto limitata che lei aveva della gente della classe sociale a cui il ragazzo appartiene, e – conseguentemente – le basse aspettative che su quella gente coltivava. Fino a quando non ha incontrato Connolly, Sheba non aveva mai avuto alcun contatto ravvicinato con qualcuno che a buon diritto si potesse ritenere membro del proletariato britannico”. Barbara insiste in una spietata osservazione sociologica dell’amica, ma nessuno potrebbe darle torto sui singoli punti analitici. Non solo perché nessun lettore conosce così bene Sheba da poterla difendere, ma anche perché la ferocia della descrizione di Barbara è maledettamente persuasiva. E questo è il tratto generale del racconto: si comprende come la narratrice sia estremamente ostile, come ostile sa essere chi con crudele corrività potremmo definire una vecchia zitella. Tuttavia, in quella spietatezza riconosciamo i germi di una verità che non importa se sia solo nevroticamente autolesionista (perché ci fa male, non salva niente e ci mette da soli senz’armi di fronte al plotone d’esecuzione della vita quotidiana) o effettivamente lucida e per così dire storica. È amica, è nemica, è madre, figlia, carnefice, parassita. Guarda la vita della peccatrice in controluce per appropriarsene, per renderla sua. E in quest’opera di ingestione della vita di Sheba mette al mondo la perversa fusione che conduce a volte le madri a considerare i figli né più né meno che una parte del proprio corpo. Un braccio, una gamba, un pezzo di stomaco. A quel punto, a fusione compiuta, il male che si fa all’organismo di cui ci si è appropriati è l’uguale identico male che si fa a se stessi. Si stritola l’altro per stritolare se stessi. Non che questo ci assolva e Barbara lo sa bene (tant’è che non le sfugge il suo ruolo di autentica traditrice dell’amica) ma non c’è possibilità che lei riesca ad astenersi da quel fiero pasto. Da quell’ingurgitare l’amica rendendola un immissario del suo fiume alimentato da ormai pochissimi affluenti. “Era irritante quando Sheba parlava in questo modo, come se fosse la vittima impotente di un destino avverso, invece che l’architetto principale della propria sofferenza. È un pochino tardi, adesso, perché lei possa cominciare a mettere in scena la recita della madre addolorata. Avrebbe dovuto pensare al benessere del suo piccolo Ben la prima volta che s’era messa a fare gli occhi dolci a Connolly”. I sentimenti ambigui di Barbara sono numerosi, devastanti ma soprattutto perfettamente credibili, perché sono ben argomentati su entrambi i lati, lungo entrambe le direzioni. È la descrizione della complessità, quella che fa Zoe Heller e non la definizione a ritaglio di un personaggio oleografico di zitella invidiosa. “Ai miei tempi ho visto un numero di ragazze vogliose certamente sufficiente a rendermi familiare il tipo di manipolazione sessuale di cui le giovani femmine sono capaci”.

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(Cate Blanchett e Judi Dench)

Diario di uno scandalo potrebbe sembrare la storia della seduzione fra un’adulta e un ragazzino. O la storia di un’amicizia, un affresco di costume, il diario di una testimone, la storia dei ridicoli e patetici rapporti interni di una scuola, una disamina dei rapporti fra i sessi, la storia di una donna di una certa età, quella di una pubblica peccatrice o una denuncia della crudeltà sociale. È uno spettacolare affresco multicolore e sfaccettato della facilità con cui i rapporti fra uomini e donne possono scivolare dal piano inclinato della complice voracità sensuale a quello del reciproco feroce divorarsi; ed è uno splendido esempio di quanto poco occorra nella vita per percorrere la strada che separa l’ordinario dal precipizio. Di una cosa possiamo essere peraltro certi: che gli uomini sono sempre più bravi ad ingannare se stessi che gli altri.

Il giardino dell’Eden

Nell’oscurità che precede l’alba rivivo interamente un pomeriggio di sole trascorso sulla spiaggia della mia infanzia. Mi inoltro tra le dune in cerca di una casa dove, solitamente, io e i miei piccoli amici giocavamo a nascondino e perdo la strada. Mi guardo intorno. Le dune di sabbia sono così bianche al sole da farmi sentire il primo essere umano su un ghiacciaio. Davanti a me, il mare ribolle nel tentativo vano di trascinare la sabbia nelle sue profondità per restituirla alla superficie cristallizzata sotto forma di disegni concentrici. A riva, il vento ne solleva piccoli granelli depositandoli sulla pelle e i capelli come mussola. Se rimanessi qui abbastanza a lungo, ne verrei ricoperta al punto tale da scomparire in una tomba naturale? Non sopporto l’immobilità che, puntuale, mi suggerisce un’immagine di morte spirituale e che mi spinge ad alzarmi cercando qualcosa da fare. Il riposo, per me, è la non vita. Eppure, in questo momento di luce e calore, riesco a provare sollievo dall’ansia che mi perseguita come una febbre da cui non posso guarire. Allora, mi dico, la felicità è l’opposto della febbre. Forse, è assenza di febbre stessa ed è bellissimo. Nella borsa ho un libro. Inizio a sfogliarlo nel tentativo di ricordare il punto esatto in cui ne ho interrotto la lettura e ricominciare. Il destino comune di molti grandi scrittori morti prematuramente è quello di vedere la propria opera saccheggiata e pubblicata fino all’ultima riga. Bozze di romanzi allo stato primordiale spacciati per la più importante opera dell’autore non ancora pubblicata. Una ricca corrispondenza personale gettata in pasto al grande pubblico con il solo intento di soddisfare una morbosa curiosità sulla vita privata dell’autore e altro ancora. Un destino comune anche ai grandi musicisti i cui archivi vengono depredati senza pietà con il proposito di aggiungere qualche “perla” inedita a raccolte di successi che, al contrario, ben poco hanno da dire sulla reale importanza dell’opera nel suo complesso.

