Tempo

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“Church of Halloween” di Roberto Ferri

 

Per te, tutto è rimasto come allora.

Per me, nulla.

Non temo la tua distruzione,

sei fatto per l’odio.

 

Io avevo solo bisogno di un culto

 

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Intervallo

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Tu credi di possedere le parole,

di modellarle

una specie di dono

la priorità che ti fa pensare

di essere unico

ma indossi un carattere curvo

non trasmetti nulla

forse, scambi la lingua

ti fai scudo dell’errore

che spacci per coraggio

ma hai uno sguardo spaiato

la pesantezza di chi è già morto

e non lo sa

ed altri gesti mancati.

Post office

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La scrittura è un rito religioso: è una preghiera, un ordine, un atto di fede, una riforma, una rieducazione all’amore per gli altri come sono e come dovrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata interamente passata al computer o nell’aula di una scuola. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti vogliono conoscerla, leggerla, farla propria e reagiscono come si reagisce alla vista di una persona, alla nascita di un fiore o all’affermazione di un’idea: può piacere o meno, può aiutarli o meno. La scrittura produce emozioni per donare intensità alla vita: osservi, indaghi, chiedi, approfondisci, apprendi, modelli. Ed ottieni risposte, sapere, nuove forme, nuovi colori. Perfino mostri, demoni da cui non è facile liberarsi. A volte, può regalare successo e consensi. In altre occasioni, insicurezza e fallimenti che portano alla perdita di fiducia. Eppure, la cosa peggiore di tutte sarebbe rinunciare ad essa. La scrittura è un mezzo per ordinare e riordinare il caos dell’esperienza ma, soprattutto, riconoscersi umani nel disordine universale.

Avevo solo due alternative: restare all’ufficio postale e impazzire o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.”

Chiariamo subito. Una recensione di un romanzo di Charles Bukowski non ha molto senso. Si impiegherebbe meno tempo e si otterrebbero più soddisfazioni leggendo un suo libro e non un resoconto. Tuttavia, per i non avventurieri e i deboli d’animo è necessaria una preparazione psicologica. Quello che ho trovato in Post Office è un condensato di anarchia, solitudine, cinismo, abbandono e dignità. Un antidoto contro l’inabissamento. Un manuale per sopravvivere alla precarietà dell’esistenza, ai turni snervanti delle Poste e alla melmosità della società americana. Effetti collaterali? Sì, ci sono. Desiderio irrefrenabile di emulazione nei confronti del protagonista, seguito da manifestazioni di pulsioni autodistruttive e ossessioni sessuali.

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Henry Chinaski, alter ego di Bukowski, rappresenta l’anti – eroe per eccellenza di una saga che ha inizio nel 1971 proprio con “Post Office” per proseguire in “Factotum”, “Donne”, “Panino al prosciutto” e “Hollywood! Hollywood”. Malridotto e distratto, con una birra in una mano e una puntata sul cavallo perdente nell’altra, Chinaski è uno che scommette sempre sui perdenti perché convinto che gli ultimi rimarranno gli ultimi ma con più dignità. E perché puntare sugli ultimi, spesso, ripaga. Come i suoi cavalli che, alla fine, vincono sempre perché mai nessuno ci scommetterebbe un dollaro. L’opera si apre, a mio parere, con uno dei migliori incipit della letteratura: la trascrizione delle Regole di Comportamento dettate dalle Poste degli Stati Uniti d’America sotto forma di memorandum all’attenzione del protagonista per richiamarne l’atteggiamento. Un incipit del genere chiarisce subito l’indole di Chinaski: un individualista il cui unico credo è “vivi e lascia vivere”. Egli sa che, per mantenersi vivo, non può permettersi di avere alcuna visione romantica. Bisogna dire le cose come stanno senza troppe smancerie. Scetticismo e disincanto si riflettono in una scrittura liscia e asciutta, a tratti sporcata da espressioni gergali e scurrili ma mai volgari.