6a00d8341c684553ef0153900b798f970b-800wiErnest Hemingway è uno di quegli scrittori la cui bibliografia postuma vanta quasi la medesima lunghezza di quella in vita. Oggetto di un saccheggio forse senza precedenti nella storia della letteratura, gli appunti e le bozze dello scrittore americano sono state spremute fino ad ottenere veri e propri romanzi che sono stati messi, poi, sul mercato e spacciati per grandi opere perdute. Tuttavia, queste pubblicazioni, hanno ben poco a che vedere con la grandezza della prosa dell’autore americano e se in alcuni casi si riesce ad intravedere appena il tocco dell’autore (ad esempio, “Isole nella corrente”), in altri si è sfiorato un vero e proprio “crimine” letterario. “Il giardino dell’Eden” è la prova di quest’assurda opera di “spremitura” degli archivi personali dello scrittore. Pubblicato per la prima volta nel 1986, le 250 pagine narrano la morbosa vicenda di David Bourne un giovane scrittore di successo impegnato alla lavorazione di un nuovo romanzo mentre è in vacanza in Costa Azzurra con la giovane moglie Catherine sposata da poco. I due coniugi sono uniti da una relazione particolare in cui ambigui giochi erotici e bizzarre conversazioni riguardanti l’inversione dei ruoli e la sessualità costituiscono il centro della narrazione priva di azione e avvenimenti particolari fino all’entrata in scena dell’avvvenente Marita, una giovane ragazza di cui entrambi si innamorano. Scatta, presto, un ménage à trois innescato dalla stessa Catherine il cui stato mentale chiaramente instabile rappresenterà una fonte di preoccupazione crescente per David. Questo triangolo sessuale si trasformerà lentamente in una relazione di coppia stabile tra David e Marita le cui conseguenze avranno forti ripercussioni sul matrimonio stesso. copPer molti critici, “Il giardino dell’Eden” è lontano dagli elevatissimi standard letterari di Hemingway. Tuttavia, una tale “distanza” non è attribuibile all’autore americano: le 300 pagine scarse de “Il giardino dell’Eden” sono state ricavate da ben 1200 pagine di bozze ancora allo stato grezzo alle quali Hemingway stava lavorando negli ultimi anni della sua vita. Sconosciuti i criteri di scelta in base al quale sono state selezionate le parti poi effettivamente pubblicate, così come è sconosciuto il parere dello stesso autore: uno scrittore notoriamente meticoloso e preciso, abituato a riscrivere anche decine di volte la stessa pagina (si ricordino, ad esempio, i quasi 50 finali diversi di “Addio alle armi”, scritti da Hemingway prima di trovare quello definitivo).

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Ernest Hemingway

“Io sono un tipo distruttivo” disse lei “è ho intenzione di distruggerti. Metteranno una lapide sul muro dell’albergo all’altezza della nostra camera. Mi sveglierò di notte e ti farò qualcosa che non hai mai sentito o immaginato.Volevo farlo anche questa notte ma avevo troppo sonno”. Non posso non soffermarmi sulla storia in sé che, a mio parere, rapisce fin dalla prima pagina densa di dialoghi magnetici e pervasa da un’aura di sensualità che la penna del suo creatore riesce a modellare alla perfezione sia sulla pelle abbronzata dei suoi scandalosi protagonisti, sia sui cibi descritti minuziosamente e sia sui drink consumati come se non ci fosse un domani. Il tutto in una cornice, quella francese del primo dopoguerra, che regalava l’illusione forse più grande di tutte: il perdono. “Ma cosa poteva essere? Più uniti di così non li si sarebbe potuti tenere e non c’era sensazione di male dopo. C’era solo felicità e amore reciproco e quindi fame e sazietà e un nuovo inizio.”

 

 

 

 

La ragazza interrotta

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. (Franco Basaglia)

image_bookUn’improvvisa lama di luce bluastra colpisce il pavimento di una stanza semivuota. Mi rendo conto che non si tratta di un lampione ma della luna. Il grande orologio a forma di Swatch sulla parete della stanza segna l’una e trenta. Per me la notte è l’inizio e la radice di tutti i giorni. Il presente, poi, è l’eternità sempre in movimento che scorre e si dissolve. L’attimo è vita e quando passa, semplicemente, muore. Eppure, non è possibile ricominciare ad ogni nuovo attimo. Bisogna fermarsi, respirare e basarsi su quelli già morti. Un po’ come cadere nelle sabbie mobili. Si è senza scampo, fin dall’inizio. Un quadro, una canzone, un racconto possono far rivivere appena la sensazione ma non è mai abbastanza. Nulla è mai reale eccetto il presente e, se non si presta attenzione, il rischio è di soffocare sotto il peso nostalgico del passato. Noi possiamo essere l’inatteso, l’istante sublime, la fiamma che si accende, si consuma e subito si estingue. Noi possiamo essere niente o tutto come quelle dannate sabbie mobili che non riesco a cancellare dalla mia mente. Certe cose, mi dico, sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando i dettagli più importanti. E comunque, non lo descrivi mai come vorresti. Per esempio, il dolore. Sono quasi in grado di gestirlo. So di averlo sepolto da qualche parte rifiutandomi di soffrire ancora. E’temporaneo anche se, nel momento in cui lo vivo, sembra interminabile. Non c’è mai tempesta, mi ripeto, ma solo l’oscurità che la precede. “La gente ti chiede: come ci sei finita? In realtà, quello che vogliono sapere è se c’è qualche probabilità che capiti anche a loro. Non posso rispondere alla domanda sottintesa. Posso solo dire che è facile. Ed è facile scivolare in un universo parallelo. Ce ne sono tanti: mondi di pazzi, criminali, storpi, moribondi, forse anche di morti. Sono mondi paralleli a questo e gli somigliano, ma non ne fanno parte”. Inizia così il diario di Susanna Kaysen diciottenne dell’alta borghesia di Boston che, tra il 1967 ed il 1969, trascorse due anni in un manicomio di lusso famoso per aver ospitato personalità del calibro di Robert Lowell e Sylvia Plath, il McLean Hospital. Per l’estrazione sociale delle pazienti e la retta che le loro famiglie versano all’istituto, qui non ci sono camicie di forza né lobotomie ma solo psicofarmaci e, in alcuni casi, sedute di elettroshock. Le ragazze che Susanna incontra in clinica sono bulimiche, anoressiche, depresse, paranoiche, bugiarde patologiche. Sono dipendenti da lassativi e sonniferi. Sono affette da sindrome borderline. Le stesse che, successivamente, diventeranno le sue migliori amiche. “Georgina, la mia compagna di stanza, c’era entrata in pieno e di colpo durante il terzo anno a Vassar. Era andata al cinema a vedere un film quando un’onda nera le si abbatté sulla testa. Il mondo intero scomparve…per qualche minuto. Capì di essere diventata pazza. Si guardò intorno per vedere se era successo anche agli altri ma sembravano tutti presi dal film. Corse fuori perché il buio del cinema, sommato al buio che aveva nella testa, era troppo. E dopo? Le chiesi. Un gran buio, rispose.” Il titolo, tratto da un quadro particolarmente amato dalla protagonista, è significativo: Ragazza interrotta mentre suona di JanVermeer conservato nel Frick Museum di New York. E’ il 1967. Susanna è in compagnia del suo professore di letteratura inglese con il quale comincerà, di lì a poco, una breve e scandalosa relazione. Resta immobile davanti a quel quadro che, secondo le enciclopedie d’arte, raffigura la musica come allegoria del corteggiamento (lo testimonierebbe il Cupido dipinto sul fondo). Lei, però, ci vede altro. Una mano dispotica poggiata sulla sedia, quella del maestro -amante ed una fanciulla che lo ignora indolente, troppo impegnata a fissare lei quasi come se cercasse di metterla in guardia da qualcosa, chiederle di non muoversi, di aspettare, di non andare via. Susanna ci vede premura in quello sguardo, una specie di monito silenzioso a lei rivolto. Vede risposte a domande non fatte.jan_vermeer_005_ragazza_interrotta_dalla_sua_musica_1660

“Avevo dei problemi con i motivi geometrici. Tappeti orientali, pavimenti piastrellati, tende stampate, cose di questo genere. Con i supermercati era particolarmente dura, per via dei lunghi e ipnotici corridoi a scacchi. Quando guardavo queste cose, al loro interno ne vedevo altre. La realtà si stava facendo troppo densa. Vedevano tutti quella roba e facevano finta di nulla? La pazzia era solo questione di smettere di fingere? Cos’è che non andava nelle persone che non vedevano certe cose? Erano cieche, per caso?” Susanna si sottopone ad una visita che dura appena venti minuti. Il dottore le spiega che deve riposare e che esiste un posto adatto a lei. Soprattutto, non può rimandare. La promessa (mai mantenuta) è di trattenersi, al massimo, quindici giorni. Scoprirà, più tardi, che le è stata diagnosticata la sindrome di personalità “borderline”: un confine, tra nevrosi e psicosi, adattamento e disadattamento. Il territorio “borderline” è fondamentalmente il territorio del dubbio “A volte, quando avete capito che il vostro treno non si sta veramente muovendo, potete passare un altro mezzo minuto sospesi tra due regni della coscienza: quello che sa che non vi state muovendo e quello che invece ne ha la sensazione. Potete svolazzare avanti e indietro tra queste percezioni e provare una specie di vertigine mentale. E se è così, siete nel territorio della pazzia: un luogo dove le false impressioni hanno tutte le caratteristiche della realtà”.winona-ryder-in-una-scena-del-film-ragazze-interrotte-246853