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L’ufficio postale diventa, così, simbolo della società con le sue regole, con la sua rigidità, una società in cui basta trovarsi su un “gradino” più in alto per sentirsi giustificati, anzi, incaricati a trattare con sadismo il proprio prossimo (basti pensare a Stone,superiore di Chinaski, e ai suoi ordini). Una società da cui Chinaski, come lo stesso autore, per godere della sua indipendenza e della sua libertà,si licenzia o, meglio, si emargina. Sei capitoli, cinque donne per ogni capitolo – eccetto l’ultimo composto da sole notifiche delle Poste Americane – per riprendere l’incipit. Una sfilata al femminile che apre e chiude a cerchio la parabola bukowskiana della vita: si nasce, si caca, si muore. E, di tanto in tanto, capita di incontrare qualche donna. Sei episodi al limite della realtà in unico romanzo in stile “on the road” ma senza macchina. L’incedere rapido e disimpegnato segnano una narrazione minimalista composta da piccoli paragrafi che lasciano al lettore il tempo per riflettere e, soprattutto, respirare. Un trascinarsi da una situazione all’altra, da un lavoro ad un altro, nel tentativo di esorcizzare l’ansia provocata da un futuro incerto.

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Dopo dodici anni di servizio, a Chinaski viene chiesto il motivo delle sue dimissioni. “Voglio fare carriera” è la risposta. Perché, a lui, basta essere vivo tra una sbornia e l’altra. Faber est suae quisque fortunae. Ognuno è artefice della propria fortuna. E Bukowski ci brinda sopra.

 

«Ma ogni tanto arriva una donna, in pieno rigoglio, una donna che scoppia dal vestito… una creatura tutta sesso, una maledizione, la fine di tutto.»

Chiedi alla polvere

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Le sue dita si muovevano tra conchiglie e cozze nero azzurrognole dai bordi affilati. Le stelle marine rosso fosforescente erano adagiate molli sugli scogli, contornate da anemoni pungenti ed esplosioni purpuree di ricci di mare. All’improvviso, esse sfiorarono gli aculei duri di un riccio ed io osservai le spine inerti, simili a quelle di una pianta, muoversi animate e tendersi verso mia madre, per cercare di afferrarne forma, sostanza ed intenzioni. Lei mi invitò a toccarle ma mi rifiutai perché avevo paura. Mi sbalordiva, quasi, vedere la carne abbronzata e le spine violacee comunicare da una distanza non meno abissale di quella che ci separa dalle profondità marine, un miracolo d’estate in una pozza d’acqua. Mia madre mi toccava così: le braccia, le guance ed anch’io tendevo le mani verso di lei per afferrarla. Incredibile come un ricordo possa sorprendere mutando perfino il corso di una giornata. La sera mi offre il tempo necessario per realizzare. Un tempo che scorre lentamente se si capovolge la clessidra di un’intera esistenza e la sabbia, nomade attraverso gli anni, è una forma screziata in uno specchio di memorie. Luce. Alzo la testa e fisso il cielo. Le stelle cadenti si gettano negli spazi vuoti consumandosi. Forse, per puro piacere. Semplicemente. Potrei divorare la notte in un boccone, se solo lo volessi.

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“Ho vent’anni, ho raggiunto l’età della ragione, sto per addentrarmi nell’intrico di strade sotto di me in cerca di una donna. Mi chiedo se la mia anima è già macchiata, se devo voltarmi e tornare indietro, se un angelo veglia su di me, se le preghiere di mia madre mi tranquillizzano o se, piuttosto, non mi infastidiscono.”

Non è difficile immaginarlo Charles Bukowski quando, squattrinato, spesso ubriaco ed ossessionato dall’idea di diventare uno scrittore famoso, trascorre gran parte del suo tempo tra gli scaffali di una biblioteca dove incontra, è il caso di dirlo, Arturo Bandini e ne resta folgorato. L’io narrante di “Chiedi alla polvere” e di altri romanzi di John Fante che, come afferma Bukowski stesso, è uno scrittore che non ha paura delle emozioni, è davvero uno di quei personaggi capaci di entrarti dentro e lasciare un segno. Povero ed ingenuo, Arturo Bandini, figlio di italiani immigrati nel Colorado trascorre quasi tutto il suo tempo a scrivere e ad attendere il momento in cui diventerà un autore di successo. Qualche suo racconto è già comparso nella prestigiosa rivista di un importante editore: adesso deve soltanto aspettare l’ispirazione giusta per dare vita al suo primo romanzo. Ma, come accade ai grandi artisti, è malinconico, lunatico e facile preda di emozioni e passioni. La stanza affittata nei sobborghi di Los Angeles, in cui si è trasferito per dedicarsi completamente alla sua arte, diviene un punto di incontro per i personaggi di un mondo variegato che sopravvive tra disperazione e miseria, tra amori e illusioni. Un’atmosfera incantevole e crudele, al tempo stesso, dalla quale il protagonista si lascia trascinare: cede agli istinti, si dispera, diviene vittima del desiderio e del rimorso. E si innamora, inevitabilmente, della messicana Camilla Lopez. Bellissima ragazza tormentata dalla lotta per la sopravvivenza e dalla continua, ossessiva ricerca dell’oblio che diverrà la sua distruzione.