Se le false impressioni hanno però tutte le caratteristiche della realtà, come fare a stabilire cosa è reale e cosa non lo è? E’una condizione di certo dolorosa che rende complicato compiere anche il più elementare dei passi. “C’è troppa percezione e oltre alla pletora di percezioni, una pletora di pensieri sulle percezioni e sul fatto di avere percezioni. La digestione potrebbe ucciderti! Voglio dire che l’ininterrotta consapevolezza del processo di digestione potrebbe esaurirti fino alla morte. E la digestione non è che un’attività involontaria collaterale rispetto al pensiero, perché è qui che cominciano i guai”. Un limite evanescente, una frontiera sconosciuta a cui bisogna necessariamente dare un nome o una cura perché, si sa, ciò che non si conosce e che sfugge al controllo spaventa. Chi decide cosa è bene e cosa è male? Chi decide quando e perché strapparci alla vita, alla nostra ricerca interiore spesso sofferta che può forse destare preoccupazione per le sue intemperanze ma che resta indiscutibilmente nostra? Chi ha diritto di interrompere un corso deviandolo, per esempio, a suon di farmaci? Siamo così impegnati, penso, ad inseguire la normalità per poi scoprire che essa non esiste affatto. Dalla storia di Susanna è tratto il film “Ragazze interrotte” di James Mangold che è valso l’Oscar all’esordiente Angelina Jolie. Il film riprende solo in parte ciò che è scritto nel diario e si concentra maggiormente anche sulle altre pazienti ricoverate insieme a Susanna al punto tale che la figura di Lisa-Angelina Jolie finisce per offuscare il personaggio della protagonista.

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“Ragazze interrotte”

 

 

 

Il mio noviziato

colette 2“Nella mia vita ho avvicinato raramente quegli uomini che gli altri uomini chiamano grandi. Loro non mi hanno mai cercata. Per parte mia li fuggivo; mi rattristava che la loro fama li vedesse ormai offuscati, già ansiosi di corrispondere alla loro immagine, di somigliarsi, un po’ irrigiditi, un po’ stremati, chiedendo grazia in segreto, risoluti a sedurre aiutandosi con le loro piccinerie quando non forzavano, per far colpo, la loro luce in declino. Se essi non figurano in questi ricordi, la colpa è mia che ho preferito – il sesso non ha molta importanza – persone oscure, colme di un succo che proteggevano, che negavano alle sollecitazioni banali. Quelle che suscitarono la mia curiosità, fino ad una sorta di passione, talora erano indecise soltanto sul modo in cui profondere la loro essenza più preziosa. Di nulla mi vanto, se non di aver urtato al mio passaggio, quegli esseri sapidi e oscuri. I loro nomi, inutili, talvolta si cancellano ma io li violento ed essi tornano a incidersi sotto i volti che sono lenti ad offuscarsi”. E’ la prima volta che leggo un libro autobiografico di Colette. Raccontarsi, mi dico, deve essere molto difficile. Se poi ci sono cose che vorremmo dimenticare, aspetti di noi stessi che vorremmo tralasciare o situazioni che ci hanno ferito indelebilmente, il compito diventa ancora più arduo. Perdiamo sempre parte della nostra fede sotto l’oppressione di guide pazze, di una storia folle, delle crudeltà patologiche della vita quotidiana. I più vecchi, poi, cadono in schemi rigidi. Nessuna curiosità, perdono il gusto del rischio o il desiderio irrefrenabile di conoscere, di esplorare, di sperimentare. Dunque, se Colette si fosse lasciata sopraffare dalla paura, se si fosse trattenuta reprimendo ogni pensiero, ricordo, sensazione o emozione “Il mio Noviziato” non sarebbe esistito. L’opera che, dopo oltre vent’anni di assenza ingiustificata, torna nelle librerie con la collana “Gli Adelphi” risale al 1936 data significativa per i fan della scrittrice francese. Willy, il giornalista satirico che bersagliava puntualmente usi e costumi della Parigi tra Otto e Novecento, era morto da cinque anni. Era stato lui, sposandola, ad introdurla negli ambienti più esclusivi della capitale incoraggiandone (o scoraggiandone, a seconda dei casi e degli umori) i primi tentativi letterari. Contribuì alla creazione della saga di Claudine – fornendole qualche consiglio su come rendere più “piccanti”le avventure della giovane provinciale destinate ad un pubblico maschile – ma, presto, tentò di usurparne il successo. Soprattutto, contribuì alla maturazione umana dell’autrice nel modo peggiore: tradendola. Il loro matrimonio terminò ancora prima della morte di Willy culminando con un divorzio che rese Colette un simbolo del femminismo europeo la quale, tuttavia, fu davvero libera per narrare la propria dolorosa esperienza solo in seguito alla dipartita dell’ex coniuge.

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Una verità scritta in prima persona di 142 pagine che costituisce un autentico sfogo. Il bersaglio principale è naturalmente Willy descritto, non come il genio che tutti conoscevano, ma come “negriero” di giovani autori di racconti che, il giorno successivo, sarebbero apparsi sulle principali testate a firma del Maestro. Secondo la ex moglie, Willy era troppo impegnato a vivere per trovare il tempo di dedicarsi alla scrittura. Troppo impegnato a vivere“sulle spalle” di Colette corteggiando ed intrattenendo nell’alcòva ballerine, attrici, modelle. Intorno ai protagonisti ruotano, poi, personaggi di punta della Parigi bohemienne: Erik Satie, Polaire – attrice che prestò il volto alla versione teatrale di Claudine e tanti altri. C’è il forte desiderio di godersi quel circo che è la vita in tutte le sue contraddizioni. “Feci proprio bene – scrive Colette alla fine del libro – a fidarmi di ciò che conoscevo meno, i miei simili, la sollecitudine umana”. E’ anche vero, penso, che la creazione proviene dalla sovrabbondanza che è in noi. Bisogna, quindi, prendersene cura: assorbire il necessario, nutrirlo e donarlo al mondo come forma primaria di condivisione. Qualcosa di bello nasce sempre dagli eccessi: da grandi terrori, da grandi solitudini, da grandi inibizioni ed instabilità. Colette è riuscita ad equilibrarli. Questo libro ne è l’esempio.

 

Il Danno

il dannoL’unico in grado di aprire il vaso di Pandora, mi dico, è lo scrittore. Poiché, quando ha vuotato il vaso delle illusioni, può crearne un altro e riempirlo di materiale nuovo. Può rimettere nel vaso i mondi che ha creato e tutte le scoperte che ha fatto. Nessuno può vivere limitandosi ad una visione solo clinica, psicologica o storica di ciò che lo circonda. Forte deve essere la capacità di ricreare, di rinnovare, di rifare. Molti preferiscono analizzare piuttosto che sentire, esaminare piuttosto che vivere sensualmente, inconsciamente. Troppa lucidità crea deserti e, a quel punto, è necessario trovare acqua per riseminare e ripiantare. Di fronte ad un presentimento precoce di prigionia cui sono vittime gli esseri umani, mi invento sempre delle occasioni per evadere tentando di aprire dei varchi verso la libertà. “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima; ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Chi è tanto fortunato da incontrarlo, scivola come l’acqua sopra un sasso, fino ai suoi fluidi contorni, ed è a casa. Alcuni lo trovano nel luogo di nascita; altri possono andarsene, bruciati, da una città di mare, e scoprirsi ristorati nel deserto. Ci sono quelli nati in campagne collinose che si sentono veramente a loro agio solo nell’intensa e indaffarata solitudine della città. Per qualcuno è la ricerca dell’impronta di un altro; un figlio o una madre, un nonno o un fratello, un innamorato, un marito, una moglie o un nemico. Possiamo vivere la nostra vita nella gioia o nell’infelicità, baciati dal successo o insoddisfatti, amati o no, senza mai sentirci raggelare dalla sorpresa di un riconoscimento, senza patire mai lo strazio del ferro ritorto che si sfila dalla nostra anima, e trovare finalmente il nostro posto.” E’ questo il fulminante incipit de “Il Danno”, il romanzo che ha reso famosa Josephine Hart nel 1991 e di cui mi sono servita, come una droga, per alleviare quel senso di smarrimento che segue inevitabilmente la perdita di un’illusione. Non siamo mai in trappola, penso, se non decidiamo di esserlo. Stephen Martin, il protagonista, è un medico ed un politico affermato. Un marito esemplare, padre di due figli, uno che “ha fatto la sua parte” e che, grazie al favore della sorte, ha interpretato in maniera impeccabile questi ruoli sul palcoscenico della vita senza passione o arte “forse perché la passione nasce solo quando la volontà incontra degli ostacoli” e l’arte, spesso, scaturisce dalla passione. La sua infanzia, la sua adolescenza e parte della sua giovinezza sono state dominate dal padre, uomo dal carattere forte e dalla volontà incrollabile, il quale era solito dirgli “decidi quello che vuoi fare e fallo”. Ogni volta che Stephen compie una scelta o è convinto di realizzare una sua ambizione, reprime l’impressione di perseguire i piani paterni. Passa, così, sotto la guida del suocero e decide di presentarsi come candidato del partito conservatore, senza sforzo e nel pieno disinteresse per il potere personale, accurato e competente ma non spinto da emozioni o estremismi pericolosi. Sui binari di una tranquillità senza misteri ed intemperanze, scorre la sua vita intima: la serenità familiare è quella di chi non ha mai conosciuto dolori o ansie ma ha organizzato la propria esistenza con determinazione seguendo uno schema preciso scandito da un ritmo quasi piacevole. Un ritratto perfetto realizzato senza l’ombra di una sbavatura capace di contenere perfino la sottile invidia di un’osservatrice esterna come Anna Barton. “Una strana calma m’invase. Mandai un respiro profondo, come se ad un tratto avessi cambiato pelle… L’impressione di avere incontrato qualcuno che conoscevo mi era passata attraverso il corpo come una scossa elettrica. Per un attimo, un attimo solo, avevo incontrato uno come me, un altro della mia specie. Ci eravamo riconosciuti… Mi ero sentito a casa mia… Ero come un viaggiatore sperduto in un paese straniero che ad un tratto ode non soltanto la sua lingua natia, ma il dialetto che parlava da bambino. Non si chiede se la voce è quella di un nemico o di un amico, si precipita solo verso il suono che gli ricorda la sua casa. La mia anima si era gettata su Anna Barton… basti sapere che ero meno l’uomo che ero stato e più me stesso… un nuovo e strano me stesso”.