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“Chiedi alla polvere” regia di Robert Towne (2006)

“Chiedi alla polvere…chiedete alla polvere della strada” l’esortazione di Fante è chiara e perentoria, parte dritta dal titolo e riecheggia incalzante per tutto il romanzo. Mentre sei immerso nella sua lettura, ti sembra quasi di sentirlo sussurrare a mezza voce: chiedi alla polvere e forse avrai delle risposte perché è nella polvere che si annidano le briciole dei ricordi, le pagliuzze dei sentimenti, le ceneri fuligginose delle occasioni perdute e mai dimenticate. Correva l’anno 1939. Gli Stati Uniti all’epoca erano scossi fin nelle fondamenta dal secondo conflitto mondiale, ma Fante era semplicemente un ragazzo povero figlio di immigrati italiani, insofferente della guerra così come della società, fuggito dalla provincia e giunto a Los Angeles per inseguire il sogno di diventare scrittore. Per raggiungerlo inizia guardandosi dentro, stillando goccia a goccia, il veleno delle proprie inquietudini e riversandolo furiosamente in quest’opera autobiografica, il cui protagonista è infiammato dalla sua stessa ambizione ma con un nome diverso, Arturo Bandini appunto.

Ad un tratto accade qualcosa: la storia di Bandini e la biografia di Fante si fondono insieme arrivando ad essere indistinguibili. Questo giustificherebbe agli occhi del lettore la vita, incredibilmente vera e bruciante, infusa nell’animo del personaggio. Bandini, infatti, è infuocato di passione, è un impavido che non teme la fame e le rinunce pur di avere ciò che brama, eppure, a ben guardare, è anche un codardo, uno che dubita costantemente del proprio talento e che si lascia travolgere da un mare di paure. Egli è tutto e il contrario di tutto. Uno scapestrato pieno di difetti ed un concentrato di idiosincrasie: arrogante, saccente, autocelebrativo, narcisista, ma è anche sensibile, appassionato, comprensivo, generoso.

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Los Angeles fa da sfondo alle sue peripezie: non quella patinata e glam di Hollywood ma quella dei bassifondi, fatta di locali notturni e di lunghe strade silenziose illuminate dalla luna, con la polvere degli immigrati depositata lungo i marciapiedi e ai lati di case fatiscenti, reliquie di un passato ormai dimenticato. Bandini vi si muove con andatura incerta, vagabonda qua e là insieme ad altre migliaia di anime abbandonate, cercando disperatamente uno straccio di idea per il suo romanzo, senza soldi in tasca, perennemente affamato, eppure spinto avanti da un’ inesauribile speranza. Fino al decisivo incontro con Camilla, fonte di gioie e di dolori. Lei è la miccia e Arturo la dinamite, insieme sono un’ esplosione, una tempesta tragicomica che si riversa tra le pagine di un libro – capolavoro.

“Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato. (…) Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che comincia a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”

La meccanica dei sentimenti è un ingranaggio complesso. Arturo e Camilla ne ignorano, di sicuro, il funzionamento. Sbagliano i tempi, i modi, vanno alla cieca e, di conseguenza, non fanno altro che sbandare. Tra i due il più imprevedibile è resta lui, l’ antieroe Arturo Bandini, lo scrittore folle e disperato che ama lei ma va a letto con un’altra, che vorrebbe farle complimenti e invece sputa fuori burbere sentenze, che sperpera i suoi primi guadagni per dei vestiti nuovi ma poi li butta perché si sente a suo agio con quelli strappati e vecchi, che vorrebbe fare il duro con alcool e droghe, ma poi si rifugia a pregare Dio in preda al panico per i sensi di colpa.

Incoerente e fragile nella sua incoerenza ma, soprattutto, divertente nella sua ricerca dell’amore e insieme del seducente quanto effimero, “sogno americano”.

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Fante è incredibilmente bravo a smorzare le sue bestemmie e grida di dolore in una risata caustica e irriverente. E pur parlando di polvere, quella delle strade di un’ America che soffoca e reprime i sogni, non riesce a rinunciare del tutto a un moto di speranza, a quella luminosa sensazione di vita e di libertà che solo la gioventù ci può dare.

“Polvere in bocca, polvere nell’anima, via dalla  gente polverosa e verso il verde oceano, via con una ragazza vestita di verde fino a Long Beach…”

 

 

Il Muro

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Ci sono momenti, parole, riflessi in una pozzanghera, ricordi del passato, suggestioni di ciò che permane, immagini mentali, profumi e suoni che si affollano nella mente ricoprendo ciò che è stato. Ci sono, poi, giorni in cui un vortice di emozioni ci cattura e ci trasporta oltre il presente, oltre la realtà “sporca” come l’inchiostro tra le pagine della Moleskine che porto sempre con me. Un ricordo… la fresca sponda di un fiume in una sera di maggio carica di pioggia trattenuta in nuvole lontane, bagliori lunari pronti a farsi spazio nel cielo e la pesante, soffocante umidità del verde tutt’intorno. L’acqua era fredda sui miei piedi nudi e la fanghiglia fluiva tra le dita. All’improvviso, alcuni ragazzi iniziarono a rincorrersi sulla sabbia mentre io li osservavo divertita con i capelli lunghi e zuppi che bagnavano le mie labbra. Ero felice, sì ma sapevo che quella sensazione non sarebbe durata tanto. Basta poco, infatti, per perdersi nelle tenebre ardenti dell’oblio. Allora, è necessario ricorrere alla scrittura. E’ quello “sporco” che ci libera da quei muri di cui siamo prigionieri, è la finestra da cui guardare il sole, il tempo che passa e provare a trattenerlo, magari. Alla vigilia dell’umano svanire, scrivere rappresenta l’estremo tentativo di rendere eterna un’illusione.

I muri…

Quando a metà febbraio del 1939 “Il Muro” arriva nelle librerie francesi, Jean Paul Sartre è già noto. Il successo ottenuto con la “Nausea”, qualche mese prima, lo portò ad imporsi quasi prepotentemente all’attenzione della critica tanto da arrivare come finalista i molti premi letterari tra i più rinomati in Francia. Sartre irrompe, così, nel palcoscenico culturale con un’opera di “rottura” dallo stile innovativo e, per scelta lessicale, cruda e di impatto. I cinque racconti de “Il Muro” vertono tutti intorno ai temi principali dell’esistenza: morte, follia, impotenza e frigidità, perversione ed assassinio, omosessualità e malafede approfondendo argomenti che verranno sistematizzati sul piano teorico nel saggio del 1943 “L’essere e il nulla”. Leggendo questi racconti, il lettore si trova faccia a faccia con le sue paure più atroci che tenta, per una vita intera, di ricacciare nell’abisso dell’animo. Sartre raggiunge questo abisso e ne tira fuori una sconcertante rassegna di incubi. Si immerge a fondo nelle miserie di piccoli uomini, si “sporca” le mani, fa un vero bagno di umanità. Cinque piccole storie che, come affermerà l’autore stesso, sono le storie di cinque fallimenti. E la sua grandezza consiste proprio nel delineare un’umanità meschina eppure così vicina e reale da spingere all’identificazione. Il muro è, in fondo, anche uno specchio in cui guardare i nostri tratti deformati. Siamo tutti Erostrato che guarda la folla dall’alto del suo sesto piano per sottolineare la sua superiorità morale. Siamo Lulù che finge piacere nel sesso col nuovo amante dopo aver lasciato la noiosa vita col marito. Essi ci appartengono e ci mostrano, attraverso la loro, la nostra stessa inadeguatezza.

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I semi dell’esistenzialismo sono tutti presenti. I personaggi si trovano, in un modo o nell’altro, ad affrontare una situazione statica, una prigionia da cui non sanno o da cui non vogliono uscire. Alcuni, ed in particolare il Lucien de “L’infanzia di un capo”, sembrano essere vicini ad una sorta di liberazione, alla rivelazione di quella verità sull’esistenza che consiste nel nonsenso e nel destino dello scacco. Ma poi cambiano direzione, spaventati dalla medesima libertà o dalla verità. Il muro diventa metafora di una barriera che non può essere oltrepassata ed assume risvolti sia fisici (la maggior parte dei racconti hanno un’ambientazione prevalentemente di interni e un taglio quasi cinematografico) che astratti. Il muro è quello della cella di Pablo, condannato a morte sullo sfondo della Guerra Civile spagnola, che cerca in quelle ultime ore di arrivare al nocciolo dell’esistenza ma che, poi, resta intrappolato in un assurdo gioco del fato. Oppure, il muro è quello che separa Eva dalla camera del marito pazzo, ma anche dalla sua mente e che le impedisce di penetrare quella pazzia che lei vorrebbe così ardentemente condividere.