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Stephen che, fino a quel momento, era stato abile nel controllare le emozioni, potrebbe scegliere “di andare” se non fosse frenato dalla sua posizione, dalla moglie e, soprattutto, se Anna non fosse la fidanzata del figlio Martyn. Il punto massimo della nostra maturità dovrebbe coincidere con l’abbandono di meccanismi di difesa estremistici ma Stephen non l’ha mai raggiunta e in lui, a volte, mi rivedo. Così come mi rivedo, a momenti, nella donna che lo ha spinto ad aprire una porta (o il vaso di Pandora di cui parlavo all’inizio) e di godere di ciò che si era negato fino ad allora che, da subito, lo avverte “ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere… è la sopravvivenza che le rende tali… perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro.” Anna e Stephen, vivono in una dimensione che sembra porsi al di là del bene e del male, nutrendosi della contrapposizione trasgressiva alla norma sociale senza remore né freni, sfidando e violando regole e tabù, fino al punto di svolta che non rivelerò perché non amo “spoilerare”. Ipnotico nello stile e cadenzato nel ritmo, “Il Danno” ci mostra la difficoltà di far coincidere il proprio mondo con la realtà circostante e la potenza di un’ossessione erotica ed emotiva.

La Piccola ombra

la piccolaÈ innegabile, certe cose fanno proprio arrabbiare. Forse, un giorno, ringrazieremo tutto questo dolore ma, per il momento, bisogna utilizzarlo al meglio. Soprattutto, se l’attacco è arrivato dritto al cuore. La Piccola ombra mi è caduto tra le mani mentre cercavo, in un negozio dell’usato, un libro che raffreddasse quei pensieri cruenti che da qualche tempo surriscaldavano le mie notti estive. Esso si è insinuato prepotente nella mente sfidando la stanchezza accumulata. Aprendolo, ho compreso quanto fosse adatto al particolare momento che stavo attraversando ed è andato via tutto d’un fiato, come può accadere solo con le cose buone che la vita ti offre. Il filo conduttore di questi sette racconti di Banana Yoshimoto è il tradimento: le protagoniste, giovani donne tra i venti e i trent’anni, si trovano nelle calde terre del Sud America dense di una straordinaria energia vitale che colpisce la loro sensibilità ed è attraverso il viaggio che esse compiono in queste terre (Paraguay, Argentina, Brasile) che esaminano il passato, elaborando il tradimento vissuto (direttamente o indirettamente) per, poi, reinterpretarlo in una chiave diversa e nuova.

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Banana Yoshimoto

La riflessione letteraria della scrittrice giapponese su di un tema così delicato si concretizza in brevi storie in cui, più che la trama in sé, è lo sviluppo dei personaggi ad avere importanza, il loro modo di accostarsi ed affrontare la realtà con i suoi molteplici aspetti. Così, il tradimento risulta un’esperienza integrante dell’esistenza ed un’inevitabile passaggio da attraversare. Una raccolta scritta con uno stile semplice e diretto in grado di scavare nei meandri più nascosti dell’animo umano. Centrale è, difatti, l’evoluzione emotiva della singola protagonista che al lettore non può sfuggire: “…fui contenta di non avere frainteso quel momento. Un istante rarissimo in cui un essere umano aveva messo a nudo il buio che portava nel profondo del cuore. E’ facile distogliere lo sguardo, ma, più in profondità, si nasconde qualcosa di grazioso come un neonato. Lì risplende la triste luce di cui mi nutro io.” Alla fine, mi dico, la migliore vendetta è essere felici.

Diario di un seduttore

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C’è una sorta di pregiudizio contro la soggettività perché si pensa che limiti la visione. Ma questo non è più vero dell’affermazione che l’oggettività porti ad una forma più ampia della vita. Niente porta ad una forma più ampia della vita se non la capacità di spingersi a fondo sia all’interno che all’esterno. Ciò che conta non è la soggettività o l’oggettività quanto la mobilità, la prontezza, l’interrelazione tra questi elementi e la loro presenza all’interno di tutti i rapporti. Un uomo che vive, ad esempio, senza rapportarsi ad un altro essere umano muore. Ma muore anche un uomo che vive senza rapportarsi a se stesso. C’è una nuova dimensione nel mio carattere in continua evoluzione ed io sto cercando di afferrarla per comprenderla. I libri mi sono di aiuto. Lavoro grazie a lampi di intuizione, un susseguirsi di illuminazioni. Da un momento ben determinato, emergono molte più cose che da un’enorme costruzione di dettagli. Muoversi avanti e indietro nel tempo, mi dico, perché il passato interferisce e spesso riesce a sopraffare il presente. Con l’autore per cui filosofia ed esistenza sono sempre stati una cosa sola, io avevo un conto in sospeso dai banchi di scuola. In Sören Kierkegaard i temi degli scritti si inscrivono direttamente, attraverso la meditazione, sul terreno di una biografia per certi versi semplice ma sostanzialmente intensa. La sua vita si snoda per intero nel rapporto fortemente soggettivo e personale con tre nodi esistenziali: il rapporto con il padre, il rapporto con la giovane Regina Ölsen, la fidanzata diciottenne che lasciò dopo un anno ed il rapporto con il vescovo di Seelandia, Mynster, suo educatore. Considerato il padre dell’esistenzialismo, Kierkegaard rappresenta il modo più vivo di dare forma concreta e tormentata al rapporto dell’individuo, nella sua singolarità, con l’orizzonte assoluto del valore dell’esistenza. Potrei andare avanti perché il discorso è complesso e di ricerche ne ho fatte tante. Ma è su “Diario di un seduttore” che vorrei soffermarmi, parte dell’opera filosofica “Aut Aut” pubblicata nel 1843.

diarioJohannes è un giovane seduttore senza scrupoli. La sua vita ha un unico scopo: sedurre ragazze e poi, abbandonarle. Cordelia, la protagonista, ha diciassette anni ed è molto ingenua. Si presta perfettamente al ruolo di vittima per Johannes che le rovinerà l’esistenza. Eppure, il fulcro del libro è la seduzione. Un tipo di seduzione che, se sottovalutata, può rivelarsi pericolosa: quella intellettuale. Johannes è un abile calcolatore che trova nella conquista una soddisfazione che si dispiega nell’attimo. Mette in atto una tattica finemente elaborata piena di inganni e di pressioni psicologiche. Della donna gli importa poco o nulla quanto il cedimento al quale segue la perdita di ogni interesse verso l’oggetto del desiderio ed il conseguente abbandono. La storia, forse in sé banale, acquista un interesse particolare proprio per la personalità complessa e sofisticata del seduttore. Mentre il Don Giovanni mozartiano è sempre attivo e a caccia di qualche giovinetta, il romantico protagonista del Diario è una natura contemplativa e alla ricerca di esperimenti psicologici. In bilico tra carne e spirito, riflessione e vita, intreccia poesia e realtà. Quest’ultima viene inseguita e bramata ma, al tempo stesso, superata e vissuta attraverso i filtri del ricordo, dell’immaginazione. Egli soffre una exacerbatio celebri per la quale la realtà non contiene abbastanza eccitamenti o li contiene solo per istanti. Non appena la realtà non è più stimolo, l’esteta si affloscia o disarma. Al seduttore, in questo caso, importa godere esteticamente l’arrendevolezza della donna. E’ l’oggetto di una strategia erotica studiata e prevista nei minimi particolari. L’arte consiste nell’incantarla con le parole portandola ad un turbamento tale in cui smarrisce il proprio equilibrio ed è pronta al sacrificio. L’amante gode dell’incanto che nasce da questa passione ma non si lascia mai andare tenendo in serbo la sottile arma dell’ironia. Giocare e speculare sulla passione della donna variando la propria tattica ed alternando a slanci impetuosi inspiegabili freddezze rivela un egoismo raffinato che trae per sé il massimo piacere con il minimo sacrificio. Il seduttore mette in campo uno strumento letale che nega la stessa essenza femminile: gli sconvolgimenti interiori di un’anima confusa e piegata. Johannes è l’ideale precursore di molti personaggi maschili della letteratura ma anche di tanti uomini che si possono incontrare nella quotidianità capaci di godere soltanto i due poli estremi di un rapporto: l’incontro e l’allontanamento. Uomini incapaci di amare in modo autentico, convinti che il modo giusto per relazionarsi con l’altro sesso sia passare dall’attrazione alla repulsione, dall’odio al suo opposto senza considerare le conseguenze che un simile approccio comporta. Spunti perfetti su cui riflettere e da cui imparare, senza dubbio, con quel pizzico di umiltà che non fa mai male.