“Tom saltò per aria: non ci eravamo ancora accorti che il tempo passava; la notte ci circondava come una massa informe e scura,non mi ricordavo nemmeno più che fosse cominciata” (…)“dacché il dottore ci ebbe detto l’ora, constata Pablo,sentii che il tempo passava, che colava goccia a goccia”

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“Con quale ardore correvo dietro alla felicità, alle donne, alla libertà! Per che farne? Avevo voluto liberare la Spagna, […] avevo aderito al partito anarchico, avevo parlato in comizi: avevo preso tutto sul serio, come se fossi stato immortale. In quel momento ebbi l’impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: “È una sporca menzogna”. Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto così. La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto quello che vi era dentro era incompiuto»

Se tutto deve finire, se nulla è destinato all’eternità, la vita è una menzogna per cui non vale la pena di impegnarsi. Se non c’è un orizzonte più vasto oltre la precarietà dell’ultima giornata che ci è data da vivere, non c’è motivo di combattere, non c’è ideale che davvero possa muovere il nostro agire. Un filosofo stoico potrebbe ribattere che c’è, invece, un motivo per combattere perché la nostra opera resterà dopo di noi, il nostro contributo di bene e di azione non morirà con noi, ma resterà per la realizzazione e la costruzione del Bene totale. Anche se l’anima individuale non sopravvive, sopravvive l’opera: una nostra piccola ma insostituibile tessera del grande mosaico del mondo. Pirandello direbbe “un conto è il singolo individuo e un altro è l’umanità”.

La versione di Barney

Una bella giornata azzurra. Il sole, oltre un edificio sulla sinistra, manda un bagliore di moneta d’oro da una torre con la cupola di cui ignoro il nome. Il segreto della pace? Una devota adorazione del momento, penso. Forse, per la maggior parte degli altri, è una cosa normale ma, per me, non lo è affatto. In compenso, conosco bene la solitudine. O almeno, la solitudine passeggera. Parte da un punto indefinito dell’io: come una malattia del sangue si diffonde in tutto il corpo per cui è impossibile localizzarne il focolaio, l’origine. E se provo a neutralizzare la tristezza che ne deriva, resta dominante l’idea nuda e cruda che niente è reale – passato o futuro compresi – quando sei sola in camera tua con il ticchettio dell’orologio che rimbomba nella mente mentre la luce accecante del giorno si fa strada. Eppure, una voce interiore, mi sussurra che ci sono sempre un’alternativa, una svolta ed un miglioramento. Così aspetto. In fondo, sono un’altra goccia nell’immenso mare della materia, ben definita e non mi mancano le qualità per realizzare la mia esistenza. Se, poi, trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima ti blocchi davanti alle tue stesse parole – tenute dentro troppo a lungo, contratte nel buio, ormai sbiadite e forse, banali. Da un lato, dunque, c’è lo stare insieme e la felicità che questo comporta. Dall’altro, una solitudine che – seppur transitoria – è insopportabile.

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 “Siate grandi nelle azioni come lo siete stati nel pensiero”

 

Qualcuno

Capita quasi per caso, inaspettatamente e forse per questo ancor più gradito, che un libro da tempo ospite sui nostri scaffali si riveli dopo una lettura iniziata senza poca convinzione un acquisto meraviglioso. La prima volta in cui mi decisi a leggerlo, “la versione di Barney”, riposava accanto ad una pila di romanzi e saggi di cui programmavo a breve la lettura. Incuriosita dalla trama di cui avevo già sentito parlare – alcuni con pareri entusiastici ed altri più scettici soprattutto per il clamore dall’uscita ormai prossima della trasposizione cinematografica diretta da Richard J.Lewis – e dal mito dell’autore, Mordecai Richler che spesso veniva scambiato con il suo personaggio, fin da subito mi pentii di averlo lasciato ad impolverarsi per tutto quel tempo.

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Mordecai Richler

Vladimir Nabokov sosteneva che “stranamente, non si può leggere un libro, lo si può soltanto rileggere”. L’autore spiega che “quando leggiamo un libro per la prima volta il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel complicato lavoro fisico sul libro, il processo stesso di apprendere in termini spaziali e temporali di che cosa si parla, si interpone tra noi e la valutazione artistica». Solo a una terza o quarta lettura, afferma lo scrittore, iniziamo ad avvicinarci al libro con l’atteggiamento che adotteremmo verso un dipinto, a possederlo mentalmente nella sua interezza. Egli non parla del dimenticare, ma è chiaro che a questo allude. Lo sforzo fisico di spostare gli occhi avanti e indietro resta identico a ogni lettura del libro. Ciò che cambia dalla seconda lettura in poi è che aumenta la nostra capacità di assorbire e mettere in relazione i vari elementi del testo. Ora, conoscendo l’epilogo, possiamo intravederne una prefigurazione già nelle prime pagine. Bene, la seconda volta è andata più o meno così. E a quel “qualcuno” cui accennavo all’inizio devo un immenso grazie. Ad una rilettura più attenta ed approfondita, quell’ubriacone iracondo di Barney Panofsky che narra la sua “vita allegramente dissipata e profondamente scorretta” senza remore e pudori, tra sbronze colossali, amici decisamente suonati, imprese azzardate, risate, litigate e matrimoni assurdi, mi ha praticamente conquistata.

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Un antieroe dissacrante e un po’ volgare che spinge il lettore, quasi inconsapevolmente, a giustificare ogni suo comportamento scorretto dagli esiti spesso disastrosi fino ad affezionarsi e soffrire insieme a lui. Eppure Barney è così. Matto, scorbutico, sboccato e bugiardo (per anni sospettato di omicidio): impossibile da amare ma ancora di più da odiare. Circondato da personaggi di ogni tipo, si muove tra la Parigi degli anni ’50 (impossibile capire per quale motivo nel film il periodo parigino tra caffè e locali malfamati sia stato sostituito con una Roma che di dissoluto non ha nulla) e Montreal, troppo concreto per fingersi artista e allo stesso modo troppo allergico ad ogni forma di potere stabilito per adattarsi ad una vita borghese. Con l’immancabile sigaro in bocca – Montecristo, il più delle volte – il bicchiere di whisky sempre pieno, l’ossessione per l’hockey,  Barney non risparmia nessuno dall’establishment culturale dove chiunque può diventare artista di successo, alla mentalità borghese e conformista che condanna tutti i vizi ma che dietro la facciata perbenista è ancor più dissoluta. Proprio questa capacità irriverente è uno degli aspetti più interessanti del romanzo che ha consacrato Richler ma che lo ha anche inevitabilmente sovrapposto al suo protagonista, in un continuo gioco di finzione e rimandi autobiografici, non sempre voluti dall’autore.

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E poi le donne, naturalmente. Tre matrimoni scandiscono i tre tempi della vita di Barney, tra continue digressioni e rimandi, che compongono il libro. Clara, la “svitata” prima moglie degli anni parigini – artista incompresa morta suicida (e anche in questo caso neanche farlo apposta Barney è il primo sospettato) che per uno di quegli incomprensibili meccanismi della società finisce col diventare un modello di femminismo – che, forse, per ingenuità o solo perché affamato d’amore, il povero Panofsky finisce con lo sposarla per scoprirne poco dopo la vera anima. Tornato in Canada e avviata una propria casa di produzione cinematografica di film di serie B (più che azzeccato il nome “Totally Unnecessary Production”), avviene l’incontro con la seconda signora Panofsky, di famiglia borghese e un po’ superficiale, che farà passare non pochi guai al nostro Barney. Fino all’incontro provvidenziale con Miriam, l’amatissima terza moglie mai dimenticata, conosciuta il giorno del suo secondo matrimonio ed inseguita, corteggiata con una devozione totale. La compagna di una vita, con la quale Barney costruisce una famiglia, condivide gli anni più felici della sua esistenza alla quale, tuttavia, non risparmia i continui sbalzi di umore di quel carattere terribile che sarà la sua rovina. Bellissime le pagine dedicate a Miriam, l’amore profondo che non riesce a superare la separazione, la presenza di una nuova famiglia, una nuova vita. La rabbia per aver distrutto tutto e l’irrimediabilità per il suo gesto sono un peso soffocante che lo rendono ancor più scontroso e misantropo. In fondo, Miriam è stata l’unica ad amarlo ed accettarlo per quello che era e il dolore per la perdita di lei è troppo forte da sopportare. Più giusto dimenticarlo, così, insieme a tutto il resto che piano piano scivola via nell’oblio dell’Alzheimer e fingere che quell’errore assurdo non ci sia mai stato. “Barney chiudi gli occhi – mi piacerebbe dirgli – Miriam è a casa con i bambini e ti aspetta, un bicchiere di whisky sul tavolo e i risultati della partita di hockey”.