L’accomagnatrice

accompa“Forse, se in quelle settimane, Marija Nikolaevna avesse mutato volto e anima – se avesse sofferto al punto che tutti, me compresa, avessero potuto notarlo, se si fosse ammalata o avesse perduto la voce – non so, forse mi sarebbe bastato. Invece non notavo niente, a parte una strana dolcezza e, ogni tanto, uno sguardo inquieto. Era di nuovo gentile e sollecita con Pavel Fjodorovič, lavorava di nuovo molto e con zelo. In certi periodi, imbelliva in modo straordinario e continuava la sua vita, con sicurezza e in piena libertà. Ed io mi sentivo sempre più sbiadita davanti a lei, che diventava sempre più grande come cantante e, fisicamente e spiritualmente, si avvicinava al punto focale della sua esistenza, punto che avrebbe saputo far durare a lungo, grazie all’intelligenza, alla bellezza e alla bravura”. Per sfuggire al mondo degli uomini, complicato e caotico, ho dissimulato la donna che cresce in me per rientrare nell’universo della bambina, della sognatrice e della poesia. C’è un potere indiretto ed una forma più sottile di distruttività. Un fondo duro come la roccia. Una verità amara ma che, se riconosciuta in tempo, è possibile evitare. Concedersi una pausa, insomma, dalla ragnatela quotidiana di sotterfugi e trasmutazioni nella quale viviamo non è mai segno di debolezza. Rovistando tra gli scaffali della biblioteca di un paese vicino, il mio occhio (non troppo stanco, a quanto pare!) è caduto su “L’accompagnatrice” di Nina Berberova. Pietroburgo, 1919: Sonecka cammina lungo le strade gelate dal terribile inverno russo verso quel cambiamento che, a breve, investirà la sua giovane vita. Fino a quel momento, ha condotto un’esistenza povera fatta di stenti e di privazioni legata unicamente alla madre e al pianoforte, con la certezza di essere il frutto di un’unione proibita. La figlia illegittima di un giovane appena diciannovenne all’epoca della sua nascita e che lei non conoscerà mai “avevo accusato mio padre di “oltraggio”, capii in seguito di esser stata ingiusta: aveva diciannove anni, per lui mia madre era solo una tappa verso la maturità definitiva. Probabilmente non sospettava neppure che alla sua età fosse ancora vergine. Ma lei? Con quanta passione e con quanta disperazione, malgrado i momenti d’amore, doveva averlo amato per accettare un rapporto con un uomo che avrebbe potuto essere suo figlio e per generare una figlia da quel breve ed unico legame della sua vita. E che le rimaneva, di tutto questo, nella memoria e nel cuore?” Anche Sonecka, come sua madre, termina gli studi al Conservatorio e diviene una pianista. Tuttavia, come lei, sente di essere destinata ad un futuro di solitudine che la spinge a provare nei confronti della genitrice un misto di affetto e di rancore per averla messa al mondo. La svolta giunge inaspettatamente quando Mitenka, l’unico allievo di sua madre, le fa conoscere una cantante lirica di successo alla ricerca di una pianista che possa accompagnarla al piano durante i suoi numerosi concerti. Si crea, così, un rapporto profondo tra le due donne: ambiguo e ricco di sfaccettature, al tempo stesso. Da un lato, Sonecka è grata a Marija Nikolaevna per averla accolta in casa insieme al marito Pavel Fjodorovič offrendole un lavoro ed una possibilità di miglioramento; dall’altro, si sente soggiogata da lei ed avverte costantemente la propria inferiorità nei confronti di una donna bella e sicura di sé, amata da tutti. Ma, soprattutto, felice. Il contrario, l’opposto di Sonecka. “Lei si muove, parla e canta con grande sicurezza, accompagnando parole e movimenti con gesti calmi, misurati delle mani; sembra sprigionare una specie di calore, una scintilla – divina o diabolica -, non esita mai tra il sì e il no. Io mi sento, a volte, fasciata da una bruma di incertezza, d’indifferenza, di noia, nella quale mi dibatto come un insetto notturno si dibatte nella luce del sole, prima di accecarsi o paralizzarsi”. Finisce, quasi, per nutrire invidia nei confronti della personificazione di una felicità dalla quale sa di essere esclusa: la vittima di un destino che non la vedrà mai protagonista ma una scialba comparsa della propria vita. Un diario intenso e sofferto scritto in prima persona dalla stessa protagonista. Un romanzo breve, narrato con semplicità e naturalezza, da una donna capace di donarci un quadro perfetto dell’esistenza colta nella sua complessità; in grado, sostanzialmente, di farci riflettere e commuovere.

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Nina Berberova

Ci sono libri che si adagiano nella loro copertina e lì rimangono, senza uscirne mai più. Ce ne sono altri che non ci stanno, sembrano straripare, vivono con noi per anni, cambiandoci, modificando la nostra coscienza. E poi c’è un terzo tipo di libri, i quali influiscono sulla coscienza ( o sull’essenza ) di un’intera generazione letteraria, lasciando la propria impronta nel secolo. Il loro “corpo” si trova sullo scaffale della libreria, ma l’anima è nell’aria, ci circonda, noi li respiriamo e loro sono in noi”. Brava, Nina. Libri come questo lasciano dentro un segno indelebile che il lettore porta dentro di sé per sempre.