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“Guarda che io continuo a parlare perché ho paura che se ora smetto di parlare, ci sarà una pausa, un silenzio e tu dirai: “si è fatto tardi” o “adesso devo andare” e non sono pronto per quel momento, non voglio vedere quel momento, mai.”

Barney è riuscito ad entrare nella mia vita lentamente. Spesso mi sono ritrovata sovrappensiero, a lavoro o in macchina, immersa in visioni costruite leggendo il libro o, peggio, credendo di viverle in prima persona. Avrei potuto accantonarlo conoscendo già la fine ma non l’ho fatto. E ho pianto, come una bambina, quando nel riporlo diverse pagine sono cadute sul pavimento. Assurdo…proprio le cose a cui tieni di più si rompono, ho pensato. “L’importante è che rimangano con te. O almeno dentro” mi è stato risposto.

                                                       

                                                                          Mazel tov! 

 

Medicamenta e altri medicamenta

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“Nel luglio altero, lui tenero audace

sensualmente a me lanciava da là:

prima di sera io ti scopo. Ah.

Fra trafficar di sguardi dove pace,

dove l’incompenetrabilità…

dove il tempo in quest’ombra…Lui tace

in un empio silenzio a farne fornace.

Poi apri, m’intima, apri…più dentro già

si spinge con suo tal corpo segreto.

Umidore, pare bacio il calore

su ammucchiarsi di umano, alto m’accappia.

O inverni e lirici slanci (con metodo).

Mi sale, mi scende… io come granata

esplosa, contusa, to’…che si sappia.”

 

Le parole si rigirano lente nel fuoco, accendono il cuore riflettendo soli sommersi nei petali incastonati come gemme tra i palazzi in rovina. Incandescenti spine di amianto e fiori di fiamma rivelano l’anima di una città priva di eroi sull’orlo del buio. Le parole, penso, hanno il potere di rivelare quantità generose di segreti che aspettano di fondersi nella mobilità aurea di una primavera che scioglie ogni cosa. Ore 20.05. Lo stridio dei fischietti, un silenzio intuitivo, il treno che si muove. Via, di corsa, ritorno all’origine che rinnego e cerco ossessivamente. Fisso ipnotizzata l’oscurità che avanza fuori dal finestrino ascoltando l’ineguagliabile linguaggio ritmico delle ruote, sommando i momenti più importanti della giornata come il ritornello di un disco incantato e continuando a ripetere: adoro questo istante, sublime e perfetto ma la perfezione mi fa paura. La piena beatitudine della consapevolezza, il dondolio erotico della carrozza. Il Salento si apre in due nella mente come un frutto maturo e, piano piano, prende vita il paesaggio notturno in un chiaroscuro di ombre e di stelle. Luci isolate e raccolte nei paesi, alberi neri accarezzati dal vento. Poi, ancora buio e la terra che giace piatta sotto il chiaro di luna. Guarire alla vita per essere ringoiati dalla notte. L’intuizione tragica del mondo arriva all’improvviso e ricorrere alla poesia diventa quasi necessario.

 

“Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…

comprimimi discioglimi tormentami…

infiammami programmami rinnovami…

accelera…rallenta…disorientami…

Cuocimi bollimi addentami…covami.

Poi fondimi e confondimi… spaventami…

nuocimi, perdimi e trovami, giovami…

Scovami…ardimi bruciami arroventami…

Stringimi e allentami, calami e aumentami.

Domami, sgominami poi sgomentami…

dissociami e divorami…comprovami.

Legami annegami e infine annientami.

Addormentami e ancora entra…riprovami.

Incoronami. Eternami. Inargentami.”

 

Della poesia di Patrizia Valduga viene evidenziata soprattutto l’importanza nella creazione di un linguaggio poetico originalissimo, capace di mettere in discussione quanto è già stato elaborato da altri autori per mezzo di un confronto continuo e diretto con le forme più classiche ed ostentate della tradizione letteraria. Ne “La parola immedicata”, il saggio introduttivo a Medicamenta e altri medicamenta (edito da Einaudi) Luigi Baldacci afferma di non avere “memoria, tra i moderni, di un poeta che abbia allacciato così strettamente la propria urgenza di esistere con l’urgenza di dire e di dirsi”, dando una interpretazione della poetessa in una chiave, per così dire, “linguistica”. Nelle tre sezioni che compongono la raccolta Medicamenta (Notti dei sensi; Notti incolori; Notti mancate) emergono la presenza di un forte anelito all’unione amorosa con l’uomo, visto come il proprio opposto e il complementare, e al tempo stesso l’amara percezione dell’impossibilità di raggiungere tale sintesi e quindi della propria ineludibile sconfitta esistenziale. Consapevole di ciò, la donna protagonista della parabola Medicamenta fin dall’inizio persegue una coraggiosa rivendicazione a vivere (o perlomeno a sopravvivere: “se vissi, malvissi” è il verso conclusivo della silloge) secondo la propria natura di donna, nella libera manifestazione della propria personalità, di cui soddisfa senza cedere ad inibizioni e convenzioni culturali gusti ed esigenze. La poetessa raggiunge, così, una piena emancipazione ed affermazione d’identità. Tuttavia, la meta ultima della sua esistenza rimane irrealizzabile: il rifugiarsi nella dimensione della notte dei sensi e della carnalità è l’estrema reazione, in attesa della fine ormai prossima (qui rappresentata dall’alba), a questa tragica sconfitta.

Patrizia Valduga ph©campanini-baracchi

Il rapporto con l’uomo, che fin dall’inizio della raccolta si rivela impossibile al vero amore è ancora fortemente caratterizzato dallo schema di dominio-sottomissione dell’uomo sulla donna o viceversa: questa desidera essere “colta” “saggiata” “provata” “tormentata” “bollita” “addentata”. Ma, molto più spesso, è la donna che si procura liberamente e consapevolmente il piacere ” “…L’avevo d’un tratto / incatenato al letto, inchiavardato. / Ma che ho fatto? chiedeva, Ma che ho fatto? / Tu del mio cuore non ti sei curato.” per poi decidere la rottura di una relazione ormai logora “Perché il tempo ora è venuto, viene, /(…) di raschiarti via da cuore e mente,/ di sviare il ricordo che mi tiene / la notte del volere nuovamente, / del Vieni fuori, dunque! se in un botto / mi assalisse la smania di star sotto”.

La poetessa raggiunge la sua emancipazione soprattutto rivendicando il proprio diritto a scegliere liberamente dell’amore e del piacere e a disporre autonomamente del proprio corpo, di farlo come “donna”, senza mascolinizzarsi nei gusti e negli atteggiamenti “Qual mai sarà l’anno, il mese, qual giorno / e quanto dolce, ove per fine avermi, / ove odore di maschili epidermidi / più non curi, e sguardi, corpi dattorno, / lor secrezioni, escrezioni contermini, / con il sangue che ruota torno torno, / viaggi spermatici andata e ritorno …” (10); “In me cogli anni crescono, a mio merito / o demerito, quei danni d’ascrivere / interi a plurime carnali sterili / dilettazioni in cui involta o proclive / m’affatico… a diletti semiseri / e periferici… alle loro derive..” Nell’impossibilità di raggiungere la sintesi con l’altro per mezzo dell’amore, l’esistenza viene percepita come priva di senso (…”non mi viene dal preterito / il come e tanto meno il cosa vivere…”. Infine, il ritirarsi nella notte si rivela una soluzione illusoria, poiché il rifugio viene percepito come un luogo estraneo alla vita vera, in cui alberga la noia e il tempo è scandito dal cupo richiamo della morte: “Già una nuova notte si solleva / e trasale… mi spia… maledice la mia malinconia. / E dalla luna: Ascolta, / la tua vita è bugia. / Ma ancora non lo so l’alba che sia”.

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I Medicamenta possono essere letti come la parabola di una sintesi mancata. Si tratta di riflettere se sia questa un’isolata sconfitta individuale o si tratti invece di una sintesi negata dalla situazione di crisi in cui sono invischiati la donna e l’uomo della nostra epoca. Uno degli aspetti dell’odierna crisi di valori è l’improvviso e radicale cambiamento dei rapporti tra l’uomo e la donna: crollati i vecchi schemi che governavano in passato il rapporto tra i sessi, non si sarebbero ancora trovati dei modelli adeguati alla nuova realtà. E’ un problema interessante che qui ci viene presentato attraverso lo sguardo di una donna: di fronte a questo sguardo, forte è l’impossibilità di comprendersi e di raggiungere la sintesi con l’altro al punto da determinare la propria sconfitta esistenziale.

“La notte, quando dormi,

entrerò nel tuo letto.

Poi cose da non dirsi se conformi

all’altro tuo sospetto.